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Perché il “Black Album” dei Metallica è stato un disco rivoluzionario

La rivoluzione dei Metallica parte esattamente 30 anni fa. Poco importa il giorno o l’ora esatta, i dettagli li lasciamo tranquillamente a nerd e statisti. Era l’agosto del 1991: MTV, all’epoca in sorprendente forma, ci ubriacava in classico network-style con l’esaltante video di Enter Sandman. Di lì a poco avremmo scoperto che il brano era proprio l’opening track di Metallica (o Black Album che dir si voglia), quinta prova sulla lunga distanza della band statunitense. Il concetto stesso di tutto ciò che sto per scrivere gira proprio attorno a questo termine: Metallica. Perché fino a quel giorno, chiunque ti guardava dall’alto in basso per i tuoi capelli lunghi, per il tuo giubottino di jeans smanicato e pieno di toppe, o per la tua giacca in pelle, era solito col sorriso sarcastico e compassionevole farti la solita imbarazzante domanda: tu ascolti la “musica metallica”? Mantenendosi poi sempre al solito metro di distanza perché secondo lui o puzzavi o lo avresti rapinato di lì a poco. Un esercizio di distanziamento sociale in tempi non sospetti, ben prima del Covid-19. Ecco, la prima grande svolta epocale è proprio questa: il cittadino medio abitante del mondo scopre finalmente dopo circa 20 anni che Metallica non è un genere ma una band, che anche chi ha i capelli lunghi si fa la doccia ogni giorno e che nei flight case ci sono strumenti musicali e non mitragliatrici. E lo scopre perché grazie a questo album la band statunitense riesce a portare dentro le case di chiunque – dalla casalinga all’operaio – quello che non è solo un genere musicale, ma un vero e proprio movimento, l’heavy metal.

Avere 18 anni nel 1991, in fin dei conti, è stata una grande fortuna. Gli 80’s non erano stati solo Duran vs Ballet. Per noi gli 80’s erano stati anche un progressivo avvicinamento a qualcosa di diverso; The Final Countdown, Slippery When Wet, o anche Billy Idol, Van Halen, Guns N’Roses, Skid Row e Mötley Crue. Ma anche poi tutto il movimento new wave e dark con i primi U2, i Litfiba di Maroccolo e Ringo De Palma, gli Ottanta dei Cure, degli Smiths di Marc Almond (che sfornava solo con cover), gli anni di Depeche Mode, Cult, oppure Carcass, Negazione, Sadist e i Dirty Rotten Imbeciles (per i più estremi). Ed eravamo tutti lì, sulle scalinate di Piazza di Spagna, quando ancora il bivacco era consentito. C’era un grande fioraio e noi lì dietro nascosti, ognuno col suo stile (la cresta, il chiodo, gli stivali neri e i jeans attillatissimi o le lunghe tonache nere). Era un mood che fino a quel solito benedetto giorno di agosto del 1991 apparteneva a pochi ragazzi brutti, sporchi, cattivi ed emarginati che vagavano in maniera ordinata tra il Teschio e disfuzioni musicali, tra i pochi pub selezionatissimi e il Uonna Club o l’Evolution, e poi tra il Black Out di Via Saturnia e il Velvet di Via Cairoli. Ed è qui che arriva la seconda grande rivoluzione: perché ora il nero, la giacca di pelle e le Dr. Martens sono entrate prepotentemente nei guardaroba più generalisti. Lo stile inizia ad affascinare, il truzzo si adegua e trasforma, il rock sdogana la sua identità. Stavamo assistendo all’ennesima rivoluzione. Quando esce il “mio” Black Album siamo una decina, con una sorta di rito ci ritroviamo nella classica sala prove condivisa tra band in uno dei tanti box acchitati per risparmiare qualche lira. In maniera rispettosissima iniziamo in religioso silenzio l’ascolto, traccia dopo traccia. Tre volte consecutivamente, senza pausa. Ricordo gli sguardi che ci scambiavamo e l’entusiasmo generale. Ci si accontentava ancora di poco, perché Internet, i social e il cellulare erano oggetti misteriosi all’epoca, ed il tempo si ammazzava diversamente. Per questo l’uscita di un album poteva diventare un vero e proprio evento.

Il Black Album è il disco della svolta: lo sa la band, e lo sanno i fan. Non a caso i quattro cavalieri, stanchi di tour-bus e motel in periferia, ne affidano la produzione a Bob Rock, proprio perché pronti a fare il salto, con tutto ciò che ne conseguirà a livello artistico ma anche a livello umano e personale. Sarà un salasso di litigi, tempi biblici, spese ben oltre il budget previsto. 3/4 della band si separerà a causa dello stress dalle proprie mogli, mentre Bob continuerà a rivoluzionare testi, riff e modalità di registrazione. Il risultato che ne consegue è un album che venderà quasi 30 milioni di copie, di cui circa la metà solo negli States, e che catapulterà i Metallica in una dimensione da cui poi non usciranno mai più. Il disco del salto, della svolta, ma anche delle critiche feroci dei talebani del thrash metal di cui i quattro si erano per lungo tempo fatti tra i portavoce più significativi (insieme a Slayer, Sepultura e Megadeth). Lo stesso concetto di band da quel momento si rivoluziona completamente, trasformandoli in una sorta di società per azioni della musica in itinere. Questo avrà indubbiamente un forte riscontro negativo sulla produzione discografica a venire. Tuttavia, a onor del vero, trasformerà il brand Metallica nel più potente marchio della musica rock, nonché in una delle più importanti live band di sempre per numeri e prestazioni. Se è vero che il movimento grunge di lì a poco spazzerà via tutto ciò, come un tornado implacabile, è altrettanto vero che se non fosse esistito un fenomeno di tale portata, il rock in generale che negli anni Novanta spaccherà le classifiche di tutto il mondo (e per “in generale” intendo dal classic all’heavy al nu metal, passando per grunge e sottogeneri vari) non avrebbe mai potuto raggiungere tali livelli e così tanta gente. Questa l’ultima rivoluzione. Scusate se è poco.