Interviste musica

Tutti i mostri di Nayt

Sono passati 329 giorni dall’uscita di Mood, il disco che ha segnato l’inizio del un nuovo percorso artistico di Nayt. Arriva invece oggi Doom, il nuovo capitolo di quest’avventura all’interno del suo animo e delle sue emozioni, in cui William Mezzanotte si muove tra le sue problematiche personali e quelle sociali del genere umano. In occasione del lancio del progetto lo abbiamo incontrato a Milano per farci raccontare il viaggio che da Mood lo ha portato alla creazione e pubblicazione di questo nuovo disco, e le sue sensazioni riguardo al futuro. Ci mettiamo comodi e, dopo le presentazioni iniziali, guardandomi intorno la prima curiosità è come Nayt stia vivendo il suo rapporto con Milano, dopo i trascorsi esposti anche in Mood. «Meglio del passato, ora sono più concentrato, solido, consapevole della mia personalità e più sicuro della mia visione delle cose. Me la sono vissuta peggio quando ero influenzato da tante cose diverse e sballottolato», farsi trascinare da una città come Milano è facile, aggiungo io, per poi farlo concludere: «Esatto, Milano è forte, ti sa trascinare e io la sento tutta quest’energia, però ora mi faccio trascinare in maniera sana». Nayt appare visibilmente più maturo artisticamente parlando ed un aspetto tangibile del progetto Doom è la cura minuziosa dedicata ad ogni particolare, a partire dall’artwork della copertina, curato da Davide e Claudio Foco. Gli spunti sono molti e colpisce particolarmente la figura di Nayt sullo sfondo, a metà tra l’essere sollevato e risucchiato dalla folla.

«Ci abbiamo pensato molto a questa cosa, il senso finale è che il me del passato è lontano, arriviamo da lì ed ora siamo scesi più in profondità. Simboleggia il collegamento al passato e non è né risucchiato né sostenuto, semplicemente distante», dice prima di raccontare meglio l’ispirazione della copertina. «È un insieme di riferimenti alla morte, alla scienza, all’arte e alle donne. Le ispirazioni arrivano da due delle opere più importanti di Francisco Goya, La sepoltura della sardina e Il sonno della ragione genera i mostri. Insieme al team grafico abbiamo voluto reinterpretare la follia che si crea dentro ognuno di noi a causa dell’amore e della paura. Queste due emozioni cambiano il significato delle cose, in negativo nel caso della paura e in positivo nel caso dell’amore. (Prende una pausa e poi continua ndr.). La chiave principale è nel concetto de Il sonno della ragione genera i mostri, se io abbandono la mia testa alla fantasia, e di conseguenza alle mie paure, paranoie ed energie vado in contro alla follia». Questi mostri Nayt vuole affrontarli o ha realizzato che è meglio conviverci? William mi risponde senza doverci neanche pensare, la sua sicurezza traspare in ogni sua frase: «Io li accolgo. Se è vero che nulla si crea e nulla si distrugge, sicuramente non distruggeremo questi mostri, non si può vivere senza ombra e senza paura. Il mostro principale è la paura. In particolar modo la paura di amare. Il disco ruota intorno a questo concetto di amore e paura, c’è tanto di entrambi. È incredibile quanto la paura influenzi ogni nostra scelta e quanto sia difficile staccarsi da questa influenza. Allo stesso tempo anche l’amore influenza molto le nostre scelte, forse perché ci sembra l’unica cosa per cui vale la pena vivere».

Mood e Doom sono due album da ascoltare uno dopo l’altro, in modo da apprezzare ulteriormente la crescita artistica di Nayt. Ora, rispetto ad un anno fa, la parte emotiva e quella aggressiva sono meglio amalgamate e più coese. William sembra aver trovato il suo equilibrio definitivo, gli chiedo quindi se ora sa chi vuole essere o cosa vuole fare. «Ho una visione più chiara di chi voglio essere e cosa voglio fare, allo stesso tempo lascio la porta aperta ad ogni cambiamento ed evoluzione. Oggi mi sento molto più sicuro e soddisfatto. Sapere di riuscire a mettere nero su bianco la mia visione e concretizzarla in maniera chiara mi fa sentire bene. È un circolo vizioso che mi da la carica per fare sempre meglio», mi spiega con tono convinto e prosegue: «Ti dico anche che mi sento in una fase di cambiamento e transizione, non so quanto durerà e quindi non mi sento arrivato». Raggiungere un livello tale di self-confidence è importante per ogni artista, elimina la paura di sbagliare e dona una sensazione di libertà fondamentale nel processo creativo. «È proprio questa la cosa. Questa sicurezza mi viene da dentro, poi ovviamente ci sono anche i momenti down, ma esserne consapevoli e saperli accettare è la parte importante», dice. In Doom è evidente la voglia di fare musica senza compromessi o regole, ci sono mille sfumature diverse e, fatta eccezione per brani come Opss, Nayt non sembra aver più bisogno di dimostrare cosa è in grado di fare tecnicamente. Gli chiedo quindi da cosa nasce quest’esigenza di ridurre i tecnicismi a favore di pezzi più cantati e melodici. «È una necessità di esprimersi. Ho dimostrato in passato, in primis a me stesso, che la tecnica la so e continuare ad esternarla senza un fine un po’ più alto non ha molto senso. Volevo dedicare la tecnica e la capacità acquisite nel tempo a qualcosa di più maturo. Nel disco ci sono pezzi come La mia noia, che sono volutamente più semplici proprio per essere più chiari, per dare peso al testo piuttosto che alla forma».

Mi viene da pensare che con pezzi come Opss sia più difficile far arrivare un messaggio, ma è perché qualcuno rischia di non capire o perché si fa fatica ad esprimere meglio i sentimenti con brani così tecnici e veloci? «È che la tecnica ha dei pro e dei contro. Essere così tecnici e complessi significa essere più difficili da comprendere di fronte a qualcuno», dice rispondendo al mio dubbio, per poi aggiungere. «Se io fossi spinto dall’esigenza di fare solo pezzi di quel tipo li farei, è che non mi interessa. Dopo un po’ diventa un cliché ripetitivo, io invece ho sempre amato tantissimo spaziare. Ci sono tracce come Sorpresa o Tutto ok dove il rap non c’è, ma non è qualcosa di pensato, nasce tutto dalla necessità di esprimermi durante il processo creativo». Domando a William quali sono stati il momento più brutto ed il momento più bello durante la creazione del disco e dove lo ha scritto. «L’ho scritto tutto a Roma – afferma lui senza dubbi – il momento più bello invece è stato durante l’arrangiamento di alcuni pezzi, mi ero reso conto che stavano prendendo la forma che speravo prendessero, quella cosa mi ha donato attimi di felicità. Uno dei momenti più brutti invece è stato l’ultimo periodo, dovevo chiudere diverse cose e la mia auto imposizione nel fare bene lo ha reso psicologicamente pressante». Dopo quasi mezz’ora insieme arriviamo finalmente a parlare degli unici due featuring inclusi nell’album: «Nei confronti di Gemitaiz e Mattak c’era una stima personale e artistica di base, sono due persone che sento vicine a me. Opss più che un esercizio di stile è stato un break dal continuo pensare, analizzare e sviscerare. Ci siamo divertiti, ma con delle capacità». Non posso che essere d’accordo, nel brano in questione si sente la voglia di divertirsi e la sana competizione tra tre artisti ed amici.

Prima di salutarci gli chiedo di citare un film o un libro che lo hanno ispirato particolarmente durante la scrittura del disco: «C’è un libro in particolare, tra i tanti, che mi ha ispirato già da Mood e che mi ha accompagnato anche in Doom: Il narcisismo di Alexander Lowen. Tutto è nato dalla voglia di smontare questo ego, per trovare più contatto con me stesso. Oggi forse viviamo il periodo storico che più rappresenta il narcisismo. Tutti neghiamo i nostri sentimenti, la nostra immagine ed il nostro vero essere per costruire un’immagine che rimpiazzi il tutto. Il mio obiettivo, iniziato con Mood, e continuato con Doom, è stato proprio quello di iniziare a smontarmi e farlo fare a chi segue il mio viaggio». Sono piacevolmente colpito dal vedere un artista così libero e consapevole di quello che può fare, mentre si evolve e si migliora senza pensare al giudizio esterno. Nayt sta uscendo dalla sua zona di comfort e sta dimostrando, oltre che a se stesso, ai giovani emergenti ed il pubblico che si deve fare musica anche per esprimersi e dare sfogo alle proprie emozioni, senza compromessi con il mercato o con il proprio passato.

Ismail Ezzaari
Autore

Ascolta musica rap da prima ancora che potesse capirla, nel tempo libero impara nuove lingue e ha un planisfero su cui prova a grattare ogni singola nazione.