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“McCartney III” è l’autoritratto ben fatto di un vecchio beatle

Paul McCartney è un vecchio beatle. E la recensione potrebbe finire qui, col giusto valore ad entrambe le parole. Molti hanno già osservato alcuni profili di vecchiaia che non sono stati nascosti (scelta artistica o non si possono più mascherare?), che la voce traballa, a tratti si sente la fatica a tenere l’intonazione e come la caratteristica di one man band mostri pregi ma anche molti limiti (tecnici e non). Però non è solo vecchio, è un vecchio beatle che “fa la sua cosa nella casa” meglio dei tanti alunni/imitatori che si sono succeduti negli anni. Perché quindi non dovrebbe far sentire quei profumi lì, quelle sensazioni lì? Chi potrebbe farlo più legittimamente di lui, o meglio di lui? Ancora oggi la risposta è nessuno. E lo sarà sempre. Per questo Paul fa assai bene a vestire panni che sono da sempre propri prima che altrui e farlo con orgoglio, così come va sicuramente apprezzato il fatto che un uomo che tra due anni ne farà 80, senza il minimo barlume di problemi economici, decida di trascorrere il proprio lockdown a scrivere e suonare una manciata di canzoni, da registrare in solitaria, come più volte (e non solo nei volumi I e II) accaduto.

Una volta premesso tutto ciò e l’amore e la profonda ammirazione che provo per colui che ha inventato molte delle cose che ho ascoltato e suonato in questi decenni, va detto che sicuramente non siamo di fronte ad uno dei dischi migliori di Macca. Egypt Station, il precedente, era sicuramente migliore, e non solo come produzione. La composizione era più fresca e il protagonista era sicuramente più in forma. McCartney III è senza alcun dubbio un’opera coraggiosa, austera e di grande personalità, ma non figlia né di uno stato di forma rimarcabile, né di un’estasi compositiva particolare: Paul non scrive male neanche se si impegna, ma in questo disco non manca solo il capolavoro, mancano anche le canzoni capaci di quell’infinito fascino che più volte Macca ha saputo suscitare. Armonie e melodie un po’ telefonate, già sentite con, come dicevamo, limiti interpretativi sia dettati dall’età che da una capacità strumentistica relativa – Paul non è mai stato Prince, ma questo non sarebbe un problema, solo che anche qui l’età si sente, con un paio di buone eccezioni sia nelle originalità ritmiche, che nelle consuete finezze di chitarra e basso, ma troppo poco per alterare il giudizio generale. Insomma, siamo davanti ad un’opera ordinaria, comunque importante di un vecchio beatle, o di un beatle vecchio. Detto, ovviamente, con infinito affetto e rispetto.