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The Virtual Road ci ha ricordato perché gli U2 sono la miglior live band

Ho scoperto che in Etiopia la popolazione segue un calendario diverso dal nostro, in cui i mesi non sono dodici ma tredici. Per questo motivo, se gli chiedeste in questo momento in che anno siamo, vi risponderebbero 2013. Quando gli U2 hanno annunciato che, in esclusiva sulla piattaforma YouTube, avrebbero ripercorso i live principali della loro carriera, mandandone in diretta i quattro secondo loro più rappresentativi, non ho potuto far a meno di riscoprire tutti gli show più incredibili della band dublinese. Il risultato? Beh, la netta sensazione che Bono, The Edge, Adam e Larry abbiano, come gli etiopi, un calendario diverso da quello internazionale, dove però anziché stare otto anni indietro, stiano almeno vent’anni avanti. La loro però non è solo una questione convenzionale, no. Gli U2, specie per la costruzione concettuale e solo successivamente materiale dei loro tour, hanno sfidato il tempo, oltre che la fisica. Quel che rende memorabile uno show, secondo me, è la somma di tre componenti: la parte scenica, quella musicale e quella politica (in senso lato). Se faccio mente locale, mi rendo conto che quasi tutte le band del Pianeta polarizzano i loro live su una o, in casi molto rari, su due di queste componenti.

Si contano invece sulla punta delle dita di una mano gli artisti in grado di bilanciare il tutto, in un mix perfetto ed equilibrato. Fanno parte di questo Olimpo, per esempio i Pink Floyd. Chi invece mette il focus su due dei tre aspetti è per esempio la band di Chris Martin (musica e scenografia superano il messaggio politico, che comunque non è assente) oppure i Pearl Jam di Mr. Vedder o Bruce Springsteen (nei live dei quali musica e politica sovrastano luci e palchi). C’è infine chi sposta l’attenzione su uno di questi tre paradigmi; i Dream Theatre (sulla musica), Travis Scott (sull’aspetto scenico), Patti Smith (sul messaggio sociale). Ora se tolgo le mani dalla tastiera del mio Mac e smetto di scrivere per un secondo, ho già voglia di cancellare questo ultimo elenco; sento nitide le critiche dei fan dei gruppi sopra citati che maledicono me e chiunque abbia un’idea vagamente simile. Faccio tuttavia lo sforzo di mantenerle per come sono uscite e di provare, al meglio delle mie possibilità, di spiegare ad alcuni di quei lettori, che anch’io rispetto tutti gli artisti di cui sopra, e che in generale avere dei punti di forza non significa che il resto manchi. In senso assoluto, anzi, la parte musicale degli show del boss è superiore, magari, a quella di Bono e compagni, e che forse i messaggi della Smith suonano meno retorici e riecheggiano per più tempo di quelli degli U2.

Ciò non toglie però che quasi nessuno sia in grado di mettere in campo una tale completezza. Ho visto molti concerti della band irlandese, sia nei palazzetti che negli stadi, e di nessuno di questi ho saputo capire se fossero più politici o musicali, più tecnici o emozionali, più scenici o di sostanza. Nella rassegna di YouTube sono stati messi in onda, per poi scomparire dopo sole 48 ore, il live a Slane Castle del 2001, quello in Colorado del 1983, ma anche quello del 1997 a Mexico City, mentre il 10 aprile arriverà lo show di Parigi del 2015. A questi potremmo aggiungere, per esempio, la più recente serie di spettacoli per celebrare l’anniversario di The Joshua Tree oppure il pachidermico 360° Tour. Tutti racconti divenuti lo specchio di un’epoca. Anche se non sei fan della band, è difficile pensare che soltanto leggere le nomenclature di questi tour non susciti un sentimento, non sblocchi un ricordo. Questo testimonia quanto gli U2 siano bravi a decostruire, a reinventare, a prendere tempo (quando necessario), a slegarsi dal passato e, solo infine, a fare nuovamente, ogni santissima volta, la storia della musica live. E per questo, dovremmo essere tutti eternamente grati.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.