dark mode light mode Search Menu
Search

Le confessioni rock di Manuel Agnelli

Da un artista come Manuel Agnelli ci si aspetta sempre molto. Per la sua storia, per l’immagine pubblica che si è costruito e per la serietà costante con la quale si approccia al suo universo. An Evening with Manuel Agnelli (lo show che sta portando in tour insieme al violinista e polistrumentista Rodrigo D’Erasmo) racchiude tutto questo. Preceduto da un intro classica (nel vero senso della parola) Manuel si presenta sul palco. «Essere qui e vedere come il pubblico sia presente, nonostante non ci sia un disco in promozione, per me è un attestato di grande stima da parte del pubblico», esordisce subito dopo aver eseguito The Killing Moon degli Echo & the Bunnymen.

«Ho rinunciato ad un sacco di cose per suonare. Trentacinque anni fa mi sono imposto di battermi per avere il mio linguaggio libero». Male di miele è sicuramente un buon esempio della scrittura di Manuel e dei suoi Afterhours. Una band che ha segnato (e continua a segnare) la storia del rock indipendente italiano. «Hai paura del buio? è il nostro disco più famoso. È un album che nessuno voleva pubblicare all’epoca. Ci siamo indebitati per registrarlo. In quel periodo la fidanzata mi aveva lasciato, mi avevano licenziato e vivevo sopra un magazzino di un negozio di animali, come un maledetto bohémien. Ma io non volevo vivere così, nessuno lo vuole. Volevo avere successo. Ed in tanta disperazione sono riuscito a scrivere brani allegri».

La narrazione di Manuel prosegue. Racconta dei suoi miti, Cobain è il primo: «L’inizio degli anni novanta è stato un momento incredibile, pieno di speranza. Il muro di Berlino era caduto, in medio oriente sembrava arrivasse la pace, Mani Pulite stava facendo pulizia e la musica dei Nirvana era in vetta alle classifiche. Era la nostra musica, quella che suonavamo ed era in vetta. Ma poi Cobain è morto e con lui tutte quelle speranze. E le cose hanno cambiato direzione e sono decisamente volte al peggio». Per ogni diapositiva c’è un brano di riferimento e allora ecco You Know You’re Right dei Nirvana.

In poco più di due ore si passa dall’ammirazione per Lou Reed a quella per Elvis Costello e Springsteen. Dal giro per l’Europa fatto in gioventù «con l’unico scopo di trombare. Perché in Italia era come scalare una montagna, invece in Germania mi saltavano addosso» alle avventure londinesi. Il tutto condito da cover eseguite con maestria e con una personalità inconfondibile. E poi c’è quel suo curriculum artistico che vanta la collaborazione con Mina in persona: «Era il novantasette quando ho ricevuto una telefonata: “Pronto? Sono Mina Mazzini”. Pensavo mi stessero prendendo per il culo. Invece era lei veramente e si stava pure incazzando perché non le credevo», ammette. «Voleva fare la cover di un nostro pezzo. Siamo stati a Lugano a casa sua. Ha cucinato per noi ed abbiamo giocato con i suoi nipoti. Ero gasatissimo e le promisi almeno sette o otto pezzi a stretto giro. Invece mi ci sono voluti dodici anni per fare un solo pezzo adatto a lei».

Non manca un riferimento agli ultimi anni televisivi: «In questi anni di talent e televisione ho sentito tanta musica contemporanea, quasi tutta di merda. Per fortuna mia figlia ogni tanto mi fa scoprire qualcosa di buono, come Lana Del Rey», afferma prima di attaccare un’incredibile versione di Video Games. Pochissimi gli smartphone alzati, moltissime le persone che hanno cantato tutta la sera, attente ad un riassunto intelligente, disincantato e sarcastico di una vita dedicata alla musica (e non allo show business, quello è arrivato dopo). Non è per sempre e Quello che non c’è sono gli ultimi due brani in setlist. E anche se la sua musica non sarà presente, speriamo duri il più possibile.