Interviste

Niccolò Fabi è ancora il primo della classe

Niccolò Fabi, foto di Chiara Mirelli

Quando dai tutto te stesso – componendo testi e musiche – quando l’onda emotiva sale così tanto, capita di convincersi di non poter andare oltre. Così, in questi due anni di silenzio, Niccolò Fabi ha dapprima staccato la spina per poi riattaccarla cercando di esplorare nuove frontiere per la sua musica. Preceduto da due pezzi meravigliosamente intensi (Scotta e Io sono l’altro), il cantautore romano torna con un nuovo album d’inediti – l’undicesimo della sua carriera – in cui si allontana da tutto quello fatto fino ad oggi. «Ho provato a sperimentare, ad approcciarmi diversamente alla scrittura», dice. «Ho tentato di andare in un luogo più freddo, elettronico. Non per fare un disco di musica elettronica, chiaramente. Ho collaborato con diverse persone ma i risultati non sono stati convincenti. L’evoluzione non è andata a buon fine, quindi. L’unica canzone del tutto di quella fase è Amore con le ali, scritta con Costanza Francavilla. In quel caso sono riuscito a trovare un buon equilibrio. Insomma, ho fatto il giro del palazzo e sono tornato sotto casa».

Mi pare di capire che Una somma di piccole cose sia stato per te una sorta di demone
Finito tutto quello che riguardava l’ultimo disco ho avuto la sensazione di aver chiuso una parte importante della mia vita e la prima fase è stata poprio quella dell’allontanamento dall’essere cantante. Avevo la sensazione di aver chiuso quella vena e non volevo diventare il cantore di quel tipo di intimità; più vai in profondità e più trovi tutti gli altri perché in profondità siamo tutti uguali. Ma andare lì è tosto, sia per me che lo faccio che per la restituzione dagli altri: è un onore enorme farlo, ma è difficile. Non mi sceglierei per ascoltarmi in spiaggia in Messico, per dire. Il primo periodo perciò ho chiuso la chitarra nel fodero e ho fatto un sacco di cose extra. Poi però quel demone sta lì ed è come se la mia vita perdesse di senso nel fare finta che quella cosa non esistesse. Ho quel tipo di intensità che mi rendo conto essere speciale. Senza quella tensione, senza emozioni fortissime, divento uno qualunque. Alla fine, ho dovuto contraddirmi. La vita ha tante fasi e lì, nel riconoscere questa mia intensità, si è ricostruita la necessità.

I giorni dello smarrimento e Tradizione e tradimento mi sembrano due canzoni nodali
La prima è centrale ed è stato il momento della svolta, che nel mio caso è raccontare quello che succede. Ho provato anche a scrivere diversamente, ma nulla, in un altro territorio di scrittura ero diventato uno qualsiasi. La mia è stata quasi una condanna: quando vado in fondo e tiro fuori quello che c’è in fondo riconosco che la mia voce adatta è quella lì, non c’è bisogno di andare lontano.

Niccolò Fabi, foto di Chiara Mirelli

In Io sono l’altro e Migrazioni racconti invece quello che succede, come fossero delle fotografie. Cosa ti ha ispirato e spinto a parlare di quegli argomenti?
La prima canzone rappresenta il desiderio di capire gli altri. Non è una canzone sulla diversità ma sul racconto dell’altro. Volevo raccontare il cercare di entrare nello sguardo dell’altro, l’entrare nel suo punto di vista. Le immagini non vogliono sottolineare la retorica del diverso, ma dell’uguale. Quello che vediamo di noi davanti ad uno specchio ci mette in difficoltà. Le migrazioni invece sono ormai un capitolo centrale della cronaca. Parlare delle migrazioni degli uccelli è un modo di inserire le problematiche attuali. D’altronde il ruolo dell’artista è quello.

Scotta invece ha un testo breve e lascia quasi la sensazione di scottarsi
Creativamente è stato un gesto artistico che è fuori dal comune: si è consumato in un attimo. L’ho scritta in quarantacinque minuti. Avevo alcune delle parole appuntate e quando mi sono messo al pianoforte, con il giusto arpeggio, le parole hanno composto il tutto. In studio quando l’abbiamo incisa ho usato con i miei musicisti una metafora: Quasimodo (Salvatore ndr.) deve incontrare i Sigur Rós. Trovare il modo per far stare insieme tutto è un po’ una mia ossessione.

E del tour cosa ci puoi anticipare?
Le prove ancora non le ho fatte ma l’idea di base è che possa essere un concerto che sia più vicino ad una performance che ad un semplice live. Io voglio che il mio concerto sia di partecipazione emotiva, non da su le mani, per intenderci. Voglio usare bene la fiducia di chi ha già preso i biglietti. Nello spettacolo dal vivo ci va la sorpresa e la ritualità. Con me ci saranno Roberto Angelini, Pier Cortese e Bianco, che sono cantautori come me ed hanno quella certa sensibilità nel suonare.

In una canzone del disco canti “Sono i giorni del vagabondo / Di un mondo brutto e chiuso a riccio cittadino / Di un bel niente straniero dappertutto / Del pacifico e determinato esercizio del dissenso”. Come eserciti il tuo pacifico e determinato dissenso?
Quella canzone nasce da una considerazione che spesso ho fatto su me stesso e riguarda il sussurrare. C’è un modo di esprimere il dissenso, a maggior ragione nella comunicazione attuale, che è tendenzialmente variegata e, quindi, tende al grido invece che al sussurro, per cercare di farsi notare in una così grande pluralità di espressioni. Quel dissenso e quelle considerazioni che sono più articolate e meno sloganistiche hanno più difficoltà ad essere riconosciute. Io ho sicuramente un’attitudine all’articolare. Le canzoni sotto questo punto di vista mi aiutano a semplificare me stesso. Anche l’espressione di un dissenso nella società per le persone come me, col mio stesso linguaggio, non è così semplice farlo arrivare proprio perché non è sloganistico, non è urlato, e spesso potrebbe essere considerato un pensiero più debole perché la sua forma è meno invadente. Nel testo quindi c’è una rivendicazione dell’importanza di questa cosa che invece è quotidiana, perché quando hai le persone di fronte non c’è bisogno di gridare. In questo senso c’è la necessità di essere diversi ed usare un linguaggio diverso da quello che viene usato normalmente.

Niccolò Fabi, foto di Chiara Mirelli

In coda al testo di Nel blu scrivi “I talloni si sono alzati dalla terra / Tu avevi paura, io forse un po’ di più / Ma l’attimo dopo in un salto noi eravamo insieme nel blu”. Quanto è difficile staccare i talloni da terra ad un certo punto e saltare nel blu?
Il testo fa riferimento a dei momenti in cui c’è una scelta da fare e quei momenti sono delicatissimi. Spesso ci rendiamo conto che la vita è una linea retta; non si può tornare indietro una volta che si è fatta una scelta. E quindi il momento di una scelta ha importanza. In questo caso c’è un coprotagonista della scelta perché esistono delle persone che simbolicamente in quel momento della vita hanno un ruolo: sono quella mano che ad un certo punto, quando sei sullo scoglio e non sai se hai il coraggio di tuffarti, ti accarezza da dietro, ti fa perdere l’equilibrio. Sono persone che spesso hanno un ruolo importante, anche per brevissimo tempo, perché magari ti aprono una nuova porta e ti danno il coraggio di saltare. Quindi lì, nel caso specifico, non era soltanto una scelta personale ma è proprio il riconoscimento del ruolo che gli altri hanno nella nostra vita per fare le scelte.

Rapporto testo/musica: quale domina per te?
Io so che spesso c’è una maggiore attenzione ai testi, il che non mi spiace affatto. Io però in realtà rivendico il fatto di scrivere canzoni: suoni e parole insieme. Equamente divisi. Sono legate nel bene e nel male ad uno stato d’animo non comune. Ed ecco perché non ho mai scritto un libro (ci proverò, ma non è la mia ambizione). Le parole hanno un significato perché hanno quella musica.

In genere nella musica leggera l’invecchiamento viene messo da parte. Quanto pesa il fatto che stai invecchiando nella tua scrittura?
È un dato di fatto non secondario. Conta in maniera determinante: le cellule influenzano i miei pensieri e inizi a conoscere te stesso in maniera più approfondita. Non possiamo permetterci di perderci, dobbiamo raccontare le stagioni della nostra vita. Il dato di fatto quindi è che è fondamentale.

Niccolò Fabi, foto di Chiara Mirelli

Sembra anche che tu sia passato da un “io” ad un “noi” nello scrivere
Non poteva che essere altrimenti. Il disco precedente era talmente ricco di “io”, fatto e pensato solo da me, che l’esigenza primaria era riuscire a trovare un modo per farsi capire. Gli altri sono quelli a cui devi far capire e farti capire, a partire dai musicisti. A volte alcune considerazioni sussurrate hanno più forza di quelle urlate da un megafono, questo è il motivo per cui sono arrivato al grande successo dopo anni di lavoro e le persone si sono avvicinate a me, più che io a loro. Se alla maggioranza dei cantautori togli i primi dieci anni di produzione togli l’ottanta per cento del loro lavoro. Per me non è così. È più facile che io tolga da un live pezzi dei primi dieci anni.

Hai scoperto nuove cose che ti alleggeriscono?
Sì, l’attività fisica. È il momento in cui gli ormoni prendono il sopravvento sulla testa. È importante essere elastici. La vecchiaia porta rigidità, è un fatto fisico e mentale. L’esercizio continuo della mente è importante, ma anche a livello fisico il movimento è determinante. L’elasticità ti fa adattare ai cambiamenti.

Qual è il tuo rapporto con la società odierna di questo momento? Come ti senti?
Smarrito anche perché la mia sensibilità emotiva mi fa sentire scosso. Il mondo va in una direzione pericolosa. Di base ho paura di questa palla che rotola in discesa sempre di più, rispetto al nostro pianeta.

Cristina Torti
Autore

Da che ho memoria ricordo di amare la musica. Mi piace scrivere, adoro il cinema e le serie tv. Da qualche anno mi dedico anche alla fotografia con una particolare predilezione per gli eventi live.