Opinion musica

Tha Supreme ha intravisto il futuro dei concerti

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”. Quante volte abbiamo letto questa frase de Il piccolo principe? L’abbiamo imparata a memoria alle elementari, e poi è finita sui nostri diari del liceo. Oggi la leggiamo nelle didascalie delle influencer di turno che scattano foto poco impegnate e, nel migliore dei casi, sbadigliamo annoiati per l’ennesima banalissima citazione. Eppure, soprattutto negli ultimi tempi, non c’è niente di più vero. L’invisibile è ciò che apprezziamo di più. Ciò che si mostra poco o affatto, ci porta ad una curiosità feroce. Così, nel torpore di un’edizione soporifera di X-Factor, l’esibizione più interessante è stata fatta da un ologramma. Insomma, un cartone animato ci ha fregati tutti.

Nella scorsa puntata del talent targato Sky, a catturare l’attenzione non è stata la proverbiale saggezza da strada della Maionchi, né la progressiva trasformazione di Malika Ayane in Lady Gaga, e neppure la totale assenza di verve di Sfera e Samuel. A catturare l’attenzione è stato Tha Supreme, o meglio, il suo fantasma. Il personaggio che ha creato per lui, fatto di corna e aureola. Un ologramma che lo rimpiazza, ma solo fisicamente. Nome d’arte di Davide Mattei, Tha Supreme è un rapper e produttore appena maggiorenne (classe 2001), ed è molto restio a mostrarsi publicamente. Il che non è una novità: prima di lui Myss Keta e Liberato avevano già intrapreso questo tipo di discorso, gestendo la loro immagine non gestendola, azionando i meccanismi di quella curiosità feroce che oggi aleggia anche intorno a questo ragazzo di appena diciotto anni.

Eppure Tha Supreme fa di più, e azzarda nel live. Se Myss Keta e Liberato propongono una sostanziale fisicità nelle loro esibizioni, la performance fatta l’altra sera rappresenta un unicum in quest’era discografica. Tha Supreme utilizza un ologramma, e l’azzardo diventa il clue di un’intera edizione. Non è stato certamente il primo ad utilizzare l’espediente dell’ologramma. Frank Zappa, Michael Jackson, Whitney Houston, Amy Winehouse e persino Maria Callas. La loro immagine è stata proiettata in grandi eventi in giro per il mondo e per quanto strano e assurdo, gli spettatori e i fan dimostrano di gradire: il tour con l’ologramma di Frank Zappa ha fatto tappa in tutte le città più importanti dell’Oceano Atlantico, facendo sold out anche al Palladium di Londra.

Un business che non trova opposizioni, né dalle famiglie degli artisti (che incassano i diritti ad ogni spettacolo), né dalle case discografiche e dalle agenzie di booking, che rispondo alla richiesta di tanti fan di rivedere qualcosa che altrimenti non potrebbero rivedere. Nonostante ci possa sembrare tutto così nuovo, gli olo-concerti sono all’attivo da ben otto anni. Era il 2012, infatti, quando il pubblico del Coachella potè assistere all’ologramma di Tupac Shakur sul palco, per una resurrezione digitale che suscitò non poco scalpore. E chi è che non ricorda l’iconica esibizione di Christina Aguilera con l’ologramma di miss Houston sulle note di I’m Every Woman? Ad accumunare tutte queste star, però, non è solo questa trovata tecnologica, ma il fatto che siano tutti già morti e che, quindi, non abbiano potuto in nessun modo fare altrimenti.

L’ologramma ha, di fatto, annullato l’impossibilità oggettiva di potersi esibire ad oltranza, immortalandoli più di quanto non lo abbia già fatto la storia. Tha Supreme punta a questo. All’epicità. Poteva esibirsi, ma ha preferito fare diversamente. Aveva la possibilità di scegliere, ma ha optato per non esserci fisicamente e presentare un cartone animato al suo posto. Ed è chiaro perché questa scelta (che a primo acchito sembra irresponsabile) abbia in realtà avuto un’eco così grande. Se l’intenzione degli ologrammi è quella di eternare l’eredità degli artisti, Tha Supreme ci riesce. E ci riesce facendo qualcosa mai fatto prima con una persona viva, vegeta, e ancora in età scolastica. Ha reso la sua esibizione emblematica, non solo per la sua giovane carriera ma per un programma stesso, che di fatto non apporta novità sostanziali al suo interno da molto, molto, tempo. L’essenziale è invisibile agli occhi, ma il talento si vede benissimo.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.