Opinion musica

“Oasis Knebworth 1996” é il docufilm che la Gen Z dovrebbe guardare

Ci sono momenti storici che la mia generazione, quella nata a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, non ha vissuto in maniera consapevole, ma ne ha un’immagine così chiara e veritiera da poter avere l’impressione di aver assistito in prima persona agli eventi in questione. Tutto questo è possibile grazie ai racconti di amici, parenti, film e documentari. Pensiamo all’11 settembre 2001 e l’attacco al World Trade Center; ogni persona che all’epoca aveva almeno sette o otto anni può descrivere in maniera dettagliata dove si trovasse, cosa stesse facendo e cosa pensò nel momento in cui ha appreso la tragica notizia. I primi minuti di Oasis Knebworth 1996, diretto da Jake Scott, fanno immergere lo spettatore nei ricordi di chi ha partecipato alla corsa ai biglietti per il leggendario concerto degli Oasis, tenutosi nell’Hertfordshire a metà anni Novanta. Non è un’impresa difficile trovare qualcuno che possa e voglia raccontare com’è stato quell’11 maggio del 1996, giorno in cui sono stati messi in vendita e subito esauriti i 250mila biglietti, considerando che il 5% della popolazione britannica tentò di acquistare un’entrata al concerto.

Per comprendere meglio il contesto storico in cui gli Oasis sono arrivati, in soli due anni dal loro debutto, a organizzare il più grande live della storia inglese è necessario riscoprire ciò che viene comunemente definito Cool Britannia; un periodo in cui l’orgoglio per la cultura del Regno Unito tornava a crescere, insieme all’ottimismo e la fiducia verso la Gran Bretagna. È questo il clima in cui i millenial e la generazione Z dovrebbero provare a tuffarsi per poter apprezzare la visione di Oasis Knebworth 1996. Perché il docufilm di Jake Scott non solo ripercorre i due concerti record della band inglese, ma racconta un’intera epoca che sul grande schermo appare dannatamente lontana. Sono molti gli aspetti che potrebbero far sembrare quel concerto qualcosa di impossibile, a partire dalle 22 sterline pagate da centinaia di migliaia di giovani per assistere all’esibizione dei Chemical Brothers, Ocean Colour Scene, Manic Street Preachers, Charlatans, Kula Shaker, Cast e Prodigy, oltre ovviamente agli Oasis. Ma la cosa che, forse, è più difficile immaginare è l’assenza totale di schermi, telecamere e flash rivolti verso il palco su cui Liam, Noel, Bonehead, Paul Guigsy e Alan White si sono esibiti per due sere di fila di fronte a un totale di 250mila persone.

Mezzo milione di occhi rivolti esclusivamente verso la band e altrettante mani al cielo ad applaudire. Oggi, a patto che si riesca ad andare a un concerto in cui si è circondati da centinaia di sconosciuti, è impensabile poter guardare verso il palco e non incrociare centinaia di telefoni alzati a riprendere chi si sta esibendo. Il docufilm di Jake Scott fa riaffiorare i ricordi di chi ha assistito a quell’evento e travolge di nostalgia ogni fan degli Oasis («Knebworth per me è stata la Woodstock degli anni Novanta. Riguardava la musica e le persone. Non ricordo molto, ma non lo dimenticherò mai. Si trattò di un momento biblico», dice Liam), ma può anche emozionare le generazioni che non hanno vissuto in quel periodo storico e soprattutto trasmette la sensazione di essersi persi qualcosa che non si potrà mai più avere. Chi non c’era ha perso, senza colpe, l’opportunità di assistere alla scrittura in diretta della storia – citando Noel Gallagher – mentre chi c’era conserverà in eterno quel ricordo indimenticabile. Tutti, invece, avrete la possibilità di vivere (o rivivere) quel magico weekend di agosto nelle sale dei cinema dal 27 al 29 settembre. A patto che riusciate ad acquistare i biglietti.

Ismail Ezzaari
Autore

Ascolta musica rap da prima ancora che potesse capirla, nel tempo libero impara nuove lingue e ha un planisfero su cui prova a grattare ogni singola nazione.