Interviste musica

gIANMARIA sa come raccontare il disagio della Generazione Z

Mi soddisfa veramente molto cercare nuovi artisti. Anni fa ricordo di esser rimasto folgorato da un duo che più tardi avrebbe preso il nome di Psicologi (all’epoca Psicologi-Autostima era il titolo del loro inedito, come mi hanno spiegato qualche tempo dopo durante una chiacchierata). Qualcosa di simile è successo quando un amico mi ha girato un link SoundCloud di Blanco. Quando mi sono imbattuto in gIANMARIA ho pensato che uno così, se fosse entrato in contatto con le persone giuste, avrebbe potuto letteralmente fare la differenza. Questa persona – sì, assolutamente quella giusta – è Emma, sua coach ad X Factor. «Con Emma ho un rapporto bellissimo – mi racconta dall’loft dove sta preparando l’esibizione di domani sera, duetterà con Samuele Bersani – All’inizio ci siamo un po’ annusati perché non riuscivamo a capirci. Lei ti dice tutto in faccia e sto lavorando su me stesso per somigliarle sempre di più. Le sto sempre attorno e quando dispensa consigli ai membri della nostra squadra, quasi sempre cerchiamo di metterli in pratica e di lavorare sugli aspetti che crede possano essere perfezionati. Da Emma ho imparato anche molto sul cantato, ma principalmente è la parte umana che mi tengo più stretta. Spero che anche fuori da X Factor tutto resti com’è tra noi».

Nel testo di I suicidi (insieme a Senza saliva è contenuta in X Factor Mixtape) citi un monologo del film L’odio: a prescindere dal contesto, ti ritrovi nella strategia di vita del “fino a qui tutto bene”?
In realtà sì. O forse no. (Si prende qualche secondo per continuare la frase ndr.). Vedi, c’è sempre una presa di coscienza che ti porta a non buttare tutto all’aria. D’altro canto però, ripetersi di continuo che fin qui va tutto bene è una sorta di alibi che ci costruiamo in testa con i rischi annessi e connessi.

Di che rischi parli?
Il più grande è senz’altro quello di non riuscire ad evolversi, a migliorarsi. La stasi, i paletti che ci mettiamo, sono un limite alla nostra crescita come individui.

Spiegaci perché secondo te la Generazione Z sta avendo così tanto successo nell’industria musicale.
I giovani sono sempre più sensibili secondo me. Quando un giovane non trova le risposte che cerca si sente inadeguato, fuori posto. Da questo disagio nasce qualcosa di grande, in cui intere generazioni di coetanei si ritrova.

Anche tu ti senti fuori posto?
Sì, io sono tra quelli che riescono ad esprimersi attraverso la musica. È grazie alla scrittura delle canzoni che sto cercando di trovare la mia strada.

Tenco alla domanda: «Perché scrivi solo cose tristi?», rispose: «Perché quando sono felice, esco».
Assolutamente. Io scrivo le cose che non mi vanno bene, sperando da un lato di esorcizzare certe paure, dall’altro di guidare nel mio piccolo un cambiamento. Le cose belle le vivo, le tengo per me (ride ndr.)

Credi che artisti come te, Madame, Blanco o Chiello possano rappresentare per i millennials quello che Vasco Rossi o Rino Gaetano hanno rappresentato per la loro generazione?
La grandezza degli artisti della nuova generazione che hai citato secondo me risiede nel fatto che sono persone normali, senza filtri o sovrastrutture. Sono anche estremamente bravi a fare questo lavoro, anche se io mi tolgo da questa lista. Il loro talento è quello di riuscire a scrivere testi semplici, mentre il nostro lavoro è quello di salvare le persone. Quindi rispondendo alla tua domanda, credo di sì. Vasco Rossi e Rino Gaetano erano persone come tutti gli altri, ma con il fegato di urlare al mondo ciò che non andava. Questo li ha portati ad essere i portavoce di una generazione. Sì, dai, mi piace pensare che la risposta sia questa.

Visto che hai interpretato Jenny è pazza e Mio fratello è figlio unico, due pezzi cardine delle carriere di Vasco e Rino Gaetano. Come è stato portare questi mostri sacri su un palco?
Ho tirato il più possibile dalla mia parte il fattore cover, perché X Factor principalmente questo è, ma poi ho sentito il desiderio di scrivere sopra a questi brani. Mi piaceva veramente tanto perché quando si ha già un argomento, puoi andare più a fondo, fare tuoi quei brani al cento per cento. Detto questo, credo che non esistano mostri sacri nella musica. Una volta che un brano è stato pubblicato, diventa di tutti e chiunque deve essere libero di farci quello che vuole.

I Måneskin sono la dimostrazione che non importa arrivare primi per vincere.
Io spero che la strada sia sempre in salita di qui in avanti. Più le cose si fanno difficili, più ho l’opportunità di crescere e migliorarmi. Devo dirti che sono felice perché rispetto ad altri casi nelle altre edizioni, io non ho avuto un’attenzione mediatica troppo pressante. Ciò non toglie che ovviamente la mia notorietà sia cresciuta negli ultimi mesi grazie a questo programma.

Cosa sogni per il tuo futuro?
Prendermi un posto nel panorama musicale e far durare tutto questo il più a lungo possibile.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.