Interviste musica

Francesca Michielin e Fedez a Sanremo, viaggio alla ricerca della sacra hit

Un tempo al mercato delle pulci di Santa Cruz c’era un chiosco chiamato Il figlio illegittimo di Joseph Campbell, dal nome del famoso studioso di mitologia e autore del libro L’eroe dai mille volti. Il suo proprietario vendeva oggetti che invitavano ad un viaggio eroico, come talismani fatti su misura, erbe che stimolavano il coraggio e piccoli libri con consigli personalizzati basati sul proprio oroscopo. Vendeva anche domatori del caos, incantesimi che aiutavano le persone a gestire i problemi della vita quotidiana. Sedermi davanti a Federico e Francesca è stato come entrare un attimo in quel chiosco. C’è magia tra persone che si fidano l’uno dell’altro ciecamente. Una forma di attenzione che dissipa l’imbarazzo, fra sorrisi tutt’altro che timidi, e battute per eliminare l’ansietta. Lei, artista affermata, che deve ancora dare gli ultimi esami al conservatorio (perché nella vita non si finisce mai di studiare). Lui, artista che riempie gli stadi, autore di tormentoni pendant toute l’année, quasi papà per la seconda volta.

Si sono scelti l’un l’altro come compagni di avventure per la terza volta, dopo Cigno nero e Magnifico. Ma questa volta la scelta aveva il sapore di necessità (e anche un po’ di opportunità). Mentre racconta del nuovo pezzo, Fedez dice che «scrivere e terminare questo brano, è stata una cosa totalmente nuova, soprattutto durante il periodo che stiamo vivendo. Anche solo darsi un appuntamento su Zoom con Francesca e Mahmood è stata una boccata d’ossigeno, una ventata d’aria fresca in un momento di routine davvero pesante per tutti. Per me si tratta del primo Sanremo da concorrente, sono stato al Festival solo in qualità di manager di Lorenzo Fragola quando era appena uscito da X Factor e mi ricordo che in quell’occasione pensai che al suo posto non ce l’avrei mai fatta. Anche oggi temo di non riuscire a gestire la situazione emotivamente, ma è una terapia d’urto. Ho chiaramente un po’ d’ansietta, ma voglio prendere tutto il buono che c’è in questa esperienza».

Parla mentre riempie il tank della sua sigaretta elettronica. Si vede: è visibilmente emozionato (e forse anche un po’ spaventato). Ha la faccia dell’Uomo Gatto alla finale di Sarabanda e la capacità attoriale di nasconderlo pari a quella di Manuela Arcuri in una puntata qualsiasi de L’onore e il rispetto. È Francesca a entrare nel particolare del pezzo: «Chiamami per nome è una canzone che mi emoziona molto, di solito non mi emoziono in maniera automatica, Federico lo sa, anche per le canzoni che canto. Sono legatissima a questo brano e felicissima di portarlo sul palco dell’Ariston. È una canzone in cui si evince una consapevolezza diversa, un’evoluzione testuale e musicale. È un brano d’amore, certo, ma molto più trasversale rispetto a Magnifico e Cigno nero. Anche per il duetto, abbiamo scelto una struttura diversa, è un pezzo pop differente, anche a livello di produzione: ricorda molto i suoni della mia infanzia, con synth a cui tengo molto e sonorità cinematografiche». La ragazza non tradisce un’emozione. È sicura di quella scommessa che ha fatto col destino, e ogni parola che dice in realtà grida “abbiamo fatto una figata pazzesca”.

Voglio entrare ancora di più nel profondo di quel chiosco a Santa Cruz. Chiedo loro in che modo il pezzo sanremese sarà diverso dai precedenti duetti che hanno monopolizzato le classifiche per stagioni. Il primo a rispondermi è Fedez. «I brani che abbiamo fatto io e Francesca erano molto classici dal punto di vista della struttura: ritornello di Francesca, 16 barre di Federico, ritornello di Francesca, 16 barre di Federico, bridgettino e ritornello di Francesca. Abbiamo cercato di non tenere questa stesura classica, e fare qualcosa di più dinamico. Qualcosa che inserisca anche un interscambio tra le due voci». Qui, in realtà, ho l’impressione che Federico si sia fatto più serio: parla di voci, di interscambio, come volesse sottolineare che non si tratti dell’ennesimo tormentone rapper\cantante, ma qualcosa di profondamente diverso. «Voci che stanno molto bene insieme, ma non spetta a me dirlo». È chiaro che ci tiene. È chiaro che non vede l’ora di presentare questo lavoro. Ma è cauto. Si prende tutte le precauzioni del caso. È una figata pazzesca, ma aspetto che lo diciate voi per primi.

Francesca freme. Strofina spesso le mani quando aspetta di poter parlare. Socchiude gli occhi quasi a voler ricordare tutto quello che ha da dire. Sembra lei la proprietaria del chiosco: giovane, brillante, fiera del suo lavoro. «Come ha detto Federico, rispetto agli altri brani c’è stata un’evoluzione stilistica. Magnifico, per esempio, è un brano figlio del suo tempo. È un piccolo classico, ma circoscritto a quel preciso periodo. Questo invece ha delle caratteristiche che chiaramente sono più attuali, soprattutto per le sonorità. Credo che comunque sia un brano trasversale, perché essendo così minimale, insomma, si presta ad essere trasversale». Non ho ancora finito. Voglio spulciare più a fondo. Cercare l’amuleto della fortuna che porta avanti il loro successo. Entrambi si barricano dietro la struttura, la forma, le sonorità, i sintetizzatori, ma nessuno ha ancora parlato di cuore. E allora viene da chiedersi quanto di loro stessi hanno messo in questo pezzo. Nonostante la scrittura impeccabile di Mahmood (tra gli altri, perché Federico ci tiene a specificare che dietro c’è una fracca di autori), quanto della loro vita, del loro vissuto intimo, è nascosto dietro le parole di questa canzone?

Federico riprende la parola: «A livello tematico è chiaro che c’è tanto di personale. Avendo scritto del testo soprattutto la parte della strofa, c’è tanto di me. Io comunque quando scrivo le canzoni non penso di scrivere la mia autobiografia, ma inevitabilmente un pezzettino di me c’è». C’è qualche secondo di esitazione prima che gli succeda Francesca. Mi aspettavo che continuasse la frase, che mi svelasse la forma e il nome di quel pezzettino di cuore, e invece niente. Fede è ancora più cauto. Non si sbottona, chiude il giro del chiosco dicendo: c’è solo ciò che si vede, c’è solo ciò che c’è. Fare qualcosa di bello non significa per forza fare qualcosa di significativo. Questo lo sappiamo tutto. È vero che stiamo parlando di Fedez, non di Francesco De Gregori, ma è altrettanto vero che la sensibilità del pezzo non si ferma ad una frase di circostanza. La Michielin, dal canto suo, è pronta a rispondere, con il sorriso di chi ha la possibilità di raccontarsi davvero. «Il testo per me è in buona parte autobiografico, assolutamente. Parla di come mi sono sentita nell’ultimo periodo, perché comunque esordire con “Oggi ho una maglia che non mi dona” significa letteralmente che ho vissuto un periodo che mi ha tanto scombussolata».

«Arriverò sul palco dell’Ariston dicendo che nonostante tutto quello che ho vissuto, io non ho paura di vivere un sogno – continua Francesca – Non ho paura di vivere qualcosa di bello. Perché per me questo pezzo rappresenta molto questa voglia di vivere la musica come qualcosa che ti trasporta». Prende fiato, come se dovesse immergersi nelle profondità dei suoi suoi pensieri. «La prima volta che sono salita sul palco dell’Ariston ho detto “Prima mi chiudevo in una scatola e oggi esco”, perché Nessun grado di separazione iniziava proprio così. Questo brano, invece, dice: “Oggi voglio dirti che non ho paura, perché vivere un sogno porta fortuna”. Nonostante tutto siamo qui a celebrare un momento di collettività e a vivere questo momento di musica insieme. Questo mi emoziona tantissimo. La canzone dice anche “Sono arrivata qui nonostante il nodo alla gola che mi porto”. Insomma, ha delle frasi che collego molto a questo momento che stiamo vivendo, e che ricollego a me. Al momento che sto vivendo io».

Tour del chiosco finito. Il talismano del successo non l’ho trovato, ma in compenso ho visto la teca del viaggio eroico di cui parlavamo prima, e Sanremo è senza dubbio la meta finale di questa incredibile e al tempo stesso pericolosissima escursione. Ma c’è un viaggio ancora più eroico, che non tutti riescono ancora a fare: quello dentro sé stessi. Raccontarsi, senza muri, senza ansietta, con la voglia di esserci davvero. Fare un pellegrinaggio nelle proprie emozioni, puntare un torcia da campeggio nelle profondità del proprio petto, e dire: a Sanremo ci porto il cuore. Nessun incantesimo, nessun elisir per domare il caos. Solo una valanga di cuore, lanciato oltre le luci accese, i sedili vuoti e i cameramen della Rai. Solo e soltanto una valanga di cuore.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker.