Interviste

Michael Stipe: «I R.E.M. sono un capitolo chiuso»

Ci sono voluti otto anni prima che Michael Stipe riprendesse in mano la sua carriera; niente mosse di marketing plateali, niente major discografiche a pubblicizzare il ritorno ma solo quel bisogno incondizionato di fare musica senza filtri. Questa stessa semplicità si ritrova anche in Your Capricious Soul, il singolo (non inedito, però: Stipe l’aveva già cantata alla Webster Hall di New York all’inizio di quest’anno) che ha dato il via al nuovo corso senza Peter Buck e Mike Mills: «I rapporti con loro sono buoni», ci racconta durante il primo incontro con la stampa italiana da non so quanti anni a questa parte. «Incontrerò Mills proprio domani sera a Londra per una cena, siamo ottimi amici, ma il tempo di quella band è finito. Basta».

Your Capricious Soul è un brano anacronistico in cui canta: “So you post post post on the weekend / And you pretend you are a seeker / When they all come loving and looking”. Ma già diciotto anni fa, coi R.E.M., Stipe raccontava delle condizioni della società alle prese con il presente; la canzone si intitolava The Lifting e recitava frasi del tipo: “This conceit these systems of belief / Your counselor agrees / You always mark these boundaries now you’re free / And with relief” e “Locked into a conference room / We’re only what our minds assume / And rationale is leaving you”. Il singolo – ci tiene a precisare – non è né l’inizio né la fine di qualcosa: nessun album all’orizzonte, nessun tour da solista. «Non ho fretta e non sento la pressione di far uscire uno dopo l’altro i miei singoli. Vivo la musica come una passione quindi chiedo ai miei fan di non trattenere il respiro ma di godersi il viaggio».

Nonostante Stipe sia celebrato per il suo contributo al mondo dell’indie rock, le sue radici sono radicate nella fotografia; creato insieme a Douglas Coupland, l’ex R.E.M. sta per pubblicare Our interference times: a visual record (fuori per Damiani Editore), un «disco per immagini» (come lui stesso lo definisce) in cui si interroga su come la cultura analogica interagisca con la cultura digitale: «Sono due mondi che non sempre riescono a parlarsi con le parole giuste. Molti temono il cambiamento digitale, io no. Io sono ottimista e sono convinto che questo cambiamento possa portare solamente conseguenze positive» dice. «Credo nell’arte senza vincoli, forse per via degli insegnanti che ho avuto negli anni settanta, vecchi hippie che cercavano di trasmetterci i valori che oggi ritrovo nel movimento Extinction Rebellion», a cui andrà il ricavato delle vendite del libro fotografico ma anche le royalty del primo anno di vendite di Your Capricious Soul.

Stipe non cita mai i R.E.M. anche se una parte di lui vorrebbe tornare negli scantinati di Athens, in Georgia, dove trentanove anni fa si sono formati. No internet, quindi, ma anche no cellulari ma soprattutto no social: «Uno dei miei migliori amici una volta mi ha detto che stare su Instagram è un lavoro a tempo pieno. Bene, io ho rinunciato già tre volte a questo lavoro», dice. «Non mi piacciono i social ma soprattutto non mi piace il modo in cui vengo fuori. Non sono mai stato neanche su Twitter e non mi piace il modo in cui viene utilizzato, soprattutto da Trump. Magari se due anni fa gli fosse stato impedito di utilizzarlo oggi vivremmo in un mondo diverso». Insomma, Stipe oggi è libero da tutto e ci tiene a ribadirlo: «L’indipendenza è parte di una mitologia in cui credo fortemente». E questo spiega anche perché ha scelto di non far uscire il suo primo singolo sulle piattaforme streaming (anche se, rassicura, prima o poi ci arriverà, forse il prossimo anno): «Spero che questo mio gesto possa gettare luce sul fatto che l’indipendenza è un valore fondamentale».

Emanuele Camilli
Autore

Nasce nel marzo di un anno dispari. Il primo album che acquista è... Sqérez? dei Lunapop. Il suo sogno? Vedere i fratelli Gallagher ancora una volta insieme su un palco.