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“Amor, Requiem”, la catarsi secondo Voodoo Kid

Quando studiai letteratura greca durante gli anni del liceo una parola mi rimase cocciutamente impressa nella memoria più di altre, come un quadro d’un rosso insolente appeso ad una parete vergine e bianca: “catarsi”, termine di origine greca che significa letteralmente “purificazione”. Nella religione della Grecia classica, la catarsi corrispondeva al rito magico della purificazione finalizzato a liberare il corpo e l’anima da ogni contaminazione. Più tardi, tra le pagine del suo trattato Poetica, Aristotele ha descritto la catarsi come il liberatorio distacco dalle passioni esperito dallo spettatore tramite le vicende a forte impatto emotivo narrate e rappresentate in scena dalla tragedia. Il termine sarà, poi, ripreso da Sigmund Freud e Joseph Breuer nel 1895 per indicare in ambito psicoterapeutico il processo di liberazione da esperienze traumatizzanti o da situazioni conflittuali che si ottiene facendo riaffiorare alla coscienza del paziente gli eventi responsabili, rimuovendoli così dal subconscio.

Come un rito magico o una tragedia greca, come una terapia poco ortodossa che smuove il subconscio dalle fondamenta: Amor, Requiem, album d’esordio di Voodoo Kid, usa il cuore come capro espiatorio, il dolore come fonte di purificazione. Attraverso le otto tracce che lo compongono, questo progetto discografico, se ascoltato con la stessa cura e accolto con la stessa empatia dei credenti tra gli spalti di una chiesa, ci sbatte in faccia l’impalpabile realtà di una precisa condizione umana a cui nessuno può sottrarsi per davvero: farà male, ma lo rifaremo sempre. Perché, in fondo, cosa ne sarebbe di noi senza l’amore?

Il tuo progetto musicale, benché di stampo prettamente urban pop, profuma di misticismo, dalla scelta del tuo nome d’arte alla semantica musicale del tuo album d’esordio. In quest’era così veloce, digitalizzata e decisamente poco spirituale, c’è qualcosa in cui valga la pena credere?
C’è sempre qualcosa in cui vale la pena credere, sta a noi decidere che cosa.

Non aspettatevi linearità nella narrazione di Voodoo Kid. L’artista decide, infatti, di non seguire l’esatto ordine temporale con cui si son susseguiti i fatti cantati, ma di offrire all’ascoltatore un’esperienza onirica complessa, inesatta, più simile ai flashback che fanno a cazzotti nella nostra testa nelle notti solitarie d’inverno che ad una vera e propria sequenza di immagini narrative. Emblematica, in tal senso, è la scelta di aprire l’album con Non è per te, un brano che pone l’accento sul binomio individualismo/bisogno affettivo: il primo corrisponde all’insana dimensione del singolo all’interno della società occidentale; il secondo è l’imprescindibile fragilità che ci forgia dalla nascita in quanto esseri umani e animali sociali, bisognosi di fatto gli uni degli altri. Quello con cui Voodoo Kid decide di aprire le danze più che un brano è un piccolo esperimento a metà strada tra una hit musicale e un ossimoro esistenziale. Non è per te che sto così, ma queste canzoni sono (anche) per te.

Da quella prima traccia in poi entriamo nel vivo del moto oscillatorio dei ricordi notturni e dei flashback agrodolci, nel cuore pulsante di questo rituale catartico in cui strofe dalle romantiche e confortevoli sonorità bedroom pop si alternano a spintoni ad altre più taglienti, incazzate e scandite da ritmi tachicardici. Ghiacciai è la fotografia di un rapporto limbico incastonato all’interno di una bolla congelata. Le sonorità del brano contribuiscono a creare una dimensione musicale ed emotiva quasi sospesa, cristallizzata nel tempo e nello spazio come il ricordo del calore emanato dall’unione di due corpi, dall’incastro perfetto tra due anime affini. Voodoo Kid ci trascina in questo sogno ad occhi aperti con dolcezza, per poi affilare repentinamente la punta della penna, schiarirsi la voce e ricordarci che col calore ci si può scaldare, ma anche bruciare.

Rasoi, in assoluto la mia traccia preferita dell’intero album, vanta una produzione clamorosamente trionfale e liberatoria che ben supporta e arricchisce lo squarcio di vita trasposto in chiave musicale dall’artista in questo brano: anche nella solitudine v’è un barlume di speranza, un salvifico principio di resilienza. È abbracciando il nostro dolore che compiamo il nostro miracolo. Tra i sussurri malinconici di goodbye e la tenerezza delle strofe lente e carezzevoli di Foxbury Ave. Interlude, il nostro viaggio spirituale alla scoperta dell’universo emotivo di Voodoo Kid prosegue andando su e giù come fossimo su una giostra del lunapark, a bordo di un veicolo che prosegue il suo percorso in maniera imprevedibile, adrenalinica e, a tratti, terrificante per il passeggero.

C’è una canzone del tuo album il cui autentico significato pare sfuggire ad ogni ascolto: sto parlando di Tvb. Ti va di “spogliarla”?
Tvb è in realtà la più semplice tra tutte le canzoni a livello concettuale: parla dell’amore semplice e puro che puoi provare per una persona, di come stai bene con essa e di come per stare bene hai bisogno di sentire che la cosa sia corrisposta.

Tanto bizzarra quanto audace la scelta di attingere da sonorità reggaeton per Domino, settimo e penultimo brano dell’album, fulcro del processo di esorcizzazione del dolore associato alla rottura definitiva, al crollo delle pedine. Voodoo Kid, teletrasportandosi in una discoteca ai confini del mondo, fronteggia il vuoto lasciato dall’altra persona riempiendolo di musica e sancisce definitivamente la sua redenzione. Il gioco è finito. La pedina, di nuovo in piedi. Requiem è la nostalgia che diventa canzone, l’ultima: quella che ritrae nel modo più fedele e viscerale il senso di alienazione che attanaglia un cuore spezzato. E va bene così. Perché Amor, Requiem, più che una storia a lieto fine, è la fine di una storia. Il rito purificatorio, la tragedia catartica, la cura miracolosa: il prezzo da pagare per innamorarsi (ancora).

Se Amor, Requiem potesse diventare una colonna sonora, tra le scene di quale film o serie tv vorresti ascoltarla?
Probabilmente di un film scritto e girato da me, ma se dovessi sceglierne uno esistente che ho guardato userei Requiem per One Day (2011, Lone Scherfig), Tvb per Lost In Translation (2003, Sofia Coppola), Goodbye per Eternal Sunshine Of The Spotless Mind (2004, Michel Gondry). Se dovessi usare tutto l’album per un solo film probabilmente sceglierei uno di quei film romantici, drammatici, dove c’è una parvenza di felicità all’inizio e poi una mezza catastrofe.