Interviste musica

Alessio Bernabei e la guerra ai Dear Jack: odio eterno o strategia?

La parola hybris indica un’esagerata e arrogante considerazione di sé. Nella serie tv Roma, Marco Antonio dice a Giulio Cesare: «Sono contento che tu sia così sicuro di te. Qualcuno la chiamerebbe hybris». E Cesare ribatte: «Sarà hybris solo se fallirò». Parlando con Alessio Bernabei, quello che emerge è la sua determinazione a coltivare una maggiore fiducia in sé stesso, e persino una certa audacia. Lo ascolto incuriosito: a volte parla di sé con modestia e attenzione, a volte si dissocia, parla di sé stesso in seconda o in terza persona, come se la storia che stesse raccontando non fosse la sua. Una cosa è certa: non c’è nessuna guerra con i suoi vecchi colleghi, e lui non è Marco Antonio.

Immagino che dopo aver dichiarato «i Dear Jack mi stavano tutti sul cazzo» qualcosa sia successo.
C’è chi dice che sono stato coraggioso a raccontare la verità. L’ho detto in modo un po’ rock & roll, ma ho detto la verità.

Che effetto ti ha fatto vederti rimbalzare per tutte le testate con una dichiarazione del genere?
Ammetto che è stato un titolo molto duro, però che devo fare?

Hai ricevuto nessuna chiamata dagli altri componenti della band?
La mattina, appena è uscito l’articolo, l’ho mandato a tutti i miei ex colleghi dicendogli «vi voglio bene».

E loro?
Si sono fatti ‘na risata. Anche loro hanno detto che in fin dei conti è vero, quando ci siamo sciolti nel 2015 ci stavamo tutti un po’ sulle palle. Un po’ per il contesto, un po’ per tutto il resto.

Everest rappresenta un cambiamento, la volontà di prendere le distanze da ciò che rappresentavi, ma non da ciò che sei.
Ho deciso di mettere più emotività nei pezzi e di essere meno superficiale. Sicuramente è l’inizio di una consapevolezza nuova e diversa. È un purificarsi da quello con cui mi sono sporcato un po’ in questi anni, quindi robe superflue, superficiali, robe fatte da un ragazzo più piccolo. Spero sia l’inizio di una nuova direzione musicale.

Oggi chi sei?
Oggi sono un ragazzo che ha paura di crescere perchè è un po’ un eterno Peter Pan, ma allo steso tempo ho voglia di maturare e di evolvermi. Anche nel video di Everest parlo di un viaggio che fa l’essere umano, che è fatto di ostacoli prima di arrivare alla meta. Però questo viaggio bisogna apprezzarlo, non farlo è un peccato.

Facendo un piccolo ripasso delle cose che hai dichiarato ultimamente, ce n’è qualcuna che mi ha colpito, soprattutto per l’onestà. «La gente se non gli dai canzoni nuove che cazzo ti deve seguire a fare».
La musica ti porta ad essere un personaggio pubblico, un influencer, quindi Instagram e followers. Però, fondamentalmente, vorrei lavorare tanto sul lato musicale e artistico più che sul lato social, anche se sono una parte importante del mio lavoro. Vorrei far vedere una parte fragile che ha fame di scrivere e far vivere le sue emozioni dentro le canzoni.

Se un cantante arriva a pensare che oltre la musica non c’è altro per cui valga la pena seguire un artista, è perché evidentemente oggi la musica è passata in secondo piano.
Ci sono artisti che non vengono tanto seguiti per la foto su Instagram, ma perché le canzoni dicono cose importanti e non vedi l’ora di andare ad un loro concerto. Vorrei essere proprio quello adesso.

Non pensi che ad un certo punto della carriera, un reality sia indispensabile per garantirne il proseguo?
Dipende, giudice in un programma musicale che ben venga, perché comunque si parla di musica, un reality invece fondato sullo stare dentro una casa o un’isola, già mi mette di più a disagio. Non tanto per il contesto ma per come sono fatto io, nel senso che mi sentirei un pesce fuor d’acqua.

Dici così perché hai paura possa venir fuori una parte di te in particolare?
Mi sentirei a disagio nello stare in quel contesto, vorrei tornare a casa dopo la prima ora, anzi dopo dieci minuti. Ho bisogno dei miei spazi, sono molto casalingo, prendo la chitarra, la notte scrivo. Mi mancherebbe quella parte lì.

Ti sei fatto un’idea sul perché i riflettori su di te si sono progressivamente spenti?
Diciamo che la moda passa. Se sei l’artista che in quei due anni scala le classifiche, se sei un prodotto teen idol fatto per i teenagers, non puoi rimanere sempre sulla cresta dell’onda. Ci sono degli up and down.

Uno vi immagina con una carriola piena di soldi, e invece scopriamo oggi che non era proprio così. Non vi davano quanto vi spettava, dico bene?
Non credo ci sia un artista soddisfatto, uno vuole essere sempre milionario dopo due secondi. Economicamente parlando, non mi sono mai lamentato. Poi che non prendevamo quanto dovevamo è un’altro discorso. Ma io ringrazio di non essere diventato ricco a 21 anni. Molte volte i soldi rovinano la persona, ti distruggono.

Dici che ad un certo punto eravate assuefatti dalle urla delle ragazzine in studio e che il successo era quasi una cosa scontata. Ti è mai sembrato come se ció che vi avesse garantito la notorietà vi avesse condannato anche a togliervela?
Io ringrazierò sempre il contesto che mi ha fatto raggiungere la notorietà a livello musicale. Da Amici a tutte quelle cose che hanno dato risonanza a quello che facevamo. Sta a te non fartelo togliere (il successo ndr.). Poi ovviamente non puoi stare sempre sulla cresta dell’onda, arrivano i momenti bui e ci si lavora per uscire.

La musica è chiaramente il tuo destino, ma ci sono mai stati dei momenti in cui hai messo in discussione anche questo?
Ci sono stati momenti di crisi negli anni, in cui ti chiedi se stai facendo la cosa giusta, se sarà per tutta la vita. Non mi sono mai sentito invincibile; ho avuto anche quei momenti, ma sono stati passeggeri. Il break con i Dear Jack è stato un salto nel buio. Il nome Dear Jack era un brand enorme e quando ti rimetti in gioco con il tuo nome di battesimo te la fai sotto. Ti chiedi se ce la farai, è inevitabile. Poi c’è stato quel Sanremo con Noi siamo infinito. La canzone è andata molto bene e ho tirato un sospiro di sollievo.

Hai detto: «È come essere un iPhone 4, quando poi esce il 5», il guaio è che quest’anno è uscito l’iPhone 12. Il problema è stato non avervi preparato a sufficienza a questa eventualità oppure aver creato un prodotto con una data di scadenza ben visibile?
Noi lo sapevamo ma non ci rendevamo conto. Un ragazzo di vent’anni, una volta che lo porti sul palco del Forum di Assago, pensa che sarà quello per tutta la vita. Poi ne escono altri 7 di iPhone. Con la giovane età non te ne rendi conto, ma dopo un po’ lo capisci bene. Quando stai nel turbinio del successo iniziale hai solo fame di successo.

Provi mai rabbia verso il pubblico che ti ha voltato le spalle quando è arrivato l’ennesimo prodotto di un talent?
No anche perché non puoi decidere chi ti segue e chi no. Ci sono persone che segue sempre la stessa musica e chi apprezza anche altri artisti. Io stesso sono un tipo che non ascolta sempre lo stesso artista. Ogni anno ne scopro di nuovi e ne seguo altri. Parlare di rabbia è eccessivo.

Se ti voltassi indietro, cosa diresti all’Alessio del passato?
Le cose vanno come vanno e non puoi farci niente, devi semplicemente accettare le cose che non puoi cambiare. Credo che doveva andare così e sono felice perché è grazie a quel percorso che sono una persona più consapevole e felice.

Ti sento sereno, quindi niente scazzottate tra colleghi?
Alle persone piace far vedere la guerra tra artisti o ex colleghi, piace marciare su queste cose. Noi non abbiamo mai avuto tutto quest’odio che la gente pensa. All’inizio non ci sentivamo per imbarazzo, perché non sapevamo che dirci. Abbiamo vissuto grosse cose insieme, troppo grandi da essere dimenticate.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.