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Il problema di Sfera Ebbasta è la continua autocelebrazione

Quando si avvicinano alla fine del loro processo di maturazione, le ciliegie sono particolarmente delicate. Se in quelle ultime settimane sono colpite dalla pioggia, possono marcire o spaccarsi e diventare invendibili. Perciò alcuni coltivatori affittano elicotteri che, dopo la pioggia, soffiano aria calda dall’alto per asciugare quei preziosi piccoli frutti. Può sembrare un’esagerazione, ma è il metodo che funziona meglio. Eppure esagerare non sempre funziona. Il documentario sulla carriera e la vita top di Sfera Ebbasta è appena arrivato su Prime Video, a poche settimane dall’uscita del suo nuovo album, Famoso.

Il documentario gioca un assist importante alla sua ultima fatica discografica: ne racconta i retroscena, i punti più salienti, insieme ad uno storytelling dettagliato della vita del trap-king. O meglio, non così dettagliato. Diciamo che viene raccontato soltanto ciò che serve per dipingere il ritratto di un vincente. Tutto il resto viene spazzato via, come gli inestetismi sulle cosce delle varie paparazzate al Circeo. Il documentario è il solito dipinto del ragazzo umile, che dai bassifondi riesce a raggiungere cime altissime solo con l’aiuto del suo talento e della mano materna che lo accompagna. Un copione trito e ritrito, che sostanzialmente mette le pezze ad un vuoto contenutistico micidiale.

Non ci sono accenni alle sue débacle televisive, fra cui X-Factor, agli spalti semivuoti del concerto al Palazzo Dello Sport di Roma del 2019 e nemmeno alla strage di Corinaldo, liquidata in pochi secondi dopo i titoli di coda. Però c’è tanto spazio per Gionata ricco e Gionata ricco che gioca coi suoi amici ricchi. Che per carità, può anche piacere agli appassionati di quei documentari sulle Kardashian, ma che purtroppo convince poco in termini di autenticità. È il racconto di un’avvincente vita imprenditoriale, che ha veramente poco a che fare con il lato più umano dell’artista, che indubbiamente c’è, ma non si vede.

Nonostante i pochi argomenti proposti nel racconto, a sentirsi è soprattutto la mano esperta di Pepsy Romanoff (regista, fra l’altro, di molti lavori di Vasco Rossi, tra cui il film-concerto di Modena Park). Le immagini che si susseguono sono fotografie di uno stile di vita altissimo dopo un inizio con grosse difficoltà, che nell’insieme fanno anche apprezzare il progetto perché tecnicamente ineccepibile. La sensazione che rimane, però, è quella di aver visto un film di Sorrentino con il muto. Un incredibile susseguirsi di belle riprese, ma che non raccontano nulla per cui valga la pena farci un film. A intervalli regolari, Sfera ci regala delle massime che fanno ancora più sorridere del progetto in sé: «Più cresce la responsabilità, più i problemi diventano grandi, mondiali», oppure: «Più stai in alto, più fa male cadere». Manca solo «da grandi poteri derivano grandi responsabilità», ma evidentemente qualcuno ha avvertito lo sceneggiatore che la frase era già stata usata in precedenza da Spiderman.

Tra piscine idromassaggio e case con il parco giochi indoor, ci sono momenti musicali memorabili dei live di Sfera. Le immagini girate al Forum d’Assago, si alternano ad altre in cui amici e collaboratori lo descrivono come il Mick Jagger della trap. Il non plus ultra degli artisti italiani. Pausa. In altre circostanze avrei finito qui l’articolo, ma due parole sui suoi collaboratori vale la pena dirle, visto che in conferenza stampa a parlare del documentario sono stati loro, e non Sfera Ebbasta. Loro parlano di invasione planetaria, mentre scorrono veloci le immagini del trapper che collabora con artisti del calibro di J Balvin, Steve Aoki e Diplo. È chiaro l’intento: esportare Sfera come prodotto made in Italy nel mondo.

Le ciliege sono in quel momento di maturazione talmente delicata, da essere fragilissime. La pioggia è scesa sul frutto quasi pronto per arrivare sul mercato, ma le pale dell’aeromobile non stanno asciugando le piccole gocce sui frutti rossi. L’elicottero si è letteralmente abbattuto sul frutteto. L’avete capita la metafora? Provo a farvela capire meglio. Durante la conferenza, il suo manager, Shablo, dice a grandi linee – Bisogna essere rilevanti in un mercato globale. Abbiamo avuto Laura Pausini e Tiziano Ferro. Nel 2020 è il momento di Sfera, di un rapper che, in italiano, prova a rompere queste barriere. Il progetto internazionale è fortemente foraggiato anche da Charlie Charles, dal produttore discografico e dal tour manager. Si parla di qualcosa di assolutamente straordinario, senza precedenti. Talmente grande che al confronto Ligabue a Campovolo ha fatto una festa di paese per i santi patroni Cosma e Damiano.

Sento arrivarmi in faccia questa valanga di esagerazioni e dismisure, che non solo mi lasciano interdetto, ma mi fanno anche pensare che probabilmente il problema di Sfera non sia la sua musica, ma chi lo incoraggia in certe prese di posizione. Chi lo esorta a questo lusso di plastica costante e venduto per oro zecchino. La domanda non è se Sfera meriti o meno il successo che gli si auspica, perché a noi fa solo che piacere fare bella figura nel mondo. E nemmeno se Sfera sia pronto o meno per questa folle sfida. La domanda che ci poniamo è: tutto questo divismo, non è un po’ troppo per un trapper con 5 anni di carriera?

Un documentario sulla sua vita dannata, un album con cento versioni fisiche e collaborazioni stellari, una mostra fotografica che racconta la sua ascesa e manca solo la sua faccia stampata dietro le banconote da 300 euro, se mai volessero farle. Tutto questo, non sarà un po’ troppo? Lo avrei volentieri chiesto a lui, se ce ne fosse stata l’occasione, ma evidentemente Kanye West aveva bisogno di lui dall’altra parte del mondo e non ha potuto commentare con noi il documentario sulla sua vita. Ha lasciato che lo facesse qualcun altro per lui. Pazienza, ci rifaremo con l’uscita dell’album. Quando le ciliegie saranno mature abbastanza da provare di essere pronte per essere colte. Ma soprattutto, quando nel cielo non ci sarà l’ombra di alcun elicottero ad asciugare per lui le due goccioline di pioggia che il sole avrebbe portato via con sé.