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I Rolling Stones a San Siro hanno fermato il tempo per una notte

I Rolling Stones tornano a San Siro dopo sedici anni dall’ultima volta. Arrivo in tempo per i Ghost Hounds, band americana d’apertura al tour che celebra i sessant’anni di carriera della band londinese, già opening act dello scorso No Filter Tour. Lo stadio è pieno e non ci sono differenze generazionali che tengano: bambini mano nella mano coi genitori, coppie di anziani e coppie giovani, spettatori di ogni età e provenienza. È una conseguenza così naturale per una band di quella portata eppure ne rimango sorpresa ogni volta come fosse la prima. Non c’è un posto sugli spalti che non sia occupato e sono proprio loro in cima a fare più rumore. Un quarto d’ora dopo le nove si spengono le luci e ciò che vediamo è un video tributo a Charlie Watts. Salgono in ordine Ronnie Wood, Keith Richards e infine Mick Jagger a intonare la prima canzone della serata, Street Fighting Man, proseguendo poi con 19th Nervous Breakdown e Tumbling Dice. «Questo è il primo tour senza Charlie e ci manca moltissimo», dice Mick in italiano.

I Rolling Stones non sono solo parte della storia della musica: loro sono la storia in sé e vederli senza Charlie fa male come se a lasciarci fosse stato un amico che conoscevamo bene, ma è giusto celebrarlo continuando a suonare. Veniamo invitati da Sir Jagger a contribuire cantando in coro Out of Time e ancora una volta mi stupisco della potenza delle voci che riempiono San Siro. Il cielo è grigio e dopo Dead Flowers ho il privilegio di assistere a uno dei momenti più indimenticabili per qualsiasi fan della musica: gli Stones suonano Wild Horses, una tra le loro ballad più celebri, davanti alla pioggia e un San Siro che accende le torce dei telefoni dal primo all’ultimo posto degli spalti, il risultato è magico e suggestivo. Poi la pioggia si ferma, come se sapesse precisamente in quale momento arrivare. Con You Can’t Always Get What You Want ci ricordano di essere nel posto giusto al momento giusto mentre subito dopo si balla con Living In A Ghost Town, uno tra gli ultimi singoli pubblicati dalla band e la blueseggiante Honky Tonk Women: Mick suona e si scatena da una parte all’altra della passerella come se la sua recente positività al covid non fosse mai stata annunciata, è ipnotico, oltre che sempre preciso nel cantare. «Fa più caldo del quinto girone dell’inferno», afferma prima di presentare il resto della band, il tutto sempre in italiano. Ed ecco Ronnie a prendersi tutto l’affetto del pubblico ma è innegabile che il più atteso sia proprio Keith che decide di salutare i presenti con un simpaticissimo «alla faccia di chi ci vuole male».

È Richards ora il Re del palco ed esegue You Got the Silver e Connection per poi passare di nuovo il testimone a Mick che prosegue coi pezzi più attesi: da Miss You a Start Me Up, passando per Paint It, Black e Sympathy for the Devil. La chiusura è affidata al trio perfetto: Jumpin’ Jack Flash, la mia Gimme Shelter sempre lì a ricordarmi di quanto sia bello essere vivi, eseguita con la cantante gospel Chanel Haynes e, ovviamente, (I Can’t Get No) Satisfaction. I Rolling Stones salutano e io li guardo lasciare il palco ancora incredula, vivendo il momento quasi in slow motion sperando non finisca mai. Realizzo di non avere il potere di fermare il tempo e infatti è tutto un correre all’uscita e aspettare il bus ma solo perché sono una comune mortale. Loro invece sì che sanno farlo, e io sono convinta che sia fermo lì a ieri sera, nel momento in cui Mick si inginocchia sul palco e Keith dietro le sue spalle suona il blues di Midnight Rambler.

Martina L.
Autore

Dormo poco e ascolto musica sbagliata. Laureata triennale in lingue e studentessa magistrale in Media e comunicazione digitale. Grande appassionata dei gatti e di tutto ciò che fa rumore, mi sento viva solo sotto un palco.