Interviste musica

Dagli after party con Morgan al silenzio del lockdown: la nuova vita di Samuel

In alto a destra, luogo e data. In alto a sinistra il destinatario, annunciato con frasi del tipo “Cara/Caro” ed il nome. Sotto il destinatario s’inserisce il testo, ovvero ciò che si vuole comunicare. Infine i saluti e la propria firma. Oggi provo a scrivere la mia personalissima lettera a Samuel. Ci metterò poco: “Caro Samuel, hai ragione tu”. Siamo tutti seduti sulle nostre sedie quando il leader dei Subsonica inizia a cantare. Vuole farci sentire alcuni pezzi del nuovo album da solista in anteprima. Si muove nella penombra del suo studio di registrazione, coi colori dei neon che gli illuminano il viso. Quell’atmosfera mi riporta un po’ alla stessa luce soffusa dei club che ci hanno visto, urlare, ballare, divertirci, ubriacarci e crollare su un divanetto a bordo pista. «Anche a me manca bermi un bel drink sotto palco ascoltando qualcuno che canta», dice. E come dargli torto? Manca a tutti noi. La folla, l’assembramento, la normalità. E nonostante la malinconia, quando parla ci sorride. Ecco, sotto questo punto di vista Samuel è una persona dannatamente ottimista. Uno di quelli che ti infonde la voglia di sperare, di guardare al futuro con gli occhi di chi ha ancora tanto da dire e da fare. Il suo ultimo lavoro, BRIGATABIANCA, è un po’ la controreazione rivoluzionaria a quel processo di eutanasia che sta vivendo la nostra musica.

Un progetto fatto di fusioni, arte e musica, elettronica e cantautorato, Sanremo e Cocoricò. Anime diverse che lavorano insieme, è questo il senso più profondo di BRIGATABIANCA. Questa brigata in realtà è una vera e propria ciurma di amici: da Colapesce a Ensi, Fulminacci, Willie Peyote e Johnny Marsiglia, e altrettanti produttori tra i più importanti del panorama italiano: Dade, MACE & Venerus, Michele Canova, Federico Nardelli e Strage. C’è persino uno straordinario Roy Paci alla tromba. È impossibile non fargli notare quante di queste persone saranno sul palco del teatro Ariston a marzo. «Sanremo è un posto al quale sono molto affezionato – dice – Guardandolo da piccolo ho imparato cosa succedeva su un palco, cos’erano le canzoni. Io faccio parte di un mondo musicale che per anni si è opposto a Sanremo. Adesso però lo sta in qualche modo rivitalizzando, soprattutto per il notevole livello musicale e autorale che quest’edizione ha raggiunto. Io però ho ancora quest’impegno con i fan dei Subsonica che hanno acquistato il biglietto del tour e che devono essere soddisfatti. Non potevo proprio pensare a un Sanremo». È cauto quando parla del tour, ma lo fa con le parole giuste. «I concerti dei Subsonica sono concerti che hanno necessità di assembramento. Non si può pensare di riprodurre Microchip Temporale senza le persone accalcate che si muovono insieme sotto il palco. Quindi aspettiamo fino all’ultimo momento prima di decidere cosa ne sarà di quest’estate».

BRIGATABIANCA è Il suo secondo album da solista, dopo anni da frontman dei Subsonica. «Non è facile fare album da solista quando fai parte di una band come i Subsonica. Diventa una prova da superare». La particolarità dell’artista torinese è proprio quella di non essere in competizione con nessun altro, se non con sé stesso. Porta sulle spalle la responsabilità di essere il frontman di una band che ha davvero rivoluzionato il modo di far musica in Italia, quando l’elettronica nel bel paese era solo un miraggio d’oltreoceano. La storia dei fasti di questo genere la ripropone come un talismano portafortuna nell’ultimo singolo estratto: Cocoricò. «Parla di una nottata che i Subsonica e i Bluvertigo hanno trascorso, negli anni Novanta, in riviera romagnola. È un brano che nasce in un momento in cui ho sentito la necessità di ampliare la visione del mio album, e generalmente quando hai questa urgenza ti viene da chiamare gli amici, creare sessioni di scrittura, passare i giorni in studio a lavorare. Abbiamo organizzato questo incontro con Federico Nardelli per scrivere qualcosa, e a questo incontro è venuto anche Colapesce che seguo da quando ha lanciato il suo primo EP a Torino, al circolo dei lettori».

«Quando devi scrivere una canzone con qualcuno con cui non hai mai collaborato passi molto tempo cercando di raccontarti. Racconti della tua vita, di te stesso. Non so per quale motivo, gli raccontai di questa serata al compianto Velvet di Rimini. In quel momento storico lì, noi stavamo esplodendo. I Subsonica e i Bluvertigo. Insieme. Suonavamo spesso insieme perchè eravamo accomunati dalla stessa etichetta, stesso booking. Una di quelle serate, andata molto molto bene, ci ha visti scendere dal palco felicissimi, come se fossimo un solo gruppo. Siamo saliti sullo stesso furgone e abbiamo deciso di andare al Cocoricò dove c’erano degli amici che suonavano. Entriamo dal privé, addobbato con le luci verdi che avete sentito nel testo della canzone (“Persi in questa notte/In una giungla di luci verdi”). Alla consolle ci hanno celebrato come delle divinità. Siamo scesi, e tutti insieme sul furgone siamo tornati in albergo. Saranno state le otto di mattina, quindi già albeggiava e la gente stava per raggiungere le spiagge. Sento bussare dalla finestra. Dico: “Boh, ci sarà un incendio. Saranno i pompieri a dirmi che c’è da sgomberare l’edificio”. Apro la finestra per cercare di capire, e vedo Morgan che saltava da un balcone all’altro per bussare a tutte le finestre. Per lui, come anche per me e per tutti quanti, era stata una serata magica, che non poteva ancora finire. Forse lui non se lo ricorda nemmeno».

Lui sì, invece. Lo ricorda. Ma è stato solo il silenzio successivo a dare un senso a questi momenti magici. «Questa canzone qui parla di un after fondamentalmente, di una serata dopo un concerto in cui si finisce ad una festa, ci si diverte e non si pensa più a niente, fino alle luci dell’alba. Ecco, Questa canzone io l’ho scritta durante il primo lockdown. Un momento in cui sono rimasto chiuso in casa per tre mesi, cosa mai successi prima», dice. È strano come il ricordo di una serata sfrenata, sia legato in qualche modo ad un momento in cui non si poteva che stare a casa. Forse perché abbiamo avuto più tempo per guardarci indietro, mi dico. Senza altre distrazioni. E così, come nella vita di tutto il mondo, scopro che è arrivato il silenzio anche nella vita di un artista che ha sempre vissuto fra tanti suoni diversi; un silenzio che, però, ha dato un senso a tutte le note. Gli faccio notare che è quasi passato un anno dall’uscita di Come respirare, un suo personale saggio sulla musica, musa ispiratrice di questo percorso, che ha definito, un po’ alla Luciano Berio, “un codice di sensibilità, note e silenzi”. Quando ha scritto questo libro non sapeva che saremmo andati incontro ad un anno di silenzio, un anno senza musica dal vivo. Mi guarda pensieroso, come se avessi centrato il dislivello tra ciò che era e ciò che necessariamente è. Come se avessi affondato la barca in una partita a Battaglia Navale. «La musica, come la vita, è fatta di silenzi», mi risponde.

«Questo silenzio che abbiamo vissuto è un silenzio deflagrante, drammatico, perché ci ha messo di fronte la nostra totale incapacità di gestire questo tempo. Ma è vero anche che ci ha messo di fronte alla più grande capacità umana: quella di superare. Abbiamo bisogno di qualcosa di nuovo, di un’idea nuova, di un meccanismo mentale nuovo per tutti gli esseri umani. Abbiamo un pianeta che sta morendo, ogni giorno leggiamo cose drammatiche. Però poi siamo sempre attenti alle cose sbagliate, a quello che hanno detto o scritto di noi su un post. Questa pandemia arriva in un momento in cui era logico che arrivasse. Ci siamo talmente concentrati sull’effimero, che è arrivata una cosa talmente tanto grossa che ha distrutto tutto quanto». Abbassa il tono della voce, in un attimo sembra che mi stia confidando un segreto. «Sai, per quanto riguarda me, io sono cambiato profondamente. Non perché mi sono depresso, o perché sono stato in casa e ho iniziato a fare la pasta. Ma perché ho messo in discussione il mio meccanismo di interazione col mondo. Questo silenzio è stato fondamentale». Rimango di sasso. Per qualche secondo il silenzio ha fatto da cornice a quanto detto, e mi sono reso conto di quanto profondamente avesse centrato il punto. Silenzio. Un istante di imbarazzo pieno di significato. Lo ringrazio, gli sorrido, ma avrei tanto voluto dirgli: caro Samuel, hai ragione tu.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.