Interviste

Maruego, trapper prima di te

Per tornare sulla scena Maruego (27 anni, nato a Berrechid) ha deciso di raccontarsi in una serie di podcast rilasciati su YouTube e Spotify. «Vista dal di fuori può sembrare una semplice strategia marketing ma in realtà è stato l’unico modo per potermi sfogare ed esprimere non utilizzando musica e rime», mi racconta. Considerato il pioniere della trap italiana, nelle cinque puntate Maruego si racconta unfiltered, dall’infanzia – «Quando penso a me, penso a Santiago, il protagonista del libro di Paulo Coelho», dice nel primo episodio – fino alle sue collaborazoni con Ghali e Sfera Ebbasta e l’esibizione in apertura a Snoop Dog. L’abbiamo intervistato per parlare del nuovo singolo, di religione e della situazione attuale della trap italiana.

Nel nuovo singolo canti che “nessuno ci credeva a parte te” ma poi anche “io nel game ho il mio posto, sono il Quirinale”. È stato complicato conquistare una credibilità nella scena?
Penso che la credibilità si ottenga rimanendo se stessi, se ti sforzi di essere ciò che non sei, difficilmente riesci a ottenere i risultati. La gente fa fatica a crederti, a meno che tu non abbia doti teatrali. Solamente in quel caso qualcuno potrebbe cascarci. Per quanto mi riguarda penso che il mio approccio introspettivo nella musica mi renda protagonista totale all’interno dei miei testi.

Con quali rapper sei cresciuto artisticamente?
Non riesco ovviamente a darti solo un nome di artista di riferimento. Ascolto molti generi differenti tra loro, partendo dal punk. Per quanto riguarda il rap europeo, Booba e Nipsey Hussle. Ma se mi dici rap italiano ti dico Club Dogo, Marra, Fibra, Dargen D’Amico, Adriano Celentano.

Adriano Celentano?
Adriano è stato davvero il primo rapper che abbiamo avuto in Italia, alcune delle sue canzoni già ai tempi avevano la batteria hip hop, era troppo avanti.

E della scena musicale attuale cosa ti piace?
Apprezzo molto Paky, mi sembra veramente sul pezzo e con la giusta cazzimma per farcela. Speriamo che continui su questa strada. Non scherzare è uno dei miei pezzi preferiti del momento. Trovo molto innovativo e originale anche tha Supreme, sia a livello d’immagine che musicale.

Quando hai realizzato che questa cosa del rap stava iniziando a funzionare?
Quando ho iniziato a vedere i primi soldi e quando, camminando per strada, venivo fermato dai ragazzini per le foto. Sono state sicuramente queste le prime due conferme.

Che soddisfazioni ti stai prendendo ora che la gente ascolta le tue canzoni?
Il senso di rivalsa verso chi ha sempre dubitato di me e la soddisfazione di fare qualcosa che mi piace e che mi dà modo di vivere. Non tutti hanno la possibilità di vivere della propria passione.

Nel rap le madri sono figure molto ricorrenti, mentre i padri sono nominati solo nella loro assenza (“Non mi scorderò le scale/Delle scuole elementari/Di una notte io e mia madre […] Ehi, parlo e vesto, mangio e cresco come un criminale/Entro ed esco, torno presto, come mio padre“, canti nel nuovo pezzo). Perché secondo te?
Penso che tutti noi lo facciamo per qualcuno, spesso col desiderio di svoltare per godercela con le persone che abbiamo vicino e a cui vogliamo bene. Con mio padre il rapporto è quasi inesistente mentre con mia madre è molto speciale. L’ho avuta sempre al mio fianco, sia nei momenti di gioia che in quelli di dolore, mi piacerebbe ricambiare i suoi sacrifici. Quale figlio non lo vorrebbe?

Oggi il linguaggio della trap si sta sempre più adattando al grande pubblico, credi che questo processo vada a snaturarla?
In molti casi la trap si è già snaturata, avvicinandosi inesorabilmente al pop e al reggaeton. Non è un caso, è la regola.

La senti la responsabilità di quello che canti quando lo scrivi?
Il mio intento è quello di non trasmettere odio, preferisco la diplomazia e la non violenza, ad ogni modo devo sentirmi libero di esprimermi come voglio, non voglio ritrovarmi un cappio alla gola per ogni cosa che dico.

Che idea ti sei fatto sul caso Junior Cally?
Credo che sia un dibattito sterile. Quando fu confermata la sua presenza a Sanremo nessuno fiatò, ma dato che si avvicinava una tornata elettorale molti lo hanno utilizzato come mezzo per accrescere i propri consensi politici.

Nelle tue canzoni ma anche nei podcast parli spesso di un Dio (“Mi inchino solo a Dio come Mordecai”, canti ad esempio in 1000 problemi). Sei credente?
Sì, credo che la fede mi aiuti molto ad affrontare la vita e i suoi momenti difficili: la reputo l’unica salvezza quando ci si ritrova senza più speranze. Me la vivo in maniera abbastanza armoniosa, non voglio che la religione diventi fanatismo e che soffochi il mio pensiero, piuttosto cerco di renderla un momento intimo in connessione personale con Dio.

A proposto di religione, i podcast che hai pubblicato sono pensati come una serie di confessioni. Registrarli è stata una necessità oppure una semplice mossa di marketing?
Assolutamente no, niente marketing. Molte volte, pur parlando di me nei testi dei miei brani, non sempre riesco a esprimere ciò che vorrei fino in fondo. La scelta di voler parlare del mio passato, quindi, non è dettata da una mossa di marketing ma dalla volontà di lasciare trasparire alcuni aspetti della mia vita sconosciuti al grande pubblico. Vista dal di fuori può sembrare una semplice strategia ma in realtà è stato l’unico modo per potermi sfogare ed esprimere non utilizzando musica e rime.

Emanuele Camilli
Autore

Nasce nel marzo di un anno dispari. Il primo album che acquista è... Squérez? dei Lunapop. Il suo sogno? Vedere i fratelli Gallagher ancora una volta insieme su un palco.