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Inoki: «La società è allo sbando, proprio come la scena rap italiana»

Lo scorso gennaio, mentre l’Italia attraversava un periodo di confusione dettato dai continui cambi di colore e la musica brancolava in una coltre di incertezza e precarietà, Inoki pubblicava Medioego. A dieci mesi da quell’uscita, che nella settimana di esordio ha raggiunto la seconda posizione FIMI, Fabiano è tornato per ampliare e arricchire il progetto con sei nuove tracce tra inediti e remix («Nuovo Medioego per me è un tassello importante lungo il percorso che sto facendo. C’era la voglia di fare ancora qualcosa, di dire ancora qualcosa», dice). L’abbiamo incontrato per farci raccontare il progetto e la sua visione del rap in questo momento, che è «allo sbando, proprio come la società».

Ripercorrendo i mesi dall’uscita di Medioego, sei soddisfatto dei risultati ottenuti e dei feedback ricevuti?
Siamo contenti perché siamo riusciti a fare qualcosa che nessuno si aspettava.

Quindi qual è l’obiettivo di Nuovo Medioego?
Ho scritto Medioego in un periodo oscuro della mia vita, e non solo la mia, ma quella un po’ di tutti. Dopo che è uscito il disco ho avuto una disgrazia personale e quindi il mio Medioego è continuato e ho sentito il bisogno di raccontare anche questa seconda fase. Questo mio nuovo progetto è l’anello mancante stesso del progetto originale. Inoltre c’era l’esigenza di avere dei featuring in particolare, perchè il disco era molto personale, era molto intimo e c’era la voglia di allargare un po’ la visione anche coinvolgendo altre persone.

A proposito di featuring, c’è il remix di Duomo con Nerone?
Il pezzo con Nerone è la mia canzone dedicata a Milano, città che mi ha accolto tra le sue braccia e mi ha dato la possibilità di riscattarmi più volte nella mia vita, perchè non è né la prima né la seconda volta che torno a vivere a Milano. Ho deciso di scrivere Duomo perché fino ad ora nessuno aveva mai fatto una così e chi meglio di Nerone, che indossa una corona con la forma del Duomo, poteva benedire questa traccia?

In 100S canti “Cento siga, cento giorni per dimenticarti”. Come si affronta una dipendenza o un vizio quando diventa qualcosa che ci piace?
Ogni dipendenza è diversa e ognuno la affronta in modo diverso. Io ne ho affrontate molte e sono state difficili, le più difficili alla fine sono quelle legali, perché sembra che non siano un problema e invece sono il problema più grande. La soluzione non la so, sicuramente bisogna trovare delle alternative al male.

La solitudine e il saper stare da soli per te cosa vogliono dire?
Io sono cresciuto da solo, quindi sono stato quasi obbligato a imparare a stare solo, ma non è una cosa che mi piace. È giusto trovare la propria serenità da soli, ma bisogna saper stare in mezzo alla gente per non dimenticare il mondo dove siamo. Anzi il mondo che abitiamo.

Sei ancora nell’anno della pace?
L’anno della pace è stato il 2018, dal 2018 ad ora sono nella pace. Non ho più voglia di fare la guerra ai mulini a vento. È stata superata una linea dalla quale non si può più tornare indietro, quel tipo di battaglie che facevo prima non ha più senso farle. Sono ufficialmente nel quarto anno della pace.

Qual è la linea di cui parli?
La linea in cui prima il rap e l’hip hop non erano una barzelletta, nessuno gli avrebbe mai mancato di rispetto, ad un certo punto abbiamo avuto dei gruppi e dei personaggi che per come concepisco io il rap e la musica di strada non hanno senso a rappresentarla. Dal quel punto in poi le battaglie non hanno più senso. Gente che non è di strada che rappresenta la strada, dal momento che questa cosa è stata sdoganata io sono in pace.

Di chi sono le colpe?
La colpa è di tutti e di nessuno. Probabilmente doveva andare così. La colpa è di chi ha venduto la sua coscienza, i suoi valori e i suoi ideali. Ma non ci sono dei nomi, è capitato a tanti in dei momenti ed è andata così. Questa non è una cosa solo della musica in Italia, è una cosa del mondo e della società. La società è allo sbando.

Quindi una cultura hip-hop più forte avrebbe limitato determinate derive?
La cultura hip-hop viene dalla povertà, automaticamente se la sono comprata le aziende e le multinazionali. È completamente comprensibile però, se sei povero e arriva qualcuno a darti i soldi, fai quello che devi fare. Prima l’hip-hop serviva a trasformare un disagio in un’opera d’arte. Adesso si fa per i soldi, bisogna accettarlo ed è stato comunque un riscatto a livello sociale. Se tu pensi che l’hip-hop nasce dai figli degli schiavi, che volevano uscire dal disagio, in qualche modo ci sono riusciti. Alla fine però le loro catene non si sono trasformate in semplici catene d’oro, perchè sono incatenati dalle multinazionali.

Dopo il boom degli anni passati, pensi che il rap stia passando di moda?
Il rap non sta passando di moda, il rap ora fa parte della cultura nazional popolare italiana. Il rap è ovunque e questa guerra l’abbiamo vinta. Ora può solo evolversi, trasformarsi e cambiare.