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Cesare Cremonini può fare quello che vuole, e la cosa gli piace

Cesare Cremonini l’avevamo lasciato tre anni fa colmo di energia all’uscita di 2C2C, il suo primo best of. Oggi, dopo due anni di pandemia e la perdita del padre – al quale ha dedicato nel nuovo disco un ricordo commosso con la canzone Moonwalk – siamo davanti ad una persona diversa: un nuovo Cremonini, ma anche un nuovo Cesare. «Perché Cremonini è il mio marchio di fabbrica e definisce la mia produzione, se andiamo a bere una birra, io sono Cesare. È la mia identità più stretta», dice. «Anche se ci penso ho più ricordi da cantante che da non cantante nella vita». Basta gravitare nell’orbita cremoniniana per rendersene conto: da una parte c’è il ragazzo di provincia, dall’altra la star lucente, che illumina tutto quando si accende sul palco. Sanremo in tal senso è stato solo l’ultimo grande successo, una sorta di momento catartico e collettivo in cui Cremonini entra in God Mode e sale sul tetto coi più grandi. È forse questa coesistenza bifronte degli opposti che lo rende leggenda e al contempo di tutti?

Fatto sta che la svolta per Cesare è arrivata con la consapevolezza di poter fare, a questo punto del suo percorso, praticamente tutto quello che vuole, e la cosa gli piace: «In un momento in cui il mercato sceglie di far fruire la musica in un determinato modo, un artista come me si libera, non si sente più schiavo. Ed è una scelta personale di coerenza artistica. In questo momento il mercato discografico è in una fase di passaggio e la scelta può essere quella di avere paura oppure quella di cavalcare questa wave con entusiasmo, libero da ogni logica, senza paure». Quindi la partita quale sarebbe? «Le persone vogliono tornare a parlare, a comunicare. I live servono per avere uno scambio col pubblico. Quando mi hanno chiesto di andare a Sanremo mi sono detto che ci sarei andato a modo mio. Col mio entourage abbiamo deciso che avremmo fatto uno spettacolo vero: avevo chiesto quindici minuti, me ne volevano dare nove, ho chiuso a dodici. Quella sera è stata importante: qualcosa come 14 milioni di telespettatori hanno visto la mia esibizione e il giorno dopo le vendite dei biglietti per tour sono schizzate». E a proposito di Sanremo, «quell’esibizione è stata una preview di quanto accadrà quest’estate in tour (partirà da Lignano Sabbiadoro il 9 giugno, poi proseguirà nei principali stadi italiani ndr.)».

Sul palco con lui ci sarà anche Davide Rossi (già al fianco di Goldfrapp e Coldplay) che ha anche collaborato al disco inciso negli Abbey Road Studios di Londra: «Lì dove la qualità è ancora un valore aggiunto, una delle poche sale d’incisione che ti garantisce un suono ed un livello di musicisti quasi incomparabili e che ha il fascino dello studio in cui hanno lavorato i tuoi miti». Nel frattempo, seguendo il mood di questo disco, che è un «allargare le braccia verso gli altri» e nel tentativo di dare un senso più tangibile e reale a questo lavoro, ha deciso di dare una mano per smuovere le acque in quartieri periferici con il progetto Io vorrei, che vede coinvolto l’artista palermitano Giulio Rosk: è andato in loco, ha preso contatti con le amministrazioni, con le scuole: «Ho capito che “la ragazza del futuro”, come me, come molti di noi, è di un’Italia di periferia, di una vastissima provincia italiana da cui stanno anche nascendo le migliori produzioni musicali italiane. Del resto, anche la vittoria di Mahmood e Blanco a Sanremo lo conferma: il futuro di questo Paese è nella provincia».