Opinion musica

Perché la classifica delle band più odiate è una cagata pazzesca

Le efemere sono insetti acquatici che hanno una vita molto breve. Alcune specie vivono meno di ventiquattr’ore, anche se le uova che depongono possono impiegare fino a tre anni per schiudersi. E dopo tre anni di sviluppo, che succede? Si spengono ancora nel giro di 24 ore. L’esperienza delle efemere dovrebbe insegnarci tanto riguardo alla vita: troppo preziosa per veicolare solo emozioni negative, troppo breve per provare quel fastidioso senso di odio verso ciò che non comprendiamo, o ciò che legittimamente può non piacerci. Eppure, per quanto assurdo ci possa sembrare, l’odio, la repulsione, il disgusto verso un certo tipo di musica è decisamente più a portata di mano del piacere stesso. Le conversazioni girano intorno a ciò che detestiamo, proprio quanto ciò che amiamo. Negli ultimi anni, a fare da parafulmine sono state le band rock attive attorno al 2000, appartenenti a generi come il post-grunge e il nu metal. Musica considerata retorica e auto-celebrativa come un programma qualsiasi di Pierluigi Diaco (e se non sapete chi sia, non vi preoccupate, niente di imperdibile).

Ma se esistesse la possibilità di riunire in una sola lista tutte le band più malviste di sempre, chi pensate che meriterebbe il primo posto? Best Life ha provato a realizzarla, riunendo in un algoritmo liste simili di diverse pubblicazioni, da Ultimate Guitar ad L.A. Weekly. Ecco, non vi accalcate con nomi tipo One Direction, perché sono escluse boyband e formazioni simili.

21. Linkin Park
20. Spin Doctors
19. Nirvana
18. Rush
17. Pearl Jam
16. Oasis
15. Korn
14. Metallica
13. The Doors
12. Green Day
11. Coldplay
10. Dave Matthews Band
9. Kiss
8. Radiohead
7. Phish
6. Bob Dylan
5. Mumford and Sons
4. U2
3. Creed
2. Limp Bizkit
1. Nickelback

Siete rimasti anche voi esterrefatti? Io sì. Di sasso come un’efemera allo scoccare della mezzanotte. Non è solo la presenza dei nomi di grandi band a farmi orrore, ma l’esistenza stessa di una “lista dell’odio”. Capiamoci, non potrei mai essere così ipocrita da dirvi che bisogna sempre amare tutti gli artisti incondizionatamente. Mi rendo conto che è impossibile, esattamente come è impossibile, per uno che fa il mio lavoro, fare solo critiche positive sui lavori delle più grandi rockstar. C’è senz’altro qualche lavoro di Bono che mi annoia come una puntata interminabile di Porta a Porta, ma rimane un lavoro, e nient’altro. La cosa che mi lascia perplesso è il senso stesso di riassumere ciò che personalmente non ci piace in una lista. Ed una lista non spiega, non scende nel particolare, generalizza. E quando si generalizza, si perde spesso il senso stesso di ciò che facciamo, persino quando facciamo un semplice elenco. L’idea stessa di “band odiata” significa poco o niente. Si può ritenere un gruppo poco valido o poco interessante, non amare un loro lavoro, o due, o tutti quanti. Si può detestare, correre a cambiare stazione radiofonica o skippare velocemente su Spotify. Ma odiare… Odiare presuppone un sentimento forte. Si odia quella canzone che hai dedicato a quell’ex che ti ha messo le corna con quello di cui, come ti diceva sempre, non ti dovevi preoccupare. Ma non c’è lista per queste cose. Non c’è breviario che tenga.

E allora, che cos’è che odiamo? La loro musica? La loro persona? Oppure, più banalmente, l’idea che ci siamo fatti di tale prodotto? La classifica stilata da Best Life è puramente matematica, basata su liste a loro volta stilate da riviste famose ma sulla base di non si sa quali criteri. Del resto, stabilire scientificamente una quantità di “odio” verso qualcosa è impossibile, perché è il nostro parere ad essere oggetto di queste ricerche, ed è impossibile avere una rappresentatività di un qualcosa così soggettiva e così variabile. Sono opinioni, e le opinioni sono per antonomasia ciò che di più sopravvalutato esista al mondo. L’idea sarebbe quella di imparare a fare come le efemere: selezionare le cose importanti, e lasciare tutto il resto al proprio destino. Impareremmo come anche l’odio può essere arginato dal tempo. Impareremmo ad apprezzare, o a non apprezzare, senza cadere in inutili guerre, paragoni, o breviari dell’orrore come questo.

Stefano Molinari
Autore

25 anni, cuore rock e anima da balera romagnola. redattore, disturbatore telefonico e soubrette degli anni Novanta. Sul mio CV vanto anni di esperienza come sorseggiatore di Champagne in Provenza, ma la verità è che bevo ancora vino dal cartone. Parlo peggio di come scrivo, e penso peggio di come parlo (praticamente sono perfetto per un reality show).