Opinion musica

Se Heroes è il futuro della musica live, vogliamo scendere prima

All’ingresso di Pieve Santo Stefano c’è un cartello giallo con su scritto “Città del diario” che per anni ha attirato visitatori incuriositi da quella scritta, convinti di trovare un museo o un’esposizione museale. Si sono trovati, invece, davanti a una fila di cartelle rosse o verdi. A Palazzo Pretorio, in questo comune toscano, c’è un vero e proprio archivio contenente i diari di centinaia di persone. Questo archivio racconta di esistenze nobili, ma anche di vite meno aristocratiche, di prostitute acculturate, di marinai senza più terra sotto i piedi, o di soldati impiegati al fronte che dalla trincea scrivevano gli orrori di cui erano testimoni. Per raccontare l’esperienza di ieri sera all’Arena di Verona, ho scritto anche io il mio personale diario di bordo. Ora per ora, ho annotato su carta l’esperienza del primo grande concerto streaming d’Italia, dagli outfit orrendi alle performance discutibili.

Ore 19:00

Sta iniziando il concerto. È ancora giorno e sugli spalti la gente non sembra tradire l’emozione tipica che precede un grande concerto. Ad aprire il live uno strepitoso Michele Bravi. Il nuovo singolo che canta, però, non è adatto ad un’apertura, e l’atmosfera funerea è servita. Anastasio e Random riscaldano l’atmosfera. Qualcuno si sveglia dal torpore domenicale. Sale sul palco Gaia (quella che ha vinto l’ultima edizione di Amici, se ve lo state chiedendo) canta Chega e Coco Chanel. Non posso che pensare al fatto che sia uno sgarbo allucinante cantare Coco Chanel con quei pantaloni bianchi alle sette di sera. L’esibizione invece è sicuramente più entusiasmante. Gaia sembra avere molta confidenza col palco, e si vede.

Ore 19:20

La batteria tristezza sembra finita, e le persone stanno iniziando a collegarsi sulla piattaforma in maniera considerevole. Forse non si aspettavano un afflusso superiore alle 10 persone, sta di fatto che con Franco 126 sul palco, lo streaming si blocca improvvisamente. Il pubblico da casa non fa che twittare il proprio sconcerto. Questo sarà il momento più commentato della serata, e la dice lunga. Con Coez si apre il momento karaoke italiano. Io che non sono un amante del genere familiarizzo con la piattaforma. Puoi applaudire, accendere una luce con un accendino virtuale, gridare, fischiare, ma tutto rigorosamente online. Sembra di essere in una puntata di Black Mirror, e gli effetti sonori prodotti oscillano dal terrificante al terrificante a tratti sgradevole. Sullo schermo del palco, di tanto in tanto, compaiono i volti del pubblico collegato da casa che ha scelto convintamente di mandare un selfie con la speranza di vedersi proiettati mentre canta Frah Quintale. C’è così talmente tanto cattivo gusto che i Coma_Cose sul palco sembrano venuti dalla Milano Fashion Week. Si conclude la prima ora streaming. Qualcuno direbbe che si è esibita una “batteria di artisti indie”. Io preferisco “batteria delle note calanti”. Le autorità presenti in Arena hanno accertato almeno tre insegnanti di canto lanciati nel vuoto dagli spalti.

Ore 19:50

La sensazione non è quella di assistere ad un concerto fatto e finito, ma alle prove prima dell’inizio. I cantanti sembrano tutti impreparati e vestiti alla bene in meglio. Il coinvolgimento con le persone a casa è minimo, se non inesistente. Quello con le persone in Arena è ancora più blando. Di tanto in tanto il regista stacca sui volti annoiati delle persone sedute fra gli spalti, che sbadigliano o che hanno l’aria perplessa del tipo: “Ma chi sono questi? Io sono venuta solo per Fedez!”. Penso, però, che siamo ancora all’inizio. In effetti, il concerto vero inizia con Levante. Sale sul palco con un look da Festivalbar. Sembra più pronta ad un duetto con le Lollipop che ad un concerto all’Arena di Verona. Carichissima, della carica di chi tocca il microfono per la prima volta dopo un’estate sotto l’ombrellone a Palagonia. Un animale vero da palcoscenico. Dieci secondi della sua Andrà tutto bene hanno dato un senso a questa serata. I Pinguini Tattici Nucleari presentano un nuovo pezzo a metà fra In fondo al mar della Disney e Ringo Starr rallentata: La storia infinita. Pure il titolo è disneyano. Non mi stupirei se la casa di produzione avesse già contattato i suoi legali. Bergamo, il pezzo scritto per la città più colpita dalla pandemia, è un pezzo di una dolcezza e profondità come pochi sentiti fino ad ora. Sembrano i primi a cantare per una platea di persone vere. Finalmente, direi. Gazzelle canta subito dopo. Non posso non pensare che abbia sbagliato ordine di uscita. Lui stava bene fra Coez e Coma_Cose. Messo dopo i Pinguini Tattici Nucleari scompare come un plancton in un banco di balene.

Ore 20:20

Ascoltare la prima ora di Heroes è come ascoltare il lettore mp3 in modalità casuale di un ragazzino diciottenne senza troppi manierismi in fatto di musica. Non ci si capisce un cazzo, ma nemmeno ci si annoia. Willie Peyote fa il suo ingresso con una camicetta acid green. Canta e alla fine saluta il pubblico: «Grazie a tutti, noi siamo fuori», urla. In testa mia rispondo: ce n’eravamo accorti, tranquillo. I Selton portano sempre un po’ di brio ovunque vadano. Molto più bravi di quanto dimostrato stasera in duetto con Willie. Apprezzabili anche solo per la volontà di portare un po’ di brazilian flow sul palco dell’Arena di Verona. Menzione speciale al tipo che sul palco ha giocato a fare la rockstar con l’ukulele. Sembra di vedere Leclerc e Vettel su di una macchina 50cc. Finalmente un attimo di pausa, sono entrati i Marlene Kuntz. Non dico bugie, sono durato dieci secondi. Poi ho girato sulla Creation Room, dove si vedevano dietro le quinte, aneddoti dai camerini e molte interviste. Questa cosa è strepitosa, se non fosse che se vedi il backstage non puoi vedere il concerto, al contrario se vedi il concerto non puoi vedere il backstage. Sarebbe bastata una finestrella sotto, per informare il pubblico su chi era intervistato in quel momento, o cos’altro fare mentre i Marlene Kuntz sbraitano sul palco. Arrivano i The Kolors. Lo squadrone di Maria De Filippi è ben rappresentato stasera. Io non so in base a cosa decidano di far cantare a Willie Peyote la discografia intera e a Stash una sola canzone. Onestamente non capisco la scelta. Comunque, i The Kolors sono dei professionisti dell’intrattenimento, oltre che dei veri musicisti. Peccato per l’esibizione in prerec. Sembra che adesso sia la volta di Anna. Chi? Ah, Anna. Certo! Beh, Anna… Grazie di esserci stata. Sarà per la prossima.

Ore 20:50

Sono passate quasi 2 ore. Questo carrozzone senza fine sembra il concerto del Primo Maggio senza Lodo Guenzi. Per carità, non ne sentiamo la mancanza, eh. Però, anche se assente, comunque la sua presenza la fa sentire. Aiello sul palco è più impegnato a sembrare sexy e desiderabile che a cantare bene. Certo, ci è riuscito. Però anche meno. Brunori Sas emoziona solo col suo pianoforte, ma chiunque lo abbia messo dopo Aiello o è un sadico, oppure è di Cosenza. È la volta di Tommaso Paradiso. Una figura si intravede dal fondo. Tommaso sale sul palco col berretto al passante dei pantaloni, una bandana bianca legata in fronte, camicia bianca oversize e la barba incolta di chi ha deciso di coltivare un’arma batterica sotto il mento. Ora, perché siamo all’arena di Verona in mezzo a tanti artisti indie, e ok. Ma se poco, poco lo beccavo al semaforo, io due euro glieli lasciavo. E comunque, aridatece i TheGiornalisti, perché Tommy sembra ancora più triste adesso. Gli Zero Assoluto si accompagnano con Gazzelle, che ritorna sul palco con mio sommo piacere. Ho sperato fino all’ultimo che partisse Per dimenticare. E invece, niente. Rocco Hunt e Ana Mena: compaiono improvvisamente come due funghi porcini dopo la pioggia. Cantano il solito tormentone estivo con influenze latinoamericane. La domanda è: ne avevamo bisogno? La risposta è sì. Ragazzi non ce la facevo più, il mio organismo aveva bisogno di trash. Ma poi, voi ve lo immaginate Manuel Agnelli nel backstage a domandarsi chi è Ana Mena?

Ore 21:20

Siamo arrivati all’orario della prima serata televisiva. La gente sui social si chiede perché ha pagato 10 euro per vedere un concerto che non ha molto di più di quello che propone Radio Norba tutte le estati. Marracash duetta con Elisa. L’eleganza di lei sbatte e rimbalza irrimediabilmente contro gli in-ear glitterati e tamarrissimi del suo compagno di featuring. La situazione precipita quando Marracash grida: «Grazie a Elisa che è venuta a posta». La domanda sorge spontanea allora: secondo te gli altri passavano per caso di lì? Madame probabilmente sì. Lo confesso: ho un problema a capire quello che dice. Giustifico la sua presenza perché bisognava mettere qualcosa fra Marra e Mahmood. Sennò nessuno li distingueva, e la gente iniziava a pensare che quest’unica entità avesse monopolizzato il concerto. Nel complesso farei un plauso al make-up artist che l’ha trucc… ah no. Mahmood, come al solito, si conferma il vero talento della serata. Nessuno come lui. Dorado infinitamente migliore cantata da solo. Unica personale perplessità: ma non farà un po’ caldo per quel lupetto tanto accollato? Ancora uno, Mecna. Sale sul palco con un enorme orso di peluche. Ho smesso di guardarlo quando lo ha buttato via cantando. Ero incollato allo schermo solo per l’amico morbido, sia chiaro.

Ore 21:50

La situazione inizia ad essere pesante. I cantanti si alternano così velocemente che se vai in bagno te ne perdi tre. Il mio cervello ha bisogno di una pausa. La musica ha bisogno di tempo per metabolizzare, non può essere tutto così immediato. Priestess riprende dai 30 secondi di pausa fra una batteria di cantanti e un’altra. Se prima ero stanco e stonato, ora lo sono ancora di più. Urla poi rappa, poi prova a fare acuti, ma sono calanti. Mi sembra come sparare sulla Croce Rossa. Grazie a Dio, dopo di lei, c’è Achille Lauro con Annalisa. Sulle note di Sweet Dreams questa coppia fa magie. C’è chimica, contatto, passione. E poi precisione e spettacolarità. Succede qualcosa però. Qualcosa di inaspettato. Su Bam Bam Twist partono per tutta la canzone i cori preregistrati di Annalisa, del pezzo precedente. È caos. Achille, invece, è imperturbabile, se ne frega (come la canzone). Porta avanti l’esibizione magistralmente, con la metà delle incertezze che hanno avuto quelli che hanno calcato il palco prima di lui. È il momento di altri due big, Gemitaiz & Madman. due grandi professionisti, ad oggi i migliori rapper sul panorama italiano. Mostro per me è una bella novità. Ascoltato stasera per la prima volta, è stata una bella scoperta. Non posso dire la stessa cosa di Ghemon e Ginevra. Pausa toast. Adesso davvero non ce la faccio più.

Ore 22:25

Ghali esce con una specie di medley, e va bene. Lui è un hitmaker che non ha voglia di esserlo. Anche stasera sul palco sembrava avesse lo stesso entusiasmo e coinvolgimento di Wanna Marchi nella redazione di Striscia la notizia. Grazie a Dio c’è Elodie. Omaggio a Beyoncé e le Destiny’s Child sulle note di Non è la fine. Elodie canta al fianco di due coriste spettacolari, a cui va tanta attenzione. Lei è davvero la rivelazione musicale di quest’anno. Su questo siamo tutti d’accordo, no? Dopo di lei Francesca Michielin e sembra che il pop si stia riprendendo un po’ il riflettore dopo ore e ore di musica indie e urban. Nessun grado di separazione, magistralmente eseguita da lei stessa al piano. Performance oscurata completamente dall’arrivo di Fedez con Magnifico. Su quel brano del 2014 non c’è più la voce della ragazzina che l’ha resa celebra. Stasera c’era una donna e un’artista, decisamente più matura. Fedez dice “pelle d’oca”, ed io sono d’accordo con lui. Poteva fermarsi qui l’esibizione, invece continua a cantare. Peccato. Fedez ritorna sul palco e ringrazia commosso gli oltre duemila operatori sanitari presenti all’evento. Canta Bimbi per strada e Le feste di Pablo con Cara. Io non faccio che pensare al fatto che dove sta Fedez non c’è J-Ax, e viceversa. Ah, che gran fascino hanno i grandi amori finiti. Cara è l’esordiente da tenere sottocchio. Sul palco con un foulard raimbow, l’acconciatura che ricorda Billie Eilish ed il savoir-faire di una cantante navigata. Cara, super Cara!

Ore 23:05

L’imbattibile super Agnelli a torso nudo sul palco. Sveglia gli assopiti con il vero rock alternativo italiano. L’uomo giusto al momento giusto. Anche perché se non ci avessero piazzato lui, avremmo già preso sonno. Eugenio In Via Di Gioia, invece, sembrano appena tornati dall’Erasmus a Nashville. Io lo vedo bene un duetto con Dolly Parton. Non so se Dolly Parton vede bene un duetto con loro, però. È il momento dei Subsonica adesso. Samuel canta con due microfoni tenuti l’uno sull’altro con dello spesso scotch nero. Fa suo il palco dell’Arena. L’unico a girare per tutto il gigantesco palco posizionato al centro della location. L’unico a muoversi liberamente, come cantasse da sempre lì sopra. Super performance. Diodato fa, invece, una scelta dei brani piuttosto insolita: canta Adesso, brano di qualche anno fa portato a Sanremo. L’arrangiamento sembra scarno, incerto, artefatto. Lui scende e cammina per l’arena uscendo fuori dalle inquadrature. Il regista del concerto inizia a impazzire: non sapendo cosa trasmettere, comincia con immagini random, l’arena dall’alto, gli addetti ai lavori che si fanno le corna, la mattonella del bagno di servizio in fondo a destra, e così via. Al suo ritorno sul palco conclude la performance con Che vita meravigliosa dal suo ultimo album, con una citazione iniziale di Ennio Morricone. Non canta la canzone che tutti volevano sentire, e con cui ha vinto Sanremo. Eversivo, mi piace.

Ore 23:45

Do gli ultimi segni di cedimento. Questa batteria d’artisti la apre Margherita Vicario. Lei ha presentato tutta la sera il backstage del concerto, intervistato influencer, YouTuber e TikToker. Se io sono stanco, immaginate lei. Eppure, sale sul palco e se lo mangia, fresca e riposata come se non avesse fatto nient’altro tutta la serata. Nonostante i più non sapessero chi è, la gente era in piedi a ballare con lei, ancora. Dopo c’è Shiva. Se siamo fortunati, lo dimentichiamo nel giro di un paio di stagioni. Se siamo sfortunati sono tre. Non di più. Arriva Nitro: un big del rap. Messo dopo Shiva sembra meglio di Eminem. Appena entrato la gente da casa si chiedeva cosa ci facesse un metallaro lì. Avrà sbagliato palco? Poco dopo ci siamo accorti che il palco è giustissimo, e può rimanerci su tutto il tempo che vuole. L’aspetto è quello di uno che suona gli Iron Maiden, ma rappa come pochi in Italia. Siamo giunti alla fine. Chiude Salmo, la superstar di questa serata. Averlo nel cast è come avere Ronaldo in squadra. Per lui “90 minuti di applausi”. Per l’evento in generale un po’ meno. Se questo è il futuro della musica live, ragazzi, voglio scendere prima. Quantomeno ho capito perché lo hanno chiamato Heroes. Gli heroes siamo noi, che abbiamo resistito cinque ore, stasera. E che avete letto questo resoconto fino all’ultima riga. Anche se non mi terranno negli archivi della città del diario, sono contento che voi abbiate letto il mio.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.