Opinion musica

Billie Eilish non è mai stata così felice, ma non ha ancora trovato la pace

Una precisazione prima di parlare di Happier Than Ever; questo progetto non va paragonato con il disco d’esordio, When We All Fall Asleep, Where Do We Go?. Billie è ora maggiorenne, non registra più nello studio attrezzato nella vecchia stanza di suo fratello Finneas, che come lei non vive più nella casa dei genitori, dove entrambi sono cresciuti. Happier Than Ever travolge inizialmente l’ascoltatore con un racconto a tratti ironico, ma consapevole, della realtà in cui ora vive Eilish. La regina dell’alternative-pop si muove consapevolmente tra la narrazione degli abusi subiti e la presa di coscienza di ciò che è diventata e del suo ruolo. Questa crescita e questo processo di maturazione intrapreso non precludono all’artista diciannovenne di legare saldamente i nuovi brani con ciò che ha scritto negli anni, restituendo quindi un senso di continuità con il suo passato; un esempio lo si trova in I Didn’t Change My Number, il brano in questione riprende il filone telefonico che emergeva in When the Party’s Over e ancora prima in Party Favor.

La giovane star losangelina, la cui vita è cambiata in maniera irreversibile nel corso degli ultimi tre anni, si lamenta di ciò che le è stato rubato nella sua infanzia, degli effetti collaterali della fama che l’ha travolta così giovane. In un’intervista dice: «Ero una ragazza e volevo fare cose da ragazza. Non volevo non essere più in grado di andare al fottuto centro commerciale o in un negozio. Ero molto arrabbiata e per niente grata di ciò». Questo drammatico, ma comune aspetto emerge in più tracce, particolarmente in Billie Bossa Nova, in cui Billie e Finneas creano volontariamente una storia su tutto ciò che la vita di una star mondiale deve tenere in conto, quando si tratta di trovarsi in spazi pubblici. In casa O’Connell Billie non è l’unica ad essere cresciuta e maturata, suo fratello Finneas arricchisce Happier Than Ever, così come aveva magistralmente fatto nel pluripremiato When We All Fall Asleep, Where Do We Go?, ma le produzioni ora sono caratterizzate da una prevalenza elettronica, rispetto alle chitarre acustiche ed il piano a cui ci eravamo tanto affezionati con l’album d’esordio. Il tappeto musicale di questo secondo disco crea affascinanti paesaggi sonori elettronici che percorrono ogni muscolo ed ogni nervo del corpo. I synth delicatamente pizzicati e le distorsioni sonore si sposano con l’intramontabile effetto ASMR del respiro di Billie Eilish. Questo mix delicato e apparentemente fragile ci proietta verso l’emisfero più trascendentale dell’album, il cui equatore si trova in corrispondenza di Halley’s Comet.

Da questo punto in poi comincia un viaggio emotivo caratterizzato da sensazioni contrastanti, prima il monologo di Not My Responsibility, un manifesto di Billie sull’oggettificazione del proprio corpo e le scelte riguardo al suo abbigliamento da parte del pubblico. L’argomento vive un’ulteriore trattazione, questa volta il destinatario delle sue parole sono i media ed il loro modo di trattare le celebrità. In una riproduzione sequenziale, com’è giusto che gli album vadano ascoltati, raggiungiamo ora il climax di Happier Than Ever: Everybody Dies. La traccia numero undici è – volendo andare in contro a quanto precisato all’inizio – la Listen Before I Go di questo progetto. Eilish parla con maturità spiazzante della morte, della sensazione di abbandono e lei stessa ha dichiarato che questa canzone la fa sentire felice e triste allo stesso tempo. Eilish ha elaborato che tutto finisce, prima o poi, e questa cosa la tranquillizza per certi versi. Ora ci è ancora più chiaro come ogni pezzo di questo mosaico sia delicato, sensuale e tiene perfettamente bilanciati la vulnerabilità e il comportamento autoprotettivo e sicuro di sé. I racconti sono tratti, come Eilish stessa ha dichiarato, da sue esperienze personali e quelle di persone che lei conosce.

Il viaggio volge al termine e ci si prepara a tornare alla realtà, ma proviamo a fissare nella nostra mente alcune immagini prima di avventurarci in un ulteriore ascolto. Il semplice fatto di poter ascoltare questo disco non è poi così scontato, in The World’s a Little Blurry era sconcertante scoprire quanto sia stato logorante per Billie la scrittura di When We All Fall Asleep: «Odiavo scrivere, odiavo registrare, letteralmente lo odiavo. Non avrei fatto più niente, mi ricordo che pensavo che non c’era alcun modo che avrei fatto un altro album dopo quello, assolutamente no». Eppure siamo qui a parlare del suo secondo disco, che è nato in un clima completamente diverso dal precedente. Nessuna scadenza da parte della major, nessuna pressione da parte dei discografici, solo Billie e Finneas nel loro nuovo studio a fare quello che gli riesce meglio; incontrarsi, scrivere, ridere, suonare, mangiare, registrare, giocare e di nuovo da capo. Happier Than Ever è nato in maniera spontanea, senza una selezione tra decine di brani registrati, ma i sedici che abbiamo modo di ascoltare sono gli unici su cui i fratelli O’Connell hanno lavorato. Billie Eilish è ora più felice che mai, ma questo non significa che sia la persona più felice di sempre, piuttosto che è più felice di quanto sia mai stata lei e questo è qualcosa che non possiamo che apprezzare, e quando sentiremo la mancanza della Billie dai capelli verdi possiamo sempre riascoltare When We All Fall Asleep, Where Do We Go?.

Ismail Ezzaari
Autore

Ascolta musica rap da prima ancora che potesse capirla, nel tempo libero impara nuove lingue e ha un planisfero su cui prova a grattare ogni singola nazione.