Interviste musica

La seconda (oscura) vita di Mark Lanegan e Joe Cardamone

Non sono i cattivi dell’ultimo capitolo della DC saga né i protagonisti del nuovo film di Tim Burton. Dark Mark & Skeleton Joe, con il loro album di debutto (quasi omonimo, c’è un “vs” di differenza), rappresentano l’ossimoro di un incontro tetro e fortunato. Il connubio di due alter ego, quello di Mark Lanegan – giunto all’ennesima e strabiliante trasformazione – e Joe Cardamone, musicista, produttore ed ex frontman dei The Icarus Line. «Il progetto si chiama così perché entrambi abbiamo assunto questa meta-identità nel corso degli anni. Il materiale da registrare insieme sembrava calzare alla perfezione su queste figure che si stagliano come emarginazione dei nostri io creativi – mi spiega Joe in collegamento Zoom dalla sua casa di Los Angeles – Ricorro all’alias di Skeleton Joe quando ho bisogno di allontanarmi dalla routine quotidiana. È il mio lato “criminale”». Un album di paradossi che, tuttavia, non sfiorano mai la contraddizione. Un itinerario quasi dantesco di discese e risalite guidate dalla bussola della fragilità umana. Ritmi pulsanti, groove arcaico, linee vocali e testi tanto spezzati quanto pregnanti sono inaugurati dalla discoteca gotica di Living Dead: ombre e zombie si materializzano tra synth frenetici, ballando nell’atmosfera di perdita costante che permea le sedici tracce.

«Mentre questo album prendeva forma, gli Stati Uniti stavano cadendo a pezzi. O meglio, tutto il mondo stava cadendo a pezzi. La pandemia ha reso le strade deserte, ci ha costretti a chiuderci in casa, a vivere nell’incertezza più totale del futuro. Anche in studio l’aria era pesante, per gli incontri che instillavano il dubbio del contagio, per l’impossibilità di avvicinarsi. Tutto è cambiato repentinamente assumendo un contorno apocalittico. Mark si stava preparando a lasciare il Paese e abbiamo iniziato a lavorare a distanza. Entrambi eravamo influenzati da quello che stava succedendo ma entrambi siamo anche oscuri, a prescindere. Due aspetti che hanno peso equivalente nel disco». Nonostante l’abbreviazione di “versus” rimandi ad una contrapposizione, le rispettive attitudini hanno il potere di creare una distopica armonia. «Ho incontrato Mark per la prima volta nel Duemila, quando i The Icarus Line facevano da openinig act per i Queens of The Stone Age. In realtà non conoscevamo nessuno di loro. Fino a che ho incontrato Mark nel backstage. Non avevo idea di come potesse essere davvero e per qualche motivo ci siamo messi a parlare, gli ho stretto la mano, è stato l’unico con cui ho avuto un contatto umano. Mi disse anche che apprezzava la mia musica. Ci siamo persi di vista sino alla pubblicazione di Bubblegum (l’album di Mark pubblicato nel 2004 ndr.). Mi chiamò per proporre al gruppo di andare in tour insieme a lui, e siamo andati. In quell’occasione non siamo riusciti a vederci molto, era come se si nascondesse. Dopo tempo e dopo la morte After DeGuzman (il fondatore insieme a Cardamone dei The Icarus Line ndr.) mi ha di nuovo cercato per supportarlo in una serie di concerti. Aveva saputo della mia carriera da solista».

Una connessione che, dal piano personale, si trasferisce a quello artistico: il sound elettronico ed eclettico di “impronta Cardamone” valorizza la voce inconfondibile di Lanegan – «Mark potrebbe cantare anche la rubrica telefonica» – creando effetti straordinari ed inaspettati. Ne è espressione la stratificazione timbrica dell’attuale singolo, No Justice. «Ogni giorno scrivo tantissime basi e demo strumentali. Mi aiuta a staccare un po’ la testa, come se fosse terapeutico. Arrivo, in cinque minuti compongo e me ne vado. Mi impedisce di impazzire. Ho mandato a Mark le prime tracce nel frangente in cui eravamo bloccati qui a Los Angeles. Come promesso, in piena notte, gli ho inviato un file MP3 e quando mi sono svegliato, la mattina seguente, mi aveva girato già il testo ed una possibile linea vocale. Siamo andati avanti così, mettendo insieme 25 pezzi. È davvero incredibile poter confrontarsi con un artista che produce alla tua stessa velocità. Ed è stato un onore ascoltare la voce di Mark, che è un dono di Dio, sui miei strumentali. Quando poi abbiamo cantato insieme è stato tutto ancora più bello». Una connessione che dal piano personale si eleva ad una filosofia universale attraverso il tema del “limen”, del filo sospeso tra luce e baratro su cui l’uomo diventa funambolo. Una dicotomia chiarissima nel microcosmo di Skeleton Joe Manifesto e nei versi più crudi ed espressivi di Crime: “I pull the pin/On this hand grenade”.

Gli arrangiamenti ripetuti con modalità al limite dell’ossessivo circuiscono in un loop di attrazione e repulsione, di prigionia e desiderio di libertà. Il synth impazzito di Lay Me Down, No Way Out, Sanctified e Traction offre un viaggio di sola andata per uno stato vicinissimo all’oblio e alla trance. Da tracce differenti che possono sembrare la fusione di un’unica canzone, in Dark Mark vs Skeleton Joe sono contemplati anche respiri di distensione. Cold Summer è la distillazione di malinconia ed umori fuligginosi, Hiraeth (vocabolo gallese non del tutto traducibile) si posiziona come perla rara ed inno alla bellezza ineffabile, eterea, trasmissibile solo con la musica. Oltre di essa. Cardamone lo ha descritto come un album adatto sia al giorno che alla notte. Con l’assenza delle percussioni si può ammirare il sole che sorge dopo il battito primordiale mentre i brani più concitati dispiegano la propria energia dopo il tramonto. E la chiusura è affidata proprio ad uno scenario notturno. In Sunday Night 230 AM ed in Basement, nell’eco perpetuo di un mondo spettrale che abita quello dei vivi, ritorna la matrice elettronica intersecata, però, con la solennità del pianoforte, in picchiata – tasto dopo tasto – verso le ottave più abissali. “There’s a darkness all over/All over this world”. Terminato l’ascolto, rimasti in solitario silenzio, la sensazione simultanea di coinvolgimento e straniamento non può che far sorgere una domanda: come potrebbe essere e suonare Dark Mark vs Skeleton Joe live, su un palco? Che tipo di esperienza sarebbe?. «Ne abbiamo parlato molto con Mark. Per il momento lasciamo che le acque di questo assurdo periodo si calmino. Vogliamo che tutto sia più certo e sicuro».

Laura Faccenda
Autore

Da penna dedita alle note, alle canzoni, ai concerti, sogno una scrivania alla Lester Bangs del nuovo millennio. Lavoro a Milano, amata ed odiata metropoli, come content creator e copywriter creativo. Se avessi una macchina del tempo? Anni Novanta, Seattle, patria del Grunge.