Opinion

Fanculo i numeri, giù le mani da Lucio Battisti

Quando si parla di arte si entra in una sfera di natura soggettiva in cui dunque ogni punto di vista è lecito e rispettabile, anche se non necessariamente condivisibile. Eppure la storia consegna ad alcuni, pochissimi a onor del vero, una sorta di corazza, un novero, un’alta onorificenza, in grado di schermare ed esulare i suoi eletti dalle critiche esterne. Credo sia evidente, e noi redattori di musica questo lo sappiamo bene, che per esempio non si dovrebbe mai parlar male di Elvis o di Lennon in un magazine di musica, come immagino sia controproducente scagliar critiche contro Picasso o Caravaggio con degli esperti di arte pittorica. Ecco, con le dovute proporzioni, questo accade anche con alcuni cantautori italiani, specie quelli che non sono più in vita. Nella lista bianca ci sono, per dire, De André, Dalla e Battisti (occhio a quest’ultimo in particolare) perché sono divenuti delle entità sovrannaturali ed eterne. Via via diventeranno intoccabili anche Vasco Rossi, Francesco Guccini, Franco Battiato e Francesco De Gregori. Le critiche mosse nei loro confronti passeranno da vere a lecite a manifestazione di avanguardia perché la storia di Van Gogh che vendette un solo quadro in vita è diventata mainstream a posta, per dare un appiglio tangibile ed una risposta riciclabile alla società.

Ma torniamo a quel fantasma, a quel Dio di cui sopra. Lucio Battisti non è stato un Van Gogh: lui di dischi ne ha venduti un bel po’ prima di andarsene. Lui, Lucio, è diventato uno di quelli che se ne parli male sei un cafone, un folle. E deve esserne al corrente anche quella macchina da business tutta verde e sempre in perfetto spolvero che è stata costruita nel nord Europa ma che porta un nome molto americaneggiante: Spotify. Il buon Lucio, come sapete, è sbarcato sulla piattaforma poco tempo fa e per due o tre giorni è stato la colonna sonora di tutte (ma dico tutte) le Instagram Stories dei nostri followers. Dai millennials ai nostalgici, La canzone del sole e Il mio canto libero sembravano essere improvvisamente tornate ad essere inni generazionali. Ora, giusto per non scadere nella blasfemia o peggio ancora nel fraintendimento: tutti sappiamo che lo sono sempre stati e lo resteranno per sempre, degli inni generazionali. Ma converrete con me che erano almeno un po’ impolverati ultimamente, concediamocelo almeno questo. Il problema è stato però il volatile dissolversi di questa nuvola di quello che gli inglesi chiamano hype. Al che la domanda sorge spontanea: ma come è possibile che una leggenda del passato abbia condiviso con le meteore del presente la stessa dura sorte dei quindici minuti di gloria teorizzati dal buon Warhol?

La verità è che il nostro tempo è completamente sommerso da questa regola della tendenza. Puoi chiamarti Lucio Battisti, Sfera Ebbasta o Gesù Cristo, temo che la soglia di attenzione che il popolo della rete possa concederti sia la medesima. La popolarità è spesso una sentenza. E allora ecco che una volta resi noti i dati sugli ascolti di Battisti dalla stessa azienda di Stoccolma, note testate come l’Avvenire o Rolling Stone si sono imbattute in una mirabolante gara a chi ce l’ha più lungo tra Lucio e Marracash, tra Battisti e De Gregori. Insomma, in tipico stile millennials. La verità è che la musica non si legge attraverso i numeri, anche se inevitabilmente i numeri portano a delle conseguenze sul piano della carriera. Mi spiace perché nutro profonda stima per le testate sopracitate, ma questi pezzi se fossero su un Bignami, sarebbero riassunti più o meno così: “Non ci crederete mai, ma nel 2019 i Beatles hanno avuto più ascolti di Mozart e meno di Post Malone”. La sentirete anche voi quella vocina in testa che fa: “Ma dai”. Non è questione di qualità, è solo questione di epoche, di inesorabile scorrimento del tempo ad una e una sola via.

Perciò al netto di preferenze, gusti e quanto più ci aggrada, facciamoci un regalo: accettiamo la contemporaneità e ciò che ne consegue, i numeri che si porta dietro (annacquati, diluiti o drogati che siano) e accettiamo, senza farcene un cruccio, che i Joy Division non abbiano mai suonato davanti alle persone presenti all’Olimpico per il concerto di Ultimo e che, tuttavia, i primi abbiano scritto Love Will Tear Us Apart e il secondo Rondini al guinzaglio. Accettiamo pure che Lucio Battisti e Lucio Dalla sia il caso di tenerceli stretti a prescindere dal sensazionalismo dei numeri e che a modo suo la tanto agognata trap stia condividendo stesso trattamento della stampa nei confronti del punk anni ottanta, del rap anni novanta e dell’EDM anni duemila. Guardando con occhio critico alle epoche sappiamo già che anche questo finirà, ma se le mode passano, i bordi scoloriscono e la forma cambia (perché le persone cambiano), è altrettanto vero che i Ramones, The Notorious B.I.G. e Avicii resteranno.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.