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Perché ai Grammy c’è spazio per Beyoncé e non per The Weeknd?

Lo scrittore Marcel Proust era un tipo sensibile, emotivo, sognatore, timido e creativo. Forse anche per questo non era un buon soldato. Durante il suo servizio nell’esercito francese, si classificò al 73esimo posto in un plotone di 74 soldati. D’altra parte, il suo complesso romanzo in sette volumi, Alla ricerca del tempo perduto, è una delle opere letterarie più influenti del Novecento. Nel giudicare il suo valore come essere umano, dovremmo tenere più conto delle sue scarse doti militari o delle sue eccezionali doti letterarie? La seconda, ovviamente. Nonostante questo, Proust non ha neanche mai vinto il premio Nobel per la letteratura. Preso a male? Diciamo non troppo. I Grammy, in un certo senso, sono un po’ come il Nobel per gli scrittori: il premio più ambito di tutti, quello che corona una carriera. Non sono certamente fondamentali però, e a riprova di questo ci sono artisti che vivono una fiorente carriera artistica senza una statuetta a forma di grammofono sul caminetto. Ma vedere The Weeknd non ricevere neanche una candidatura è stato come vedere Giulia De Lellis prendersi un Nobel al posto di Proust. Un incubo. Nonostante non sia un suo fan accanito, è innegabile che questo 2020 sia l’anno di svolta dell’artista canadese. After Hours, l’ultimo album, è stato uno dei maggiori successi commerciali dell’ultimo anno con 1,8 miliardi di stream complessivi. Il singolo maggior successo, Blinding Lights, ha totalizzato oltre 2 miliardi di ascolti intasando per mesi le radio di tutto il mondo. Nonostante questi dati, nonostante gli eventi e le performance fatte ai Video Music Awards e agli American Music Awards, e persino nonostante l’annuncio della sua presenza come performer nel prossimo Super Bowl’s Halftime Show, The Weeknd non ha ricevuto alcuna candidatura. Snobbato e ignorato come un sacchetto di noccioline in un rinfresco matrimoniale a Buckingham Palace.

Proprio per questo, su tutte le furie, il cantante già vincitore di tre Grammy si è fatto prendere i 15 minuti e ha tuonato su Twitter così: “Il sistema dei Grammys è corrotto. Voi dovete a me, ai miei fan e a tutta l’industria maggiore trasparenza”. Statuario. Granitico e furioso allo stesso tempo. Il Presidente della giuria dei Grammy, Harvey Mason Jr, ieri sera in un’intervista ha cercato di spiegare come mai The Weeknd non è stato nominato: «Per la storia di The Weeknd voglio dire che ogni anno hai solo un certo numero di persone che puoi nominare per ogni categoria. Non puoi inserire una lista lunga di artisti in ogni categoria. Non è che snobbiamo una persona o un’altra, si tratta solo di trovare l’eccellenza». Giustificazione che, ovviamente, fa acqua da tutti i buchi. Nonostante le pezze a colori, il marcio in questa storia è ampiamente giustificato dalla onnipresenza di Beyoncé, che anche quest’anno fa incetta di nomination. Il web insorge, letteralmente. Si chiede com’è possibile che Beyoncé abbia nove candidature con l’album de Il Re Leone e The Weeknd zero con un disco che contiene pezzoni come Blinding Lights e Heartless. Non c’era dell’eccellenza nella nuova musica di Abel? Nemmeno per riuscire ad infilarlo in una sola categoria? Ma soprattutto, cosa c’entra Beyoncé? Oserei dire che Beyoncé c’entra sempre in qualche modo, e questo lo hanno capito anche gli organizzatori della serata dei Grammy, che ogni anno, puntualmente, trovano il modo di farcela entrare (forzatamente, aggiungerei). In che modo? Nominandola in categorie a caso. Nel 2017 ad esempio, Don’t Hurt Yourself, fu nominata in Best Rock, accanto ai Twenty One Pilots e David Bowie. Per l’edizione 2020, Beyoncé è stata nominata, a buona ragione, per The Gift. Ma, giusto per farci entrare qualche nomination in più, viene rinominata con lo stesso album a distanza di un anno per l’edizione successiva. Cosa che capita, effettivamente, ma non in maniera così puntuale come per lei.

Quindi la domanda giusta da porsi sarebbe la seguente: possibile che per la moglie di Mr. Carter ci sia sempre così tanto spazio, e per artisti come Eminem, Kesha, Selena Gomez, Katy Perry e, soprattutto, The Weeknd, non ci sia neanche l’ombra di un posticino? Prima però di dire altro, è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare. I pezzi di Beyoncé sono validi e ben prodotti, nonostante non siano particolari hit. Nessuno metterebbe al posto del suo nome quello di Selena Gomez (a parte i fan di quest’ultima). E soprattutto, nessuno mette in dubbio il suo talento e le sue capacità artistiche. Il punto è che prese da sole, queste capacità, non giustificano la sua totale onnipresenza. Qualcuno potrebbe obiettare che, alla fine della fiera, di tutte le nomination avute Beyoncé vince ben poco (dall’alto delle sue 24 statuette). E allora, che responsabilità ha davvero Miss Carter? È anche lei, più o meno consapevolmente, la pedina di un sistema corrotto che premia l’esclusiva televisiva e lo show piuttosto che il talento? Ripensando al nostro amato Proust, che di premi ne ha vinti pochi, c’è una frase che calzerebbe veramente a pennello. Dice che l’unico vero viaggio consiste nell’avere nuovi occhi. Che sia quindi il momento giusto per guardare a quest’industria per ciò che è, con occhi nuovi. Gli occhi di chi non vuole farsi prendere in giro, mai più.