Interviste musica

Nessuno ha ancora capito “Anarchy in the U.K.” dei Sex Pistols?

La musica, negli ultimi anni, è diventata per gli artisti molto più una professione di quanto non lo fosse negli anni in cui i Sex Pistols iniziarono a muovere i primi passi (e che passi) su un palco, questo è evidente per tutti. È evidente per tutti anche che la band londinese sia il massimo esempio di ribellione ed anticonformismo. Ma quando abbiamo scoperto che Glen Matlock non aveva un ufficio stampa ci è sembrato un dovere morale fare un tentativo, banalmente tramite il suo Instagram, e concordare una chiacchierata su Zoom. “Ciao. Yes I am interested. How, when and where? Glen”. Questa la risposta: secca, dritta al punto, alla Sex Pistols, insomma. Con quel “ciao” all’inizio che parla più di un libro. Con quel “Glen” alla fine che farebbe accapponare la pelle anche al più stoico Zenone di Cizio.

Tra la pandemia, le prime dosi di vaccino e la Brexit, il Regno Unito sta attraversando un momento decisivo per il suo futuro. Come stai vivendo questo cambiamento?
Prima della pandemia ho fatto un tour qui in Inghilterra poi c’è stato il lockdown. In questo momento sto provando a trasferirmi in Francia perché non voglio perdere la mia libertà di movimento. La Brexit è un fottuto problema, ma molti inglesi sembrano non averlo capito. Proprio l’altro giorno stavo riflettendo su come Anarchy in the U.K. racconti ancora bene questo Paese e la situazione che sta affrontando.

Quindi le canzoni dei Sex Pistols possono essere ancora attuali?
Potrebbero esserlo. Alla fine, le canzoni dei Sex Pistols sono un po’ come la Bibbia, ognuno ci legge dentro ciò che vuole.

Prima hai citato Anarchy in the U.K., col passare degli anni tante band l’hanno rifatta. Pensi che l’abbiano capita?
Credo abbiano compreso solamente il titolo (ride ndr.). Ma alla fine tutti ci mettono dentro ciò che ci sentono. Il focus magari è il titolo o una frase che per chi rifà la canzone ha un senso. Il significato che ci trovano loro però non è necessariamente quello che avevamo in testa noi 45 anni fa.

Contro di voi ci fu anche un’interrogazione parlamentare (Larcus Lipton suggerì alla band di sciogliersi, la risposta di Johnny Rotten fece infuriare il Parlamento). Vi siete mai sentiti dei traditori della patria?
Per certi versi non volevamo esserlo, ma volevamo dire la nostra e parlare di ciò che ritenevamo giusto o sbagliato. D’altronde è quello che provo a fare tutt’ora quando scendo in piazza contro la Brexit. Ma non si tratta di politica, si tratta solo di dire la mia. Quando però questa battaglia la fai attraverso la musica, allora diventa tutto molto più evocativo. Scrivere una canzone non è come scrivere un articolo. In quel caso scrivi chiaramente come e cosa cazzo pensi. Scrivendo una canzone, invece, hai a disposizione meno parole e per forza di cose diventano “chiave”. La musica fa diventare tutto più carico, forte ed emotivo.

Questo vostro approccio ha influenzato moltissime band punk che sono venute dopo.
Sì, ma è giusto così, non li critico. In fin dei conti anche noi eravamo molto influenzati nel fare musica dagli Stones e gli Who. Certo, non volevamo guardare indietro e suonare esattamente in quel modo, ma per noi era un punto di partenza.

Dei Green Day cosa ne pensi?
Hanno 10 anni in meno di noi e probabilmente, come noi guardavamo agli Stones, loro avranno guardato ai Pistols. Le persone guardano indietro per andare avanti. Prima che tu me lo chieda, il discorso vale anche per i Blink-182 (ride ndr.).

Allora te ne nomino un altro: Machine Gun Kelly (non lo conosce, gli faccio ascoltare Bloody Valentine).
È punk nella stessa maniera in cui lo diventò Billy Idol. La cosa bella del punk sono le imperfezioni, quelle intelligenti e volute. In Machine Gun Kelly queste imperfezioni non le sento. È un pop ben prodotto, ma nulla di più.

Secondo te la musica di oggi può ancora essere la voce di un cambiamento sociale?
Non allo stesso modo in cui lo era negli anni Sessanta e Settanta. Prima forse aveva più potere perché influenzava di più. Per ascoltare il vinile della tua band preferita dovevi fisicamente uscire e andare a cercarlo, magari anche girando cinque o sei negozi diversi. Quando riuscivi a ottenerlo lo ascoltavi molto più attentamente, visto quanto ti eri impegnato per averlo. Ora la musica è a disposizione di un click, basta streammarla da Spotify o cercarla su YouTube. È tutto più semplice e quindi fai meno attenzione a quello che ascolti.

Tornando ai Pistols, sei uscito dal gruppo ancor prima della pubblicazione di Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols. Te ne sei pentito?
Ad un certo punto credo che la band stesse diventando quasi un cartone. Non mi piaceva come si stava evolvendo la cosa. Con il senno del poi, non credo sia stata la scelta migliore (ride ndr.).

Però va detto che nel 1996 hai preso parte al tour della reunion.
In quell’occasione avrebbero potuto chiamare chiunque suonasse il basso, ma hanno chiamato me. È la prova che nella vita, alla fine, tutto torna.

Quel tour l’avete chiamato Filthy Lucre. Insomma, neanche ti sto a chiedere il motivo di quella reunion.
Spesso le persone lo dimenticano, ma la musica è lavoro. Il punk è lavoro. La prima reunion l’abbiamo fatta anche perché avevamo alcune cose in sospeso. Certo, avevamo una fottuta paura di sentire quell’ – ok è interessante, ma non sono i Sex Pistols di un tempo. Ricordo bene che quando ci riunimmo venne a sentirci Noel Gallagher e ci disse: «Noi non siamo così bravi». Era l’anno dei live degli Oasis al Knebworth Park, ovvero il loro momento di massima notorietà. Quel suo commento ci convinse che non stavamo facendo una cazzata.

A proposito degli Oasis, so che qualche anno fa Liam ti chiamò per suonare ad un suo concerto.
Mi chiese di suonare, ma poi l’entourage cambiò idea. Cercavano un bassista statico sul palco. Quella sera andai al concerto e mi resi conto di quanto fosse noioso guardarli, stavano tutti lì, fermi, senza muoversi (ride ndr.). Cazzo, l’unica persona autorizzata a stare ferma sul palco avrebbe dovuto essere Liam.

Comunque, notavo che i Sex Pistols sono una delle poche band storiche a cui ancora non è stato dedicato un biopic (l’intervista è stata fatta prima dell’annuncio di Pistol di Danny Boyle).
Quando si parla dei Pistols si pensa immediatamente a Sid Vicious e a tutto quello che gli è successo, quindi sono più che sicuro che ne uscirebbe fuori un one man show su di lui. I Sex Pistols non sono stati solo Sid Vicious, sono stati molto altro.

Quindi mi stai dicendo che non siete stati la grande truffa del rock & roll?
Il rock & roll è come un gigantesco libro. Ogni capitolo che sfogli è una sua diversa declinazione. Può accadere che appena finisci di sfogliare un capitolo non sei pronto ad accogliere altrettanto bene il successivo. Ecco, negli anni Settanta in pochi erano pronti al punk dei Sex Pistols.