Interviste musica

Margherita Vicario: «L’itpop al maschile ha generato troppi cloni»

Nel 2016, l’uragano Maria ha colpito l’isola caraibica di Dominica. Gli scienziati hanno studiato due specie locali di lucertole anolidi sia prima sia dopo quel disastro naturale e sono rimasti sorpresi di scoprire che dopo l’uragano avevano una presa maggiore rispetto a prima. Quelle creature erano più in grado di aggrapparsi a rocce e rami per evitare di essere spazzate via da forti venti. La conclusione dei ricercatori è stata che si tratta di uno dei tassi di cambiamento evolutivo più rapidi mai registrati. Margherita Vicario è una ragazza che sa affrontare gli uragani a testa alta e «denti dritti», come dice lei. Mentre la musica italiana subiva una battuta d’arresto epocale, Margherita era sulla rampa di lancio per il successo (e neanche una pandemia è riuscita a fermarla). Dice che la chiave di tutto è la parola «resistenza», ed è proprio così: più la conosco, più mi accorgo che il vento forte ha solo rafforzato la sua presa. Bingo, il suo ultimo album, è uno dei lavori discografici più belli degli ultimi anni, e il tour di quest’estate non è stato da meno.

Ormai sono poche le persone che non ti conoscono, ma se dovessi raccontarti ad un metallaro che non ha mai sentito neanche Mandela, come ti definiresti?
Ti direi profondamente riottosa ma con dei denti molto dritti e un sorriso smagliante (ride ndr).

Sei giunta quasi alla fine di un periodo pieno di live (il 17 settembre suonerà a Milano, la data sold out) facendo un bilancio, com’è andata?
È stato bellissimo, tutto stupendo. Certo, con dei piccoli bug burocratici, amministrativi e legislativi che non dipendono da me. Siamo in una situazione paradossale in Italia, quindi mi sento molto fortunata.

A proposito di questo, ultimamente ti ho vista parecchio incazzata. Mi riferisco a quando dal palco hai intimato al servizio d’ordine di lasciare stare dei ragazzi che si alzavano in piedi per ballare durante una tappa del tuo tour.
È un cane che si morde la coda. È una guerra tra poveri, tra io che sto sul palco e quelli che fanno il lavoro che gli è stato detto di fare. Devo dire per forza la mia, e la situazione è un limbo paradossale. Ci sono leggi applicate ad un settore e non ad altri, e questo mi fa male.

Cantante/attrice e attrice/cantante: tendono tutti a incasellarti in questo doppio binario. Ti ha mai annoiato questa insistenza?
Un pochino sì, però capisco che sembri strano, genera curiosità. Io ho studiato all’accademia di teatro ed ho una laurea triennale in performing art, che detto così sembra che voglio fare la spocchiosa. Ma io semplicemente mi muovo su due campi: sono un’attrice e sono una cantautrice, con un mio progetto musicale. A volte penso sia una richiesta, non un limite.

Ti ho conosciuta con Abaue (morte di un trapboy). Che poi è la morte di tutti quelli che sono gli ideali connessi a questo genere e al suo materialismo sfrenato. Ora che hai avuto modo di girare e conoscere tanti artisti, anche trapper, suona ancora allo stesso modo questa canzone?
Questa canzone ha sempre avuto più significati in effetti. Il testo tratta di depressione, dello stare male, della spirale della distruzione. Ne ho conosciuti da vicino che ci sono rimasti quasi secchi, persone che conoscevo anche prima che diventassero trapper, quindi è una canzone che parla di malessere.

Credi nelle competizioni nella musica?
Assolutamente no, anche perché è cambiata la società, il valore del mercato della musica, quindi è anche cambiato di per sé un festival come quello di Castrocaro di cui sono giudice. È un concorso canoro della tradizione, ‘na roba antica se uno pensa a cosa sono diventati adesso i talent. Io non credo ci debba essere una gara, però è vero che avere una giuria che ascolta e valuta il tuo pezzo inedito mi affascina e mi ha fatto piacere partecipare. Portare in diretta Nazionale un pezzo inedito, è di per sé una cosa stupenda. È il lavoro di un artista che viene portato su un palco davanti tutta l’Italia, non è competizione, è mettersi in gioco.

Sanremo sì o Sanremo no?
Sanremo assolutamente sì.

Ti sentiremo al cinema con una versione tutta tua di un pezzo di Achille Lauro, Rolls Royce. Lo hai scelto tu?
È stato il regista che mi ha chiesto di fare questo pezzo perchè gli serviva dargli una veste nuova, ed è stato molto interessante. È una canzone che sta dentro una scena fondamentale del film e mi ha proprio chiesto di reinterpretarla. Non gli interessava la versione originale, che ormai è diventata un classico, voleva una reinterpretazione, come se io fossi parte di questa scena insieme agli altri attori, ma solo attraverso il pezzo.

Troppi preti e troppe suore è il titolo di un tuo pezzo contenuto in Bingo, una critica al moralismo di chi sta lì a dirti come dovresti vivere. Hai mai trovato un po’ di retorica perbenista nel panorama musicale italiano?
Diciamo che abbiamo un po’ esagerato con l’itpop maschile. Ci sono quelli molto bravi che l’itpop se lo sono inventato e poi ci sono i cloni. Ecco, lì un po’ ce lo vedo, sai? La storia rassicurante dell’uomo che canta d’amore e delle donne.

Sono d’accordo con te, le donne fanno ancora troppa fatica a farsi sentire, anche se hanno delle canzoni molto più valide.
Valido non è una cosa oggettiva, in campo musicale ci sono i gusti e i gusti sono soggettivi. C’è invece un problema di opportunità. Il movimento di cui sono ambasciatrice, Key Change, dice che il talento è equamente distribuito, ma le opportunità meno. Quindi, è ovvio che è più rincuorante sentire la canzone d’amore dal pischello distrutto perchè ci si mette meno in gioco nel vedere l’altra faccia della medaglia, che è una visione femminile. In tutti i settori lavorativi le donne sono indietro, e la musica è un settore come un altro.

La tua casa discografica ti propone una collaborazione con un noto rapper, ma ahimé è risaputo che vota Salvini. Scappi o resisti?
Non ci sono rapper che votano Salvini, ma comunque scappo.

L’attrice con cui stai girando dice «non ho niente contro i gay, ma giù le mani dai bambini». Scappi o resisti?
Scappo. Però secondo me abbiamo un problema con le parole “scappa” e “resisti”. Per me resistere significa proprio farglielo notare e combattere. “Resistere” è la parola chiave. Quindi, riavvolgendo il nastro: resisto, sempre. Scappare non è resistere, bisogna resistere altrimenti vincono loro.

Resisti persino davanti l’organizzatore di quel festival che ha sullo sfondo del telefono un selfie con la Meloni?
Resisto, resisto sempre.

Stefano Molinari
Autore

25 anni, cuore rock e anima da balera romagnola. redattore, disturbatore telefonico e soubrette degli anni Novanta. Sul mio CV vanto anni di esperienza come sorseggiatore di Champagne in Provenza, ma la verità è che bevo ancora vino dal cartone. Parlo peggio di come scrivo, e penso peggio di come parlo (praticamente sono perfetto per un reality show).