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Of Monsters and Men – La libertà di essere se stessi

Dopo quindici anni di carriera, gli Of Monsters and Men sembrano aver imparato ad abitare il proprio passato senza restarne prigionieri, riscoprendo il valore della creazione condivisa e delle proprie radici

Ci sono buone probabilità che, leggendo il titolo Little Talks, la melodia abbia iniziato a suonare nella vostra testa prima ancora di arrivare alla fine della frase. È uno di quei brani che non hanno mai davvero lasciato l’immaginario collettivo. Ma raccontare oggi gli Of Monsters and Men partendo soltanto da lì significherebbe perdere la parte più interessante del viaggio. Sono passati quindici anni da quando quel dialogo sospeso tra fantasmi, assenze e memoria ha attraversato il mondo, trasformando gli Of Monsters and Men in una delle voci più riconoscibili della musica indipendente contemporanea. Eppure, osservando oggi il percorso della band islandese, viene da pensare che la loro storia più interessante non coincida con il momento in cui tutto è cominciato, ma con ciò che è venuto dopo. Perché gli Of Monsters and Men hanno sempre raccontato qualcosa che andava oltre le canzoni stesse: il significato del creare insieme, la tensione costante tra il partire e il tornare, il legame con un’isola – l’Islanda – che sembra trovarsi ai confini del mondo e che invece continua a occupare il centro della loro geografia emotiva e artistica. All Is Love and Pain in the Mouse Parade, il loro ultimo album a sei anni di distanza da Fever Dream, nasce proprio da questo movimento. Un album che non guarda avanti per necessità, né indietro per nostalgia, ma che trova la propria ragione d’essere in una riconnessione profonda: con la scrittura condivisa, con il tempo lento della creazione e con quell’Islanda che continua a riaffiorare nelle loro canzoni come un paesaggio interiore prima ancora che geografico. Parlando con Ragnar “Raggi” Þórhallsson, emerge con chiarezza questa dimensione. Non quella di una band impegnata a inseguire il proprio passato, ma di musicisti che hanno imparato ad abitarlo senza esserne prigionieri, privilegiando la la connessione rispetto alla ricerca della grandezza.

All Is Love and Pain in the Mouse Parade è arrivato sei anni dopo il precedente. Ogni disco degli Of Monsters and Men sembra rappresentare una fase molto precisa del percorso della band. Dove si colloca questo nuovo lavoro nella vostra storia?
Dopo il tour di Fever Dream ci siamo fermati, come è successo a tutti durante la pandemia. Quel periodo ci ha dato la possibilità di riflettere sul nostro percorso, su ciò che avevamo costruito e sulla direzione che volevamo prendere. Abbiamo trascorso molto tempo insieme e con le nostre famiglie. È stato quasi come premere un pulsante di reset. Per un periodo siamo rimasti senza management e senza etichetta, una situazione che ci ha riportato alle origini, a quando tutto era appena iniziato. L’album è il riflesso di una sorta di nuovo inizio. Siamo tornati al nostro modo originario di scrivere: chitarre acustiche, una stanza condivisa, il piacere di suonare insieme. Abbiamo smesso di inseguire continuamente nuove soluzioni e ci siamo concentrati maggiormente sulla connessione tra noi e sulle emozioni. Quando suoniamo questi brani dal vivo percepisco qualcosa di familiare e allo stesso tempo di nuovo. C’è una componente nostalgica, ma anche una sensazione di freschezza che rende tutto molto naturale.

Molte vostre canzoni si fondano sull’alternanza e sull’intreccio della tua voce e di quella di Nanna. Mi sono sempre chiesta come decidiate chi canta ogni parte. È una scelta tecnica o dipende anche dal contenuto emotivo e narrativo dei testi?
La verità è che spesso vorremmo entrambi cantare tutto (ride ndr.). Di solito le parti si sviluppano in maniera molto naturale: quando una sembra appartenere maggiormente a una determinata voce, la canzone prende forma da sola. Nell’ultimo album, per esempio, io ho scritto molte delle mie parti e Nanna ha scritto le sue. Questo ha influenzato spontaneamente la distribuzione delle linee vocali. Più che una decisione ragionata, è il risultato del modo in cui il brano cresce durante il processo creativo. A volte proviamo a costruire dialoghi vocali più serrati, ma non è quasi mai qualcosa che pianifichiamo a tavolino. È semplicemente il ritmo naturale della canzone a suggerire la strada.

Nell’ultimo anno avete portato la vostra musica in ogni parte del mondo. Amo i “diari di tour” che condividete sui vostri canali social. Ripensando a questo tour, c’è stato un luogo che vi ha lasciato qualcosa di inaspettato, sia come musicisti sia sul piano personale?
Direi il Messico. Era la prima volta che ci esibivamo lì e l’accoglienza è stata incredibile. Ci siamo trovati davanti a una folla enorme, composta da persone che ci aspettavano con un entusiasmo straordinario. Quando arrivi in un posto per la prima volta e ricevi una risposta così calorosa, è impossibile non rimanerne colpiti. È stata un’esperienza davvero speciale e stiamo già cercando un modo per tornarci.

C’è invece una destinazione che, pur essendo lontana, vi ha ricordato in qualche modo l’Islanda?
La risposta più ovvia sarebbero le Isole Faroe, perché sono geograficamente e culturalmente molto vicine all’Islanda. Ma, pensando a qualcosa di meno scontato, direi il Giappone. Ci sono aspetti che accomunano le nostre culture: il rapporto con il mare, con la pesca, alcuni elementi della cucina e perfino un certo modo di stare in mezzo agli altri. Anche il pubblico giapponese assomiglia in parte a quello islandese. È molto attento, rispettoso, quasi riservato durante l’ascolto. Ovviamente ci sono enormi differenze tra i due Paesi, ma ogni volta che suoniamo in Giappone ritrovo qualcosa che mi ricorda casa.

A proposito di Islanda: come terra natia, quanto continua a influenzare la vostra musica?
Moltissimo. Quando scriviamo, il paesaggio che vediamo mentalmente è quasi sempre quello islandese. Gli spazi aperti, la luce che cambia continuamente, la natura estrema: tutto questo entra inevitabilmente nelle canzoni. Oggi, ascoltando Fever Dream, sento un disco molto diverso. In quel periodo eravamo sempre in viaggio, vivevamo nelle città, attraversavamo continuamente il mondo. È un album che porta dentro quell’esperienza. Questo nuovo lavoro, invece, è nato dopo sei anni trascorsi quasi interamente in Islanda. Abbiamo scritto molto in luoghi isolati, spesso in una baita lontana da tutto. Credo che questa dimensione si possa percepire chiaramente nel suono del disco.

Oltre ai suoi paesaggi straordinari, l’Islanda è diventata negli anni una delle realtà musicali più affascinanti al mondo, con artisti come Björk, Sigur Rós, Kaleo, Ásgeir e naturalmente gli Of Monsters and Men. Come percepisci oggi la scena musicale lì?
Trovo che sia molto vivace. Ci sono tantissimi nuovi artisti interessanti e molti nostri amici stanno pubblicando dischi eccellenti. Oggi è più semplice condividere la propria musica, ma allo stesso tempo è diventato molto più difficile portarla in tour. Vedo alcune delle difficoltà che incontrano le nuove generazioni: viaggiare costa sempre di più e partire senza una struttura alle spalle è complicato. Di conseguenza accadono più cose all’interno del Paese e questo, in un certo senso, arricchisce la scena locale. C’è una grande varietà di proposte: songwriter, musica sperimentale, progetti molto diversi tra loro. È un momento creativo molto interessante.

Tornerete in Italia per due attesissime date. C’è un ricordo che vi lega particolarmente al nostro Paese?
Ho ricordi bellissimi dei concerti in Italia. Prima parlavamo dei pubblici islandesi e giapponesi, che tendono a essere più contenuti durante l’ascolto. In Italia succede quasi l’opposto: c’è una partecipazione molto intensa, molto passionale. È qualcosa che ho sempre amato e che mi rende particolarmente felice all’idea di tornare. Non vedo l’ora di ritrovare il pubblico italiano e condividere di nuovo quell’energia. E poi, naturalmente, c’è tutto il resto: il cibo, i luoghi, la cultura. Ogni volta è un piacere.

Il 24 giugno suonerete all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei, uno dei luoghi più affascinanti al mondo. State pensando a un approccio particolare per il live di quella serata?
Ogni concerto richiede un adattamento e spesso modifichiamo la scaletta in base all’atmosfera che percepiamo. Ma non sono mai stato a Pompei e quindi non so ancora che sensazione mi trasmetterà. Sono molto curioso. In questo tour ci sono parecchie prime volte per me e questa è sicuramente una delle più importanti. Avremo anche un po’ di tempo per visitare il luogo e conoscerlo meglio. Credo che capiremo come affrontare quel concerto una volta arrivati lì.

Il 25 giugno sarete al Sequoie Music Park di Bologna, un festival che mette in dialogo linguaggi musicali molto diversi tra loro. Festival come questo sono spesso occasioni di scoperta non soltanto per il pubblico, ma anche per gli artisti. Ti capita ancora di tornare da queste esperienze con nuove ispirazioni, magari grazie a una band, un suono o un incontro inaspettato?
Assolutamente sì, quando ne abbiamo la possibilità. A volte gli orari sono così serrati che non riusciamo a vedere molto, ma in passato mi è capitato spesso di assistere a concerti o incontrare persone che hanno lasciato un segno importante. È una delle cose più belle dei festival: non sai mai cosa potresti scoprire.

Chromatic Future è il tema che accompagnerà l’edizione di quest’anno del Sequoie Music Park. Se dovessi scegliere un colore per rappresentare gli Of Monsters and Men in questo momento del loro percorso, quale sarebbe?
Verde. Un verde tendente al marroncino. Ma sicuramente verde. È il mio colore preferito e credo rappresenti bene il momento che stiamo vivendo.

E c’è invece un colore, un’attitudine o forse un modo di fare musica che senti mancare nel panorama contemporaneo e che ti piacerebbe ritrovare nel futuro?
Due anni fa probabilmente avrei risposto dicendo che vedevo sempre meno band e sempre più artisti solisti. Era una tendenza che mi lasciava qualche dubbio, anche perché dipende molto dai costi: viaggiare da soli è semplicemente più economico. In questo momento, però, sto vedendo nascere molte nuove band e questo mi rende ottimista. Credo che la musica proceda per cicli e che tutto, prima o poi, ritorni. Fa parte della sua evoluzione naturale.

Little Talks resta il vostro brano più iconico. Com’è cambiato il vostro rapporto con questa canzone?
La vedo un po’ come un vecchio articolo che hai scritto tempo fa. È lì, fa parte della tua storia e gli vuoi bene. La suoniamo soprattutto per il pubblico, perché ormai l’abbiamo eseguita migliaia di volte. Ma continuo ad apprezzarla perché vedo quanto renda felici le persone. E se una canzone riesce ancora a fare questo, allora vale sempre la pena suonarla. Detto questo, noto che oggi non è più necessariamente il momento culminante dei concerti. Molte persone reagiscono con la stessa intensità anche ad altri brani e questa è una cosa che mi piace molto. Ho la sensazione che il pubblico ascolti il concerto nella sua interezza e non aspetti soltanto una canzone. Questo rende l’esperienza molto più coesa e intensa.

La vostra discografia racconta non soltanto un’evoluzione artistica, ma anche un modo diverso di osservare e interpretare il mondo. Molti artisti sostengono che con il passare degli anni diventi sempre più difficile distinguere tra ispirazione e mestiere. Oggi, quando nasce una nuova canzone degli Of Monsters and Men, cosa è cambiato maggiormente: il modo in cui scrivete musica o il modo in cui raccogliete esperienze, emozioni e storie che poi confluiscono nei vostri brani?
Credo sia cambiato il nostro rapporto con l’ambizione. Quando scrivevamo i primi dischi eravamo impegnati a costruire qualcosa di grande. Eravamo in tour continuamente, suonavamo davanti a folle enormi e volevamo attirare l’attenzione. Era naturale. Con questo album ci siamo concessi di essere più rilassati. Le canzoni possono semplicemente esistere per ciò che sono, senza la necessità di diventare sempre più grandi. Penso che questo dipenda dalla maturità, dall’età e dal sentirsi finalmente a proprio agio con se stessi. Oggi siamo più in pace. E quando succede, sono spesso le cose più piccole a diventare le più importanti. E, in qualche modo, anche le più grandi.