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Franco Battiato è stato l’effetto collaterale della musica italiana

Franco Battiato, oltre 70 anni di musica: impossibile non conoscere le sue hit è il titolo che un quotidiano nazionale ha deciso di dare alla notizia della sua morte. Lo rileggo più e più volte, e ancora fatico a capire come la parola hit possa essere accostata a Franco Battiato, neanche stessimo parlando di Fred De Palma. Allora cerco su Google: dicesi hit una canzone di gran successo. E fin qui siamo tutti d’accordo. Battiato è stato un artista di gran successo, oltre l’immaginabile, e ha avuto un impatto gigantesco su generazioni diverse proprio in virtù della sua abilità nel coltivare il pop, la canzone nazional popolare. Ma allora perché la parola “hit” dovrebbe farci così orrore? Presto detto: perché anche la canzone più sputtanata di Battiato era un immenso capolavoro culturale. Battiato non era il principio attivo del mercato discografico, Battiato era la controindicazione. Battiato è stato l’effetto collaterale della musica italiana, e chiunque abbia avuto modo di fare esperienza della sua musica capisce di cosa stiamo parlando.

Il livello di ascolto che impone ogni suo pezzo è diametralmente e concettualmente diverso da qualsiasi altra canzone che si possa definire hit. I suoi testi riflettono i suoi interessi, fra cui l’esoterismo, la teoretica filosofica, la mistica sufi e la meditazione orientale. Ha scritto testi di una profondità immensa con il filosofo Manlio Sgalambro, non certo Cristiano Malgioglio. L’era del cinghiale bianco, Prospettiva Nevskij, Centro di gravità permanente, Bandiera bianca, Cuccurucucù, Voglio vederti danzare, E ti vengo a cercare, Povera patria, sono solo alcuni dei suoi più grandi successi. Eppure non riesco a definire nessuno di questi pezzi una hit, perché nonostante queste canzoni appartengano indissolubilmente alla cultura nazional popolare italiana, Battiato ha dato solo a pochi il privilegio di farne esperienza in maniera consapevole. Solo chi ha gli strumenti giusti ha potuto godere dell’immensità celata dietro un ritornello particolarmente orecchiabile, ed ha potuto coglierne il significato, le più piccole sfumature strumentali. Perché Battiato è una di quelle cose che accadono nella vita quando sei abbastanza maturo per comprendere, per sentire la vita intorno. Battiato ha insegnato al mondo il profondo rispetto per le parole, per il senso, per la profondità. E soprattutto, Battiato non era solo pop. Nella sua carriera è passato dal rock progressivo all’avanguardia colta, dalla canzone d’autore alla musica etnica, da quella elettronica all’opera lirica.

E oltre i suoi meriti di autore, il maestro era anche un grande interprete. Un sarto della musica. Cuciva i suoi vestiti sulle canzoni più belle della musica italiana e internazionale, e le faceva danzare come ballerine sulle punte. E so che può suonare come una bestemmia, ma Battiato interpretava De André spesso meglio di De André stesso. Oggi è morto (l’articolo è stato scritto a maggio 2021) e l’Italia è orfana di uno dei suoi più grandi artisti. In tv, alla radio, non sento che il suo capolavoro più grande: La cura. Nella mia vita l’ho sentita almeno una ventina di volte suonare impropriamente nei filmini imbarazzanti dei vari diciottesimi a cui sono andato. Stamattina ho avuto la stessa sensazione: quella di un Battiato usato, più che omaggiato. Sacrificato sull’altare del clickbait per il concetto stesso di hit. Sento il dovere morale di restituire al maestro un ritratto più ampio delle sue hit. Sento la necessità di ringraziarlo per averci dato gli strumenti, e averci accolti nel suo orticello. Battiato ha coltivato la canzone d’autore come fosse un giardino zen. E qui, tra le sue rose, celebrava la vita, la consapevolezza, la bellezza. La cura, in effetti, l’ha data lui a noi.