Interviste musica

Myss Keta ha più vite di un gatto, ma per esplorarle tutte non ne basta una

Metto play ancora una volta. Ho già ascoltato l’EP dieci volte e ancora mi trovo spiazzato davanti all’abbondanza di questo progetto. È una di quelle rare volte in cui si potrebbe applicare la massima del poeta e pittore inglese William Blake: «La via dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza», ma anche il suo corollario: «Non sai mai quello che è sufficiente fino a quando non scopri quello che è più che sufficiente». Bisogna considerare però che Blake non ha mai detto: «La via dell’eccesso folle e sfrenato conduce al palazzo della saggezza», quindi è giustificata la mia perplessità: anche l’eccesso ha il suo sufficiente? Perché se così fosse, sembra come se Myss Keta ridefinisse un po’ la misura dell’esagerazione. L’esatto punto fra ciò che è, e ciò che deve essere. Il confine estremo fra ciò che ci è noto e ciò che ancora non conosciamo.

Myss Keta è il plafond, la soglia, la Linea Maginot. Oltre lei c’è ben poco. Il cielo non è un limite, si chiama così il suo EP. Il cielo forse non lo è, ma Myss Keta sì. Lei è seduta al centro di una stanza, in un appartamento in cima alla Torre Galfa, iconico edificio di una Milano di vetro e acciaio. Il suo frisé e il suo tailleur sembrano sussurrare che sia appena scesa dalla macchina del tempo per ricordarci un po’ quel vecchio futurismo di cui ci siamo presto dimenticati. Parla di Wipeout 2097, di suoni della vecchia Playstation 1, di libri di Ballard e di film di David Cronenberg. Ogni cosa in questo nuovo progetto ha un rimando, un valore simbolico: il focus principale è senz’altro l’aria, il cielo incorniciato dai finestroni di questo grattacielo.

Piccoli quadri che abbiamo avuto la possibilità di imprimere nella mente mentre eravamo chiusi in casa durante il lockdown. Il fine è quello di portare sonorità jungle, dancehall e deep house nelle camere di tutta Italia (e non solo). La fata madrina, ispiratrice di questo nuovo progetto, non potrebbe che essere Grace Jones. Ma lei dice di sentirsi ispirata da tutto, da Madonna a Raffella Carrà, da Britney a Loredana Berté. Il caleidoscopio umano che la rappresenta diventa di secondo in secondo più complesso. Racconta di come il fatto che tutti oggi portino la mascherina non la faccia sentire depotenziata ma privilegiata e di come un vicepresidente donna negli States sia una grande vittoria (pur non condividendo proprio tutte le sue idee).

Myss Keta parla, spazia e spiazza. Io rimango incantato dalla sua gestualità e da quelle espressioni che traspaiono nonostante la mascherina e gli occhiali scuri. È teatrale, esattamente come questo lavoro. E nella sua pièce, lei interpreta tutti i suoi personaggi. Li chiama doppelgänger, in realtà, ed ogni track è una storia e un personaggio a sé. «La title track è una canzone di introduzione. Una piccola poesia per tutti i piloti in ascolto dalla vostra favourite sottoscritta – spiega – Giovanna Hardcore è invece una Myss Keta che arriva dal primo medioevo al secondo medioevo. Passa dai roghi ai fuochi che si accendono durante i rave per tenersi caldi».

«In GMBH Myss Keta è nelle vesti di una mistress felina, affilata, tagliente – continua – Una Myss che guarda dal vetro di questo palazzo d’acciaio, che valuta, fa le sue riflessioni e seduce. È diventata una signora. Che bello auto-darmi definizioni così. Con Rider Bitch tocchiamo invece un tema importante dal punto di vista contemporaneo. Questo doppelgänger di Keta fa la rider, i grandi protagonisti di questo anno. Sono gli angeli di un momento tremendo, ma anche quelli schiacciati da questo nuovo medioevo che sfrutta e sottopaga il loro lavoro. Photoshock è completamente tutt’altro. Ci muoviamo e Myss Keta diventa una modella anni Novanta che si relaziona al fotografo e alla camera. È il racconto di una qualsiasi relazione fra osservatore ed osservato: chi ha veramente il potere? Quanto è disposto a cambiare l’osservato pur di ammaliare? Quanto è sbagliato?».

L’EP termina con Diana e Due: «La prima è una magna Grecia futurista. Alberi e alieni, boschi blu, fate, divinità e io e Priestess (rapper romana classe 1996 ndr.) come due moderne dee della caccia che cantiamo i nostri versi in greco antico. Un mondo immaginifico e di sogno. Due è invece una canzone assurda, matta, satura, ipercarica, raddoppiata, potenziata, una Myss Keta sguaiata che non si tiene assolutamente. Riassume il nostro pensiero sul mondo contemporaneo, in cui siamo sempre sovra-stimolati, sovraeccitati. Un mondo che ci porta inevitabilmente ad un’entropia totale. È il riassunto, la somma di tutto».

Mentre parla, la guardo estasiato. Myss Keta ha più vite di un gatto, penso, e per esplorarle tutte non ne basta una. Nel suo modo, ha toccato la realtà da tutti i punti di vista. Sono intimorito dalla mole concettuale che c’è dietro un progetto così apparentemente semplice. L’EP è super contestualizzato e in un momento storico in cui viene meno un po’ della nostra libertà, lei fa un progetto discografico proprio sull’assenza di limiti. I temi che tratta, però, rendono questo lavoro ancora più interessante: l’eccesso e l’esagerazione, il filo conduttore di questi brani, l’esternazione del proprio io attraverso tutti i tuoi personaggi, le vibes vogueing e il clubbing gay, che trovano ancora più ragione d’esistere oggi che si parla tanto di lotta all’omotransfobia col Ddl Zan. Come sono intrecciati tutti questi temi nel tuo ultimo lavoro? – le chiedo.

«Ci sono dei temi molto myss-ketiani di base: l’eccesso e questa ipersaturazione, il linguaggio satirico e ironico, anche la mia pettinatura, forse, sono il modo in cui tratto tutte le tematiche – dice – È il modo in cui descrivo la realtà. Sicuramente vogueing, comunità gay, comunità queer. Sento di far parte di questa comunità, sento di appartenerci. La cultura e l’attitude del vogueing mi hanno ispirato tantissimo e sono contenta che serie tv come Pose abbiano fatto luce su di una cultura importante, che pone le basi proprio nella libertà di essere chi vuoi essere. Questo senso di switch da quello che sei tutti i giorni e quello che riesci ad essere sul dancefloor, quel tipo di scarto, mi interessa tantissimo. Quello che ti fa essere al 100% te stesso, no? È ciò che ho approfondito in questo EP, perché rispetto alla realtà io mi sono immersa nei miei doppelgänger. Come se in una ball immaginaria avessi sfilato con tante diverse personalità e ognuna avesse raccontato qualcosa».

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.