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Vasco Rossi a Roma, l’ultimo dominatore degli stadi

Quando Vasco sale sul palco lo stadio romano è completamente pieno. Curve, distinti, prato, tribuna: non c’è un posto libero. D’altronde stiamo parlando della stessa rockstar che undici mesi fa ha portato duecentoventimila persone nel cuore di Modena in one fell swoop (direbbero gli inglesi). Chiunque dopo un evento epocale come quello si sarebbe fermato; se non per ricaricare le energie almeno per far crescere l’attesa tra i fan. Invece no, Vasco in fretta e furia ha prenotato cinque stadi che sono andati ovviamente sold out nel giro di una manciata di prevendite. L’inizio è esplosivo: “Cosa succede, cosa succede in città/C’è qualche cosa, qualcosa che non va”, canta in una Roma completamente mutata dall’ultima sua apparizione (due anni fa con il Vasco Live Kom ‘016). Ma Vasco è un precursore; lo era negli anni Ottanta, lo è ancora oggi. «È una canzone ancora molto attuale. Pensiamo alla situazione che stiamo vivendo proprio adesso: la confusione, per esempio, ce n’è davvero un bel po’ in giro e anche di cose che non vanno». La setlist è un turbinio di emozioni fortissime, dall’industrial rock (come lui stesso l’ha definito) di Blasco Rossi alle note delicate di E adesso che tocca a me (che non cantava live da dieci anni).

A sessantasei anni Vasco è l’ultimo dominatore degli stadi italiani: l’unico capace di riempire per una, due, tre o quattro volte i templi della musica live. E lo fa senza scendere a compromessi di nessun tipo con nessuno. Lo si capisce quando di fronte ai sessantamila dell’Olimpico attacca Fegato, fegato spappolato in una nuova veste metal subito seguita da Enter Sandman dei Metallica. Ascoltando la scaletta dalla prima all’ultima canzone si percepisce l’aria di libertà intorno alla quale è stata ideata: dentro molto passato ma anche presente. Un racconto di quarant’anni di carriera, quarant’anni di rock. Quarant’anni sempre sulla cresta dell’onda senza mostrare mai un cenno di cedimento. Sul palco una band (quasi) inedita. A Frank Nemola, Matt Laugh, Alberto Rocchetti, Stef Burns e Vince Pàstano si è aggiunta Beatrice Antolini, multistrumentista nata e cresciuta in mezzo al rock e Andrea Torresani, entrato in extremis subito dopo il malore di Claudio Golinelli. Una macchina da guerra (o meglio, da rock) ben rodata che incastra alla perfezione tutti i suoi ingranaggi. Ma il Re della festa resta lui. Un flusso comunicativo (il suo) che si limita alla sola musica. Il rock del medley lascia spazio a Vivere non è facile, track one di Vivere o niente che oggi più di allora racconta il periodo più buio della sua carriera. Ma Vasco si è rialzato, più forte (e rock) di prima. Un ritorno che racconta con Sono innocente ma: “Sparatemi ancora/Così vedremo chi cade chi perde chi ruba e chi sorride e c’ha la pelle dura”, urla ai sessantamila dell’Olimpico.

Vasco Rossi a Roma, foto di Valeria Magri

Quel che è certo è che Vasco abbatte i gap generazionali e – pur mantenendo molto del cliché live col quale ha raggiunto la vetta – riesce a rinnovarsi anche stavolta. A testimoniarlo i decibel nei ritornelli di Un mondo migliore e Come nelle favole dove il popolo del Blasco dà prova di fedeltà raccogliendo l’invito di un rocker contemporaneo, maturo e brizzolato al quale non è balenata mai in testa l’idea di soffocare la propria vena rock. Il concerto viaggia forte. Con C’è chi dice no, Gli spari sopra e Domenica lunatica Vasco abbandona per un attimo l’esperimento metal e torna al rock. I bis sono un colpo al cuore: Senza parole, Sally e Siamo solo noi. Albachiara arriva puntuale sul finale (subito dopo Vita spericolata e Canzone). L’inno conclusivo dei sessantamila dentro lo stadio… e tutto il mondo fuori