Concerti

Ed Sheeran a San Siro, ovvero il mago del pop

Un palco che è rimasto il medesimo: enorme, gigantesco, soprattutto per una persona sola. Sicuro di sé, sorridente, pantalone sdrucito e maglietta, occhio azzurro magnetico, una chitarra ed una pedaliera. Non serve altro. Chiaro, solo se ti chiami Ed Sheeran. «Questo è il più grande live che io abbia fatto in Italia», dice sul palco, poco dopo l’inizio dello spettacolo di fronte al muro di pubblico creato dai tre imponenti anelli (completamente pieni) dello stadio milanese. «Sono partito da Torino con questo tour e ad agosto lo chiuderò a casa mia. Ma questa sera se voi perderete la voce con me io la perderò con voi». Mi guardo intorno, giro per il parterre: chiunque canta, che sia un’adolescente o il padre che l’ha accompagnata, che sia la coppietta innamorata o il gruppo di amiche con la maglietta appena presa allo stand del merchandising.

San Siro s’illumina spesso a giorno ma non con gli accendini, bensì con le luci degli smartphone, segno di quella contemporaneità che a molti fa rigetto ma che è anzitutto il fuoco che anima l’uomo e ne incornicia i momenti importanti: le modalità cambiano, i sentimenti restano imperituri. La scaletta eccessivamente piaciona parte da Castle On The Hill e ben presto arriva al suo ultimo singolo, I Don’t Care: è un’escalation di hit. Metteteci pure un impianto scenografico che regala tantissimo ed eccoti servito uno degli show pop più importante degli ultimi dieci anni (forse venti). Poi c’è lui, da solo su quel palco, col suo talento semplice e solido, con una voce limpida, non artificiosa e priva di vezzi: canta i suoi pezzi che raccontano della sua vita con estrema semplicità di fronte ad un esercitio di sessantamila fan (centottantamila i fan totali accorsi alle tre date italiane).

«Se non conoscete le parole di questa canzone siete venuti al concerto sbagliato», ironozza Sheeran dal palco prima di cantare Thinking Out Loud. In effetti siamo di fronte ad un pezzo entrato di diritto nei classici del pop, come lo è Photograph, che risuona a San Siro come una preghiera collettiva. La chiusura arriva con You Need Me, I Don’t Need You (preceduta da Shape of You, non poteva essere altrimenti) in cui Ed Sheeran scarica tutta l’adrenalina raccolta nell’ora e quarantacinque di live. Sì, insomma, è stato bellissimo.

Cristina Torti
Autore

Da che ho memoria ricordo di amare la musica. Mi piace scrivere, adoro il cinema e le serie tv. Da qualche anno mi dedico anche alla fotografia con una particolare predilezione per gli eventi live.