Interviste

Mosè COV: «Nel rap la quantità sta sovrastando la qualità»

Nato e cresciuto nelle case popolari di Maciachini, quartiere di Milano nord, Mussie Tesfay ha un messaggio forte e chiaro: stai zitto! Il nuovo singolo del rapper di origini eritree, in collaborazione con Young Rame e Cromo – accomunati dall’essere cresciuti nelle case popolari di grandi città – è un brano che parla di rispetto e di periferia urbana ma, soprattutto, invita a stare zitti quando non si ha nulla da dire. Un invito azzeccato nell’era dei leoni da tastiera e dei continui commenti sui vari social network ma anche un invito alla scena rap a darsi una svegliata e ad alzare l’asticella, portando sul mercato discografico la qualità e non la quantità.

Il tuo nome d’arte è legato anche al collettivo COV. Gli hai anche dedicato un brano che parla del quartiere di Milano in cui sei cresciuto, Maciachini. Qual è la storia di questo nome?
Mosè
perché mi chiamo Mussie e tradotto vuol dire proprio Mosè. Mia madre è abbastanza religiosa (ride, ndr.). Sia io che i miei fratelli abbiamo nomi biblici. COV non è proprio un collettivo, ma una realtà che non è nata legata alla musica. È più una compagnia che si è formata negli anni novanta. COV è l’acronimo di tre piazze di Machiachini, Niguarda e Bovisa, i nostri quartieri. Ad un certo punto abbiamo introdotto anche la musica. Io ho deciso di mantenere il COV nel mio nome d’arte perché hai presente quando sei davvero fiero di qualcosa? Ecco. Io ne vado davvero fiero e volevo che mi rimanesse sempre attaccato, diciamo così.

Hai parlato dei tuoi fratelli. So che sono loro che ti hanno “iniziato” alla musica. Ti ricordi quali sono stati i tuoi primi ascolti?
Io andavo a scavallargli un sacco di dischi. Aveva gusti davvero vari. Magari la mattina si partiva con Bob Marley e la sera si finiva con tutt’altro. Io mi lasciavo incuriosire dalle copertine. Queste facce, questi personaggi stilosi, mi ispiravano e io sceglievo cosa ascoltare in base alle cover. Non sapevo effettivamente cosa stavo ascoltando. Ricordo che il primo disco che ho ascoltato con un po’ più di consapevolezza era di Dr. Dre. Poi da lì sono tornato indietro e mi sono davvero preso. Quando ero piccolo però per me era davvero tutto quanto ingenuo. Ma è stato bello, perché è stato un modo per legare con mio fratello e con la sua generazione, anche a livello musicale.

E cos’ha portato di positivo?
Beh, la Milano degli anni novanta non è certo quella che abbiamo vissuto noi. C’era un altro clima. In quartiere da noi la musica ha aiutato a far legare la generazione di mio fratello con la mia. Ha fatto sì che smettessero le prepotenze e iniziasse ad esserci un po’ più di solidarietà. È stato importante, perché ha dato un po’ di rappresentanza al quartiere. Noi abbiamo suonato in un sacco di centri sociali. Per me l’importante era quello: salire sul palco, cantare e portare il nostro pensiero, farci sentire. Per me era bello così, c’era molto da dare e non si pretendeva un cazzo.

Pensi che la scena rap dagli anni novanta fosse più genuina?
Non è che fosse più genuina, è semplicemente che il mondo è cambiato. Con i social è cambiato il modo di porsi e di raccontarsi. Tutto questo ha ovviamente i suoi lati positivi e negativi. Negli anni novanta, da quanto ho percepito dai racconti di mio fratello e di altri amici, erano tutti più “randagi”, facevano un sacco di danni. La gente per divertirsi e sfogarsi stava sempre in giro, mentre invece adesso magari questa cosa c’è, ma non come prima. Nelle periferie, poi, c’erano i soggetti che conoscevano tutti. Se vogliamo fare un paragone, loro erano quello che oggi sono gli influencer. Andavi in quartiere, dicevi il nome di uno e lo conoscevano tutti.

Il tuo ultimo singolo in collaborazione con Young Rame e Cromo è molto attuale. Tutti, anche grazie all’avvento dei social, sentono quasi il bisogno di parlare, anche se effettivamente non hanno nulla da dire.
Il testo è diretto secondo me. È semplice da interpretare perché è nato in modo spontaneo. Sentivo che il mondo della musica rap è ormai saturo. Tutti trattano degli stessi temi e spesso sono quasi costretti a tirare fuori nuova musica a cadenza regolare. La quantità veramente a sovrastato la qualità. Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio.

Quindi è un problema di scarsa qualità e di mancanza di contenuti o c’è dell’altro?
La qualità c’è, il problema è che bisogna scavare per trovarla. Sembra che alcuni vogliano cavalcare un trend, o trovare una specie di equilibrio, anche a livello di pubblicazione, che può portarti a fare male. Poi molti si costruiscono un personaggio. Così sembra che siamo tutti uguali, ma in realtà tanti cantano di realtà che non conoscono. Alla fine sembra che questi cantino la realtà mia e dei miei amici e che io li stia emulando, quando il più delle volte sono loro che vengono in zona chiedendo di fare i loro video lì o altro. Con Stai zitto voglio dire che magari dovremmo provare a fermarci e cercare di alzare il livello, invece di lasciarlo lì dov’è.

Nel singolo citi Richard Ashcroft. Lui è stato ed è ancora oggi un’icona del britpop. Perché proprio lui?
Quando ero piccolo su MTV passava spesso il video di Bitter Sweet Symphony e io ero incantato. Aveva questo modo di fare scontroso che mi faceva impazzire. Andava dritto per la sua strada senza farsi intralciare da nessuno. Esprime perfettamente un concetto: a prescindere da tutto e tutti, io vado dritto e me ne frego.

Sempre parlando di Stai zitto, hai lanciato un contest per realizzare un remix del brano. Com’è nata quest’idea?
Ogni giorno mi scrivono tantissimi ragazzi. C’è sempre qualcuno che mi dice “senti questo, senti quello”. Io cerco sempre di ascoltare tutto. Durante la quarantena, anche per legare con chi mi segue, ho pensato che sarebbe stato figo utilizzare alcuni beat che mi venivano mandati per dei freestyle, tenendo i lavori dei miei producer per i pezzi ufficiali. La trovo una cosa meritocratica, perché anche se non ti conoscono e non sei mio amico, se sei bravo te la do una possibilità. Questa cosa è figa perché dà un senso anche ai social, perché oltre a menarsela (ride, ndr.) si dà modo anche agli altri di farsi conoscere.

Anche se è finita da un po’, com’è andata la quarantena? È stata produttiva?
Sì. La quarantena la potevo vivere solo in due modi: mi bloccavo totalmente o mi costringevo a fare quello che facevo anche prima. Ho scelto la seconda. Ho scritto e pubblicato un sacco, soprattutto freestyle su Instagram. Mi sono tenuto attivo, perché non volevo perdere il ritmo e volevo tirare fuori il meglio da una situazione difficile.

“Ci riesco da sempre a venirne fuori”. Cito un tuo brano perché vorrei capire come stai vivendo questo periodo di crisi del settore musicale.
Io è da una vita che cerco un modo per uscirne fuori, sono vaccinato (ride, nrd.). Sicuramente adesso la situazione è di attesa, però come tutte le cose se c’è la forza di volontà e la voglia di reinventarsi se ne viene fuori e anzi, tutto potrebbe essere migliore di com’era prima.

Sei un ragazzo molto consapevole e lo si capisce da quello che dici e dal tuo modo di scrivere. Cos’è cambiato da un pezzo come Senza regole, uscito nel 2017, al tuo ultimo singolo?
Prima volevo dimostrare di saper scrivere. Stavo attento alle rime, volevo creare delle immagini con una scrittura non difficile ma allo stesso tempo non scontata. Adesso sono arrivato ad un equilibrio e riesco a non fissarmi su una barra come se fosse la fine del mondo. Sono diventato più sicuro di me.

E per quanto riguarda i tuoi nuovi progetti?
Ci abbiamo lavorato un anno e non vedo davvero l’ora di tirarli fuori.

Benedetta Minoliti
Autore

Laureata in lettere moderne, da grande vorrebbe fare la giornalista (anche se ormai dovrebbe smettere di dirlo dato che non è più tanto piccola). Non esce mai di casa senza le cuffie, non saprebbe davvero come fare altrimenti. Fan sfegatata di The Killers e Oasis, le piace descriversi utilizzando una frase che Noel ha simpaticamente dedicato a Liam: «Sono una forchetta in un mondo in cui si mangiano solo zuppe».