Opinion musica

L’impatto delle proteste americane sull’industria musicale

Sono triplicati (+272%) in poco più di una settimana gli streams Spotify di Fuck Tha Police degli N.W.A., manifesto contro le barbarie commesse dalle forze dell’ordine (“Che si fotta la polizia/Io vengo dietro dalla resistenza/Un giovane negro è messo male perché è marrone/E non altro colore così la polizia pensa/Di avere l’autorità per uccidere una minoranza“, recita il testo) che il gruppo hip hop di Compton incise nel 1988 e che è ora diventato uno degli inni delle proteste scoppiate nelle principali città degli Stati Uniti dopo la morte di George Floyd, il 46enne afroamericano che ha perso la vita la scorsa settimana a Minneapolis dopo essere stato ammanettato e immobilizzato a terra da un poliziotto bianco. Il picco di streams – secondo il report di Alpha Data – c’è stato tra domenica e lunedì scorso, quando la canzone in poco più di 24 ore è stata streemmata 756.000 volte.

Tra i brani tornati in classifica in seguito alle proteste c’è anche This Is America di Childish Gambino i cui streams sono aumentati del 149% nello stesso periodo considerato per Fuck Tha Police (la canzone tra l’altro è diventata virale su TikTok), Alright di Kendrick Lamar (+71%), Fight the Power dei Public Enemy (+89%), The Charade di D’Angelo (+122%), Don’t Die di Killer Mike (+542%) e Freedom di Beyoncé (+70%). È successo anche con brani vecchi di decenni come Say It Loud – I’m Black and I’m Proud di James Brown (+455%) e I Wish I Knew How It Would Feel to Be Free di Nina Simone (+34%).