Opinion musica

Katy Perry è la Barbara D’Urso della musica pop

Immaginate questa scena, come l’ha descritta il videoartista di Seattle Michael Douglas: “A volte un albero cade in un campo di mucche, e le mucche gli si avvicinano e lo fissano. Prima era in piedi e adesso è a terra. C’è qualcosa di diverso nel campo e le mucche cominciano a girargli intorno e a guardarlo come se fosse la televisione, attratte dallo sconvolgimento dell’ordine delle cose. Gli si raccolgono intorno per mesi, anche dopo aver dimenticato perché hanno cominciato a farlo”. Siete riusciti a immaginare la scena? Non è difficile. Io ho davanti quest’immagine da quando Katy Perry ha rilasciato il suo quinto album in studio: Smile.

Katy Perry è da sempre un dinosauro del pop commerciale. Una di quelle cantanti che è sempre stata in rotazione radiofonica, complice un grande pubblico che l’ha amata fin dai suoi esordi. Katy era la hitmaker per eccellenza, il sogno di tutte le case discografiche americane. Un solo album bastava per piazzare un numero mostruosamente alto di pezzi in classifica. Ma poi qualcosa è precipitato velocemente. Oggi quel grande albero a terra è Katy Perry, ed io mi sento intontito come una mucca al pascolo. Il suo ultimo disco è l’ennesimo tonfo della sua discografia. E non ci sarebbe niente di male, se non fosse per il fatto che Katy Perry non ne riesce proprio a uscire. La sua ultima fatica discografica non attende le aspettative di vendita, e soprattutto raccoglie l’ennesimo clamoroso flop della critica, che le attribuisce un voto complessivo di 56/100. E quindi la domanda è la seguente: com’è potuto succedere? Come ha fatto la leggendaria sfornatrice di tormentoni all seasons a trovarsi così inesorabilmente fanalino di coda della produzione di quest’anno?

Le risposte sono diverse, e spesso si intrecciano fra loro. Ma prima di parlare delle sue qualità da popstar è giusto fare un piccolo inciso sul pubblico che l’ha seguita e supportata fino ad oggi. Katy Perry paga lo scotto di non essersi mai costruita una fanbase solida e duratura nel tempo, ma di aver sempre goduto dei favori del grande pubblico che la ascoltava in radio o la beccava in qualche programma televisivo. E il pubblico, si sa, cambia gusti in fretta. Se qualche anno fa era impensabile che il genere urban potesse soppiantare in maniera radicale la pop music dalle classifiche, oggi invece pare una realtà più che affermata. Il grande pubblico che ti segue in radio, cambia gusti nel momento in cui in radio non passi più, e Katy Perry è stata lasciata (relativamente) sola da quelli che una volta impazzivano cantando Firework e Dark Horse. Tolti gli affezionatissimi, i suoi ultimi concerti hanno registrato buchi di 8.000 posti invenduti.

Sono certo che negli anni qualcuno si sia impegnato a non lasciarla cadere nel dimenticatoio così velocemente. Immagino il suo team seduto attorno ad un tavolo, cercando qualche idea originale da proporre. E allora che fare della ragazza mora e cotonata, col look da pin up americana? Tagliamole i capelli e tingiamola di biondo. Tragedia. La sua immagine viene letteralmente stravolta, mentre la sua musica rimane identica all’unico stile che ha portato avanti per tutti questi anni di attività. Nessuna grossa novità, solo il tenero tentativo di non far assuefare il pubblico ad una produzione artistica piuttosto stagnante. Mentre la sua trasformazione in Ellen DeGeneres era in atto, Katy (o chi per lei) decide di non fermarsi un attimo fra singoli, dischi, tour e vari programmi televisivi. E qui l’errore più penalizzante: la continua esposizione mediatica.

Si può considerare Katy Perry come la Barbara D’Urso della musica d’oltreoceano. Costantemente in tv tra American Idol, QVC (sì, quello delle televendite), interviste e performance varie. E si sa, il pubblico non è scemo. Niente di ciò che la riguarda è mai stato fatto per il piacere di fare musica, o di produrre qualcosa di spessore artistico. Ogni mossa grida mostruosamente “business”. E così, velocemente, fino a quest’anno. La ricerca sfrenata della hit è stata più mortificante della partita di calcio tra Australia e Samoa Americane, terminata con il punteggio di 31 a 0. Pubblicare quattro brani in meno di nove mesi farebbe storcere il naso anche al ragazzino che ancora stringe in pugno l’ultima fragranza della Perry, e che di Samoa Americane non ne sa niente. Ed è così che Katy Perry si è giocata la sua credibilità. Il pubblico non la recepisce più come qualcosa di interessante da seguire, ed i suoi ultimi lavori ne sono la prova. Complice anche è l’assenza di Dr. Luke, che per Katy Perry era sinonimo di successo.

Il fattore gravidanza avrebbe potuto aiutarla realmente. L’immagine della popstar ribelle che diventa madre amorevole paga sempre, ma non questa volta. È durata più la sua gravidanza delle guerre puniche di Cartagine. La piccola Daisy Dove è nata in concomitanza con l’uscita di Smile (simpatica coincidenza), ma la mossa di marketing ha avuto un effetto boomerang, e la notizia della nuova arrivata ha letteralmente eclissato il nuovo album, partito già sofferente per via di tutti i singoli inclusi che sono stati rilasciati a casaccio negli ultimi due anni. C’è da dire anche che non ci sono collaborazioni significativa ad aiutarla. Pare che la Perry non goda di ottima simpatia nell’Olimpo popparolo d’oltreoceano, sicuramente anche a causa delle battute al vetriolo che di tanto in tanto inserisce nelle sue interviste.

Smile è un album che mette insieme in maniera approssimativa canzoni diverse scritte in periodi diversi. Non lo considererei neanche un album, ma una compilation. Non c’è una progressione lineare delle tracce, solo un tentativo goffo di camuffare il fatto che avessero bisogno di vendere l’ennesimo prodotto senza anima, di quel pop granitico che andava di moda dieci anni fa, e che adesso non ascolta più nessuno. Non possiamo far altro che riunirci come mucche intorno all’albero caduto, e stare lì a guardare, intontiti, l’ennesima certezza musicale venuta giù.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.