Interviste musica

Ensi: «Se mi vedrete un giorno ballare su TikTok, sparatemi ad una gamba»

Quando si usa l’espressione difendersi a spada tratta si intende dire che ci si sta battendo strenuamente per difendere una propria affermazione o sé stessi da una accusa che ci è stata lanciata. L’espressione fa riferimento all’uso della spada nella situazione in cui è tratta, cioè estratta dal suo fodero all’interno del quale è innocua e non potrebbe fare danno. Quindi siamo disposti a tutto pur di non perdere questo scontro, o pur di difendere ciò che amiamo di più. Chiacchierare con Ensi è stato come chiacchierare con un cavaliere del rap. Uno di quelli che ha servito la causa del suo genere per così tanto tempo da esserne devoto come ad una bella regina. Cortese, ma assolutamente leale. Un artista che ha tanto di cui parlare, ma che estrae la spada quando si tratta di difendere ciò per cui ha dedicato la vita. E, a spada tratta, sa essere più feroce di quelli che si vedono in Game Of Thrones.

Partiamo dal tuo EP, Oggi. Perché oggi e non domani?
Arrivo da due dischi molto densi, molto importanti. Avevo voglia di fare un progetto un po’ più snello, visto il periodo storico che stiamo vivendo. L’EP fa parte di un progetto più ampio. Parlo spesso di “lancio di una palla curva”, una palla che sembra avere una direzione ma poi la cambia improvvisamente. Questo è un po’ il riassunto di quello che sto facendo. Sto invitando i miei fan a farsi un viaggio artistico con me, in un momento in cui c’è bisogno di rimettere l’arte al primo posto.

Dal tuo ultimo disco sono cambiate molte cose, una delle principali è che hai lasciato la Warner per un’etichetta indipendente.
Io sono passato dalle auto-produzioni, alle piccole etichette indipendenti come Tanta Roba, fino alle grandi major. Ad oggi, dopo aver fatto tutte queste esperienze, ho capito che per il tipo di personalità che ho io, per la mia attitudine e la direzione che voglio far avere alla mia musica, aveva senso una scelta di questo tipo. La cosa di approdare in una multinazionale viene spesso vista come una meta da raggiungere. Io l’ho fatto facendo alcuni dei miei dischi migliori e sono contento di ciò, ma oggi ho le spalle larghe per affrontare quest’altro tipo di cammino.

Assolutamente, credo anche che questo ritorno alle origini ti abbia permesso di bypassare quelle logiche discografiche che – inevitabilmente – le major chiedono di seguire.
Ci sono delle cose che magari vanno bene per altri artisti, ma che però non possono essere applicate come metodo per tutti, Ci vuole anche un certo tipo di sensibilità che ovviamente questo nuovo set-up mi offre. La possibilità di intercettare un momento, e non fare parte di una macchina così grossa, mi permette di essere più focalizzato. Già con Clash avevo fatto questo esperimento su me stesso. Un disco anomalo per delle etichette così importanti. Un disco senza featuring altisonanti, con una ricerca di sound senza strategia alcuna. Il sistema major non ha mai placato la voglia di arte come la volevo fare io. Mi sono sempre fatto rispettare molto come artista e la mia discografia è lontana dalla volontà di voler fare numeri giganteschi a tutti i costi.

Parliamo dei tuoi ultimi singoli: ti leggo alcuni versi e me li commenti. “Qua nessuno mi assomiglia, faccio genere Ensi”.
Effettivamente ricopro un ruolo un po’ anomalo nel rap italiano. Un po’ per le scelte, un po’ per il taglio che do alle cose. Gioco un campionato un a parte delle volte. Un ruolo che mi piace, comunque: né troppo in luce, né troppo in ombra.

“Non dico quello che penso, io dico il vero/E se vi offendete cazzo volete pure il papa ha gli haters”.
In passato, in una traccia chiamata Juggernaut, cantavo: “Non parlo di haters perché non ne ho”. Questa cosa è abbastanza ancora vera. Spesso mi stupisco di quanto poco hating ricevo, e questo un po’ mi fa pensare che il mio percorso e il mio modo di fare mi ha premiato. Il fatto di non avere haters in un mondo pieno di commenti d’odio sulle pagine dei magazine o sotto i post dei miei colleghi mi meraviglia ancora. Preferisco avere mille commenti, piuttosto che diecimila di cui la metà sono insulti.

Ballo col mattone ma non posso metterlo su TikTok”. Parla della marjuana, giusto?
Quella della legalizzazione è una battaglia nella quale mi sono schierato apertamente più volte. Io parlo della marjuana nei miei pezzi, ma anche del fatto di essere padre, come nel verso di prima. Non voglio neanche darne un’immagine distorta dell’utilizzo che se ne fa della sostanza, o dell’utilizzo che ne faccio io. Stiamo parlando però della legalizzazione di una sostanza che altrove ha risollevato anche l’economia del Paese. Senza guardare il modello californiano che è un po’ meno applicabile, basterebbe guardare i nostri cugini spagnoli. C’è ancora tanta ignoranza intorno a questo tema e siccome che nel rap mondiale è sempre stato un argomento molto discusso, ogni tanto ci sta qualche testo a tema.

A proposito di TikTok, cosa ne pensi dei tuoi colleghi che lo utilizzano?
Credo che se a livello anagrafico tu fai parte di quella generazione, non c’è nulla di male. È il loro codice, il loro modo di fare. Quando vedo un collega, magari più datato, usare TikTok, insomma, mi lascia un po’ perplesso. Capisco che comunque è un buon modo per posizionare la propria musica. Ti faccio un esempio: se domani, per qualunque motivo, una mia traccia dovesse iniziare a girare su TikTok, non è che mi sentirei offeso. L’importante è che non ci sia io lì come un cretino a fare il balletto, perché non è il mio modo di fare. Se mi vedrete un giorno fare una cosa del genere, sparatemi ad una gamba.

Uno dei tuoi singoli porta la data di inizio lockdown. Un momento particolare anche per te. Gli psicologi dicono che ci vorranno cinque anni per smaltire i danni causati da questo isolamento.
Ha fatto danni a tutti e a tutto, è chiaro. Ha colpito tutte le fasce e più si andrà avanti e più toccherà anche le fasce più intoccabili, anche quelli che hanno una stabilità economica differente. Io, che non sono stato toccato da questo virus dal punto di vista della salute, sono riuscito a utilizzare questo tempo per quello che mi era concesso fare. È stato un momento di grande riflessione: tante delle decisioni che ho preso, tante delle scelte che ho fatto ultimamente, sono state proprio frutto di questo periodo di lockdown, nel quale ho avuto la possibilità di fermarmi un attimo, di guardarmi intorno e guardare le persone vicine a me.

Ti do ragione, la pandemia ha messo in crisi anche il mercato musicale. Come se ne esce?
Ci sono pochi mercati che stanno giovando dalla crisi. Forse sono aumentate le spedizioni di Amazon e gli abbonamenti a Netflix. Non posso parlare solo del fatto che ha penalizzato la musica, perché la problematica economica per Ligabue sicuramente è diversa da quella dell’operaio di provincia che deve mantenere la famiglia. Allo stesso tempo, il mondo della musica scende con 500 bauli vuoti a manifestare in piazza del Duomo. E il prossimo passo qual è? Scendere con le mazze da baseball? Il problema è che non è neanche quella la soluzione e quindi eccoci qui. Io cerco comunque di avere una visione positiva, non ho intenzione di vedere una grande sconfitta in questo.

Qual è stata la tua più grande rivincita lavorativa?
Devo ancora prendermene tante di rivincite. Nonostante gli anni nel gioco, penso che ci siano dei lati di me che non sono ancora arrivati come dovrebbero. Questo sarebbe il mio unico rimpianto: arrivare fra un po’ di tempo a dire che per colpa della mia testa di cazzo o per colpa di come sono andate le cose, non sono riuscito a fare proprio tutto quello che avrei voluto. Però sai, arrivo comunque da una generazione in cui pensare di fare il rapper di lavoro era veramente un’utopia. A parte gli Articolo 31 e i Sottotono, che vedevamo in televisione e ascoltavamo in radio, non c’era questo grande spazio per i rapper. Quelli che hanno vissuto i nostri anni e sono ancora in piedi, hanno veramente una storia diversa da raccontare. Non voglio dire più facile o più difficile, però sicuramente la nostra è stata una storia di rottura. Il rap quando sono arrivato io non era una novità, c’era già dagli anni Novanta. Ma era una novità per il grande pubblico e anche a livello culturale la gente ci ha messo un po’ a capirlo. Invece questi ragazzi (i nuovi rapper ndr.) si trovano di fronte ad un grande lavoro che è stato già fatto prima e non hanno bisogno di abbattere barriere. Abbiamo già fatto tutto noi, la generazione precedente.

A proposito dei bei vecchi tempi, molte cose sono cambiate nel rap, anche a livello discografico. Ora c’è una sovrapproduzione musicale paurosa che il mercato non riesce a smaltire. Insomma, il rap pare sia diventato un monopolio per pochi a discapito degli artisti più piccoli. Tu cosa ne pensi?
Cosa dovrei pensare, che l’hip hop è diventato pop? È così, però ci sono anche tante belle storie là fuori che ti fanno ben sperare. Comunque, la concorrenza è spietata perché c’è una quantità di roba là fuori a cui neanche noi riusciamo a stare dietro con il radar per capire cosa sta succedendo.

Citi spesso i tuoi stessi versi. Ne hai mai fatto qualcuno di cui poi ti sei pentito?
Pentito no. Se ho detto delle cose in un determinato momento è perché avevano senso di esistere per il mio stato d’animo. Poi solo chi muore non cambia opinione. Ci può stare che magari qualcosa adesso la veda in maniera diversa però, onestamente, nulla di così pesante da farmi pensare di essermene realmente pentito.

C’è un pregiudizio sociale verso i rapper?
Molti pensano che economicamente facciamo i milioni. C’è una fascia di persone che non comprende realmente quello che è lo status e che pensa che siamo economicamente su un altro pianeta. Anche io dico spesso che ci noi rapper ci siamo un po’ imborghesiti col tempo ma alla fine parliamo di piccoli vizi, non parliamo di borghesia reale, non c’è puzza sotto il naso. Siamo sempre gli stessi ragazzi.

Il mondo del rap si è dimostrato unito e coeso nella lotta al razzismo dilagante nel nostro paese. Secondo te l’Italia è ancora un paese razzista?
Lo dimostrano i fatti di cronaca purtroppo. Allo stesso tempo, penso che prendere alcuni personaggi come unità di misura per l’Italia intera, sia altrettanto sbagliato. Per i ragazzi questo problema non esiste. È un problema più per gli adulti, o per gli ignoranti. Certo, poi quando vedi Di Maio che ironizza sulla blackface ti cadono un po’ le palle a terra. Cazzo, è vero che noi siamo cresciuti con i film in cui si poteva usare la parola negro, ma oggi siamo in un’epoca in cui è cambiato anche l’utilizzo che se ne fa delle parole. Bisogna sempre contestualizzare ciò che si dice. Chi non prende atto di questo è un ignorante.

A proposito di linguaggio, Samuele Bersani in un’intervista ha detto che il linguaggio della canzone si è impoverito. Credi che questo sia successo anche nel rap?
C’è stato sicuramente un appiattimento dal punto di vista della comunicazione. Nel rap italiano c’è un po’ una ridondanza di determinati argomenti, mi sembra di sentire spesso le stesse storie e di rivedere sempre gli stessi video. Da un punto di vista tecnico-stilistico, c’è un mare di roba di qualità medio-alta che fa fatica a spiccare solo perché manca un po’ di originalità. Lo dicevi tu prima, alla fine nelle classifiche ci sono sempre gli stessi nomi, sia come rapper che come produttori. È chiaro che c’è una scacchiera di inserimento di determinati personaggi piuttosto che di altri, ma a parte questo che potrebbe essere una conseguenza di determinate operazioni di marketing, non parlerei di musica impoverita.

Tu sei uno che ha fatto la storia del rap, non sei di certo l’ultimo arrivato. Junior Cally in un’intervista ha riportato una frase detta da Bugo, ossia che i rapper sono i nuovi giocattoli. Cosa rispondi?
Se veramente ha detto questo, allora è uno sfigato. Fare a livello generalista un’affermazione del genere mi sembra la cosa più becera che possa fare uno che dovrebbe parlare di arte, visto che sono là sempre a romperci le palle con l’altisonanza delle liriche di questi qua che sono a metà tra il pop e l’indie. Quindi parlare di rap in questi termini mi sembra uno schiaffo a chi come me rispetta e ama quest’arte. È un po’ come se io mi mettessi a dire che tutta la musica italiana è merda.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.