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Touché Amoré – Ciò che resta, ciò che cambia

Dieci anni dopo “Stage Four”, i Touché Amoré continuano a interrogarsi sulle stesse questioni che hanno definito il loro percorso: perdita, comunità, appartenenza e cambiamento

Alcuni dischi smettono molto presto di appartenere esclusivamente a chi li ha scritti. Succede quando il racconto di un’esperienza personale riesce a trasformarsi in qualcosa di condiviso, attraversando il tempo e trovando nuovi significati nelle vite di chi ascolta. È ciò che è accaduto a Stage Four, l’album con cui nel 2016 i Touché Amoré hanno dato forma a un’opera destinata a segnare profondamente il percorso della band e il rapporto con il proprio pubblico, trasformando l’elaborazione di un lutto in qualcosa di universale senza mai smarrirne la dimensione personale. Ma ridurre la storia della band californiana a quel disco sarebbe un errore. Nati a Los Angeles nel 2007, i Touché Amoré hanno progressivamente costruito una delle discografie più solide, coerenti e influenti emerse dall’universo hardcore degli ultimi vent’anni. Attraverso album comeTo The Beat Of a Dead Horse, Parting The Sea Between Brightness And Me, Is Survived By, Stage Four e Lament, Jeremy Bolm e compagni hanno contribuito a ridefinire le coordinate di una scena che ha sempre fatto dell’onestà espressiva, della partecipazione e del senso di appartenenza i propri valori fondanti. La loro importanza va però oltre il peso specifico dei dischi pubblicati. I Touché Amoré appartengono a quella tradizione musicale che continua a considerare la musica come luogo di incontro prima ancora che come prodotto discografico.

Una tradizione nata nei piccoli club, nei centri sociali, nei basement show e nelle reti indipendenti che hanno alimentato per decenni la cultura underground internazionale. Una realtà che – negli anni – ha inevitabilmente cambiato forma, ma che continua a fare la differenza grazie a comunità capaci di riconoscersi in linguaggi condivisi, valori comuni e nella stessa necessità di connessione umana. È qualcosa che va oltre la ricerca della catarsi fine a sé stessa: nelle loro canzoni trovano spazio le fratture dell’esperienza umana, raccontate – e talvolta gridate – con una lucidità rara. Il ritorno della band in Europa per il Primavera Sound e la celebrazione del decennale di Stage Four sono stati l’occasione per incontrare Jeremy Bolm e confrontami su ciò che è cambiato – e su ciò che è rimasto immutato – nel percorso dei Touché Amoré.

Il Primavera Sound è da sempre uno dei festival europei con l’identità più riconoscibile, perché capace di mettere in dialogo mondi musicali molto diversi tra loro. Per una band come i Touché Amoré che cosa significa esibirsi in un contesto di questo tipo?
Per noi probabilmente è il contesto ideale. Tutti nella band ascoltiamo musica molto diversa e festival come il Primavera Sound rappresentano questa pluralità di interessi. Siamo abituati a suonare in eventi fortemente orientati verso il punk o l’hardcore, ma come ascoltatori siamo molto più trasversali di quanto si possa immaginare. Io vedo l’ora di vedere i Big Thief. Purtroppo ci sono molti artisti che avrei voluto seguire ma che suonano in giorni diversi dal nostro, e ci ritroveremo addirittura a esibirci nello stesso momento dei My Bloody Valentine. Abbiamo già avuto la fortuna di suonare al Primavera Sound in passato e conserviamo un ricordo straordinario di quell’esperienza. Per questo siamo davvero felici di tornare.

Negli ultimi anni, linguaggi che per lungo tempo sono rimasti confinati all’underground hanno raggiunto una visibilità impensabile fino a poco tempo fa. Guardando al percorso della vostra band e alla scena da cui provenite, hai la sensazione che questo tipo di espressività venga percepito in modo diverso rispetto al passato?
Oggi questo tipo di musica è molto più accessibile e, per certi aspetti, persino più vicina al mainstream di quanto non fosse un tempo. Non viene più percepita come qualcosa di completamente estraneo o marginale. Sentire una voce urlata all’interno di una canzone non provoca più lo stesso effetto di sorpresa che poteva avere anni fa, perché certi linguaggi sono entrati a far parte del panorama musicale contemporaneo in modo molto più naturale. Penso che questo sia anche il risultato di una maggiore accessibilità della musica in generale. Oggi le persone hanno la possibilità di scoprire qualsiasi cosa con estrema facilità e questo ha inevitabilmente ampliato gli orizzonti di molti ascoltatori.

Gran parte della forza dei Touché Amoré è sempre passata attraverso una dimensione profondamente partecipativa, costruita sul contatto diretto con il pubblico. Festival come il Primavera Sound, sicuramente più esposti, cambiano il modo in cui vivi una performance?
L’approccio cambia completamente. Quando suoni in un club esiste un’intimità quasi naturale. Le persone salgono sul palco, cantano con te. C’è la sensazione di vivere qualcosa insieme, come se band e pubblico facessero parte dello stesso momento. Quando invece ci troviamo su palchi così grandi, con le transenne e il pubblico a diversi metri di distanza, dobbiamo diventare performer in senso diverso: cantare ogni parola nel miglior modo possibile, cercare di trasmettere qualcosa anche senza quel contatto fisico diretto. All’inizio era difficile. Sembrava quasi che una parte fondamentale della nostra identità live ci venisse tolta. Col tempo però abbiamo imparato a gestire anche questo tipo di situazioni, comprendendo anche un’altra tipologia di approccio. E, paradossalmente, spesso suoniamo anche meglio su quei palchi, perché almeno nessuno rischia di scollegarci gli strumenti mentre suoniamo.

Nel corso degli anni avete sviluppato un legame molto forte con il pubblico europeo. Avete mai percepito un modo diverso di vivere e condividere l’esperienza dei vostri concerti rispetto agli Stati Uniti?
Credo che i temi di cui parliamo – la perdita, il lutto, la fragilità, la catarsi – appartengano all’esperienza umana prima ancora che a un luogo o a un paese. Se qualcuno entra davvero in connessione con ciò che facciamo, la risposta emotiva tende a essere sorprendentemente simile ovunque ci troviamo. Che sia negli Stati Uniti, in Europa o altrove, quello che si crea è una sorta di community temporanea costruita attorno alla condivisione di esperienze e vulnerabilità comuni. È una delle cose che continuo ad amare di più della musica: la capacità di creare connessioni autentiche tra persone che, almeno sulla carta, non avrebbero nulla in comune se non ciò che provano.

Molti anniversary tour finiscono inevitabilmente per confrontarsi con la nostalgia. Nel caso di Stage Four, però, parliamo di un disco nato da una vicenda profondamente personale e da un’elaborazione del lutto estremamente concreta. Che cosa significa oggi tornare a suonare queste canzoni a dieci anni dalla loro pubblicazione?
Per me, come persona che ha scritto quei testi, il sentimento di fondo rimane sostanzialmente lo stesso. Il dolore non è qualcosa che scompare davvero. Continua a esistere e continua ad accompagnarti. Quello che è cambiato è il modo in cui queste canzoni vengono vissute. Quando abbiamo iniziato a portare Stage Four dal vivo, tutto era molto più crudo. Il pubblico stava ancora imparando a conoscere quei brani e io stesso stavo ancora imparando a convivere con ciò che avevo scritto. C’era una vulnerabilità molto diversa. Dieci anni dopo, invece, le persone hanno sviluppato un legame con quel disco che ha superato qualsiasi aspettativa potessimo avere. Vedere il pubblico reagire con la stessa intensità anche a canzoni che non sono necessariamente le più conosciute dell’album è qualcosa di incredibile. In maniera quasi paradossale, oggi queste canzoni hanno assunto una dimensione più celebrativa. È un po’ come partecipare a un memoriale: c’è tristezza, certo, ma ci sono anche gratitudine, affetto, amore e voglia di celebrare la vita.

L’edizione di Stage Four per il decennale include demo, versioni alternative e materiale che documenta il percorso creativo del disco. Tornare ad ascoltare quelle registrazioni vi ha permesso di osservare quel periodo con occhi diversi?
Sì, soprattutto per quanto riguarda alcune canzoni. Riascoltando la demo originale di Displacement, per esempio, mi sono ritrovato a pensare: “Davvero avevamo scritto il pezzo in questo modo all’inizio?”. È una sensazione strana, perché capita spesso che durante il processo creativo si abbandonino delle idee convinti che non funzionino. Poi passano gli anni, torni ad ascoltarle e ti chiedi perché le abbia lasciate da parte. Per il resto, però, molte delle demo erano già sorprendentemente vicine alle versioni definitive. Questo dipendeva anche dal modo di lavorare di Brad Wood. Era una persona estremamente incoraggiante, qualcuno che sosteneva davvero le nostre intuizioni e ci faceva sentire sulla strada giusta.

Dopo quasi vent’anni di attività, la vostra scrittura continua a nascere dalla stessa urgenza emotiva degli inizi oppure oggi convivono maggiormente istinto ed esperienza?
Ritengo che sia una combinazione delle due cose. Quando sei più giovane vivi le emozioni in maniera molto più impulsiva. Scrivi seguendo l’urgenza del momento e solo dopo, riguardando quel materiale, ti rendi conto che alcune intuizioni erano magari disordinate o poco sviluppate. Con il tempo diventi inevitabilmente più consapevole. Sei più riflessivo, più attento al modo in cui vuoi raccontare qualcosa e più esigente nei confronti di te stesso. Questo è l’aspetto positivo dell’esperienza. Il rischio, crescendo, è quello di diventare troppo controllati. La sfida più grande sta proprio nel trovare un equilibrio tra queste due dimensioni: conservare l’intensità emotiva che ha sempre caratterizzato questa musica, ma riuscire a esprimerla nel modo più onesto e consapevole possibile.

Guardando al presente della band, viene spontaneo chiedersi se queste riflessioni abbiano già iniziato a trovare spazio in nuova musica. State lavorando a qualcosa?
Vorrei poter dire di sì, ma in realtà no. Siamo stati completamente assorbiti dal tour e da tutto quello che sta succedendo attorno a Stage Four. Ne parliamo spesso, però con i Touché Amoré funziona sempre così: tante conversazioni prima di iniziare davvero a scrivere qualcosa. È normale dopo quasi vent’anni insieme.

In molti paesi d’Europa, compresa l’Italia, le comunità costruite attorno a questa musica continuano a vivere grazie a piccoli club, associazioni e spazi indipendenti, mentre molti luoghi storici stanno scomparendo. Quanto sono ancora importanti oggi queste realtà?
Sono fondamentali. È lì che tutto comincia. Credo che ci sia qualcosa di profondamente bello nelle comunità che rimangono raccolte. Quando una scena conserva dimensioni contenute, percepisci una maggiore cura, una maggiore attenzione verso ciò che viene costruito collettivamente. C’è un senso di appartenenza che tende a essere molto forte. Quando le cose diventano troppo grandi o troppo mainstream, parte di quella dimensione rischia inevitabilmente di disperdersi. Per questo continuo a considerare questi spazi così importanti.

La cultura hardcore ha sempre costruito la propria identità attorno alla dimensione comunitaria, al contatto diretto e alla partecipazione attiva. Oggi, però, gran parte della scoperta musicale passa attraverso piattaforme digitali e social network. Pensi che questo abbia modificato il modo in cui le persone si relazionano ai valori di questa scena?
È una questione complessa, perché ci sono aspetti molto positivi e altri più problematici. Da una parte Internet ha reso possibile a moltissime persone scoprire questa musica e innamorarsene davvero. Magari iniziano andando a qualche concerto, poi decidono di aprire una band, diventano fotografi, promoter, organizzatori o semplicemente persone che contribuiscono attivamente alla comunità. Dall’altra parte, però, la velocità con cui oggi si consumano contenuti e tendenze porta inevitabilmente alcune persone ad avvicinarsi a queste realtà in maniera più superficiale, trattandole come una moda temporanea. Negli Stati Uniti esiste un concetto chiamato campfire rules: quando vai in campeggio, dovresti lasciare il luogo in condizioni migliori rispetto a come l’hai trovato. È una filosofia che ho sempre associato anche al punk e all’hardcore. Se entri a far parte di una comunità, prenditene cura. E se un giorno deciderai di allontanartene, non trattarla con disprezzo o superficialità. Lascia qualcosa di positivo dietro di te.

Che cosa continua a entusiasmarti della scena hardcore contemporanea?
Mi entusiasma il fatto che oggi molte band giovani abbiano opportunità che vent’anni fa sarebbero state quasi impensabili. Puoi vivere in una piccola città, registrare un disco in casa con una qualità eccellente, pubblicare un live online e improvvisamente attirare l’attenzione di persone dall’altra parte del mondo. Alcune barriere che un tempo sembravano invalicabili si sono notevolmente ridotte. Questa maggiore accessibilità permette di scoprire più facilmente progetti autentici, ancora mossi esclusivamente dall’entusiasmo e dalla passione. Quando una band crede davvero in ciò che fa, lo percepisci subito. È bello vedere gruppi sempre più giovani riuscire a trovare il proprio spazio e il proprio momento.

Da fan dei Touché Amoré ma anche dei Manchester Orchestra, devo confessarti di aver amato molto la vostra collaborazione. Guardando al presente, c’è una band o un artista con cui senti che potrebbe nascere naturalmente qualcosa di simile?
(Ride ndr.) Oh, wow. Sono felicissimo che la canzone ti sia piaciuta. E grazie per aver citato quella collaborazione. Per progetti futuri, una band con cui abbiamo parlato più volte della possibilità di fare qualcosa insieme, pur senza aver ancora trovato l’occasione giusta, sono sicuramente i Deafheaven. Sono tra i nostri migliori amici al mondo e, anche se dall’esterno qualcuno potrebbe non cogliere immediatamente tutte le connessioni tra le nostre band, in realtà condividiamo moltissimo. George (Clarke ndr.) è uno scrittore straordinario e trovo una sensibilità comune nel modo in cui affrontiamo le parole, le melodie e la costruzione delle canzoni. Poi c’è tutto il resto: siamo cresciuti nello stesso ambiente, abbiamo condiviso tour in Europa, ascoltiamo molta musica al di fuori dei generi con cui veniamo generalmente associati. Giusto un paio di sere fa eravamo tutti insieme al concerto dei Bright Eyes. Per questo motivo penso che, prima o poi, riusciremo a trovare il modo di collaborare.

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