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“Ghettolimpo” è il viaggio nella rivoluzione musicale di Mahmood

Lituania, settembre 2019, Erasmus. Sono in un club della repubblica baltica quando sento risuonare la hit con cui Alessandro Mahmoud ha vinto il Festival di Sanremo e successivamente partecipato all’Eurovision sfiorando la vittoria. Nel locale pieno di universitari internazionali, che sembra quasi scoppiare fin dalle prime note, tutti riconoscono Soldi e cantano improvvisando un italiano influenzato dai molteplici accenti europei e non. In quell’esatto momento realizzo quanto quell’artista milanese classe 1992 si è affermato nel panorama musicale europeo. La conferma definitiva l’ho avuta quasi un anno dopo, in un piccolo paesino del Pais Vasco in cui ho sentito un’intera folla spagnola, di fronte ad un bar, cantare Dorado. Ma fin dove può arrivare questo giovane cantante dalle origini sardo-egizie? Ghettolimpo è la risposta a questa domanda che mi son posto ormai più di trecento giorni fa. Il disco recentemente pubblicato è la tesi sperimentale di Mahmood, che ha voluto abbandonare gli schemi ed il ruolo che la stessa musica pop italiana avrebbe voluto cucirgli addosso. I nuovi suoni spaziano tra elettronica, pop, R&B, rap e cori folkloristici sardi, mentre dal punto di vista estetico Alessandro ha imboccato la strada della maturità in merito all’iconografia e l’immaginario che vuole ricreare, tra riferimenti ad anime giapponesi e divinità pagane.

Gli artisti che Mahmood decide di affiancarsi nella propria scalata all’Olimpo donano al racconto dell’impresa tutte le interpretazioni necessarie per comprendere pienamente le gioie ed i dubbi che hanno segnato il passaggio da Gioventù Bruciata, il suo album d’esordio del 2019, all’attuale Ghettolimpo. I nomi degli ospiti spaziano dal “famoso” Sfera Ebbasta, passando per Feid e WoodKid, per arrivare a nomi del calibro di Elisa e Dardust. Quest’ultimo cura gran parte delle produzioni e le rimanenti tracce sono affidate a Katoo e al duo MUUT, i quali completano il fitto intreccio del tappeto musicale su cui Mahmood posa i passi che lo conducono fuori dal ghetto. L’ascolto dei tredici brani, che compongono la tracklist del disco, è da vivere in modo sequenziale; come fosse un videogioco dove ogni traccia rappresenta un livello, con le relative ambientazioni e i boss da sconfiggere per proseguire. La demo che ha anticipato il gioco completo offriva al pubblico un assaggio del cambio di rotta rispetto alle sonorità e la concezione artistica dell’Alessandro che ha vinto il festival della musica italiana nel 2019, prima con Rapide, poi con Dorado e nei mesi successivi con Inuyasha, Zero e Klan.

I livelli inediti più avvincenti riempiono la cornice del quadro in cui Mahmood si specchia nel tentativo di capire cosa è diventato. La title track Ghettolimpo ricorda inizialmente l’adan di un minareto islamico, su cui l’artista si arrampica per annunciare il conflitto tra il successo conquistato e la parallela perdita della serenità e felicità. L’avventura prosegue poi in Baci dalla Tunisia che rivela un lato dell’inconscio di Alessandro, intento ad analizzarsi per fornire una chiave di lettura all’ascoltatore e prima ancora a se stesso. Il climax viene raggiunto in T’amo, la traccia dedicata alla madre e le sue origini sarde. Il ritornello è tratto dalla poesia No Potho Reposare, cantato in lingua sarda e accompagnato sul finale dal coro femminile Intrempas di Orosei, paese natio della madre. La composizione crea un clima spirituale e quasi sacro, impreziosito dal suono delle launeddas (cornamuse tipiche del nord della Sardegna). Il brano in questione è la massima espressione della maturità e della consapevolezza artistica raggiunte da Mahmood, che si congeda per poi spiccare il volo in Icaro è libero: un ultimo canto di libertà in cui l’artista milanese adatta le sue ali e abbandona gli schemi che hanno provato a intrappolarlo nel labirinto del mercato musicale italiano.