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Il grunge e l’empatia dei Pearl Jam in scena a Imola

Quante volte ci siamo chiesti: vivremo davvero tutto come prima? Riusciremo a percepire ancora quell’atmosfera di condivisione estrema che si respira ai concerti, ai loro concerti? Qualcuno si è preoccupato per le scelte parallele di Eddie Vedder e compagni, impegnati in progetti solisti. Qualcun altro non ha più valutato di buon grado la prospettiva delle grandi folle. C’è anche chi ha chiarito sin dall’inizio: forse una data all’estero sì, ma in Italia no. Per noi anime musicali, tutto è continuato all’interno di una quotidianità in via di definizione, alla perenne ricerca di un equilibrio tra una vita precedente, fatta di empatia e spensieratezza, ed il nostro present tense, frangente di sperimentazione, di recupero, di nuovo slancio di fronte al palco. E nel frattempo, il giorno dei Pearl Jam a Imola è arrivato. Una location tra il rischio di dispersione eccessiva e la prova di responsabilità. La stessa sensazione che abbiamo provato anche noi, un po’ arrugginiti per le giornate campali, le file interminabili, la caccia al tesoro per uno spicchio d’ombra. Sarà davvero lunghissima – pensavo un paio di sere prima del live. Poi, però, quasi per riportare alla mente il potere della jamily, ho preso in mano il bootleg di Roma 2018. Un gesto spontaneo: macchina, lettore, play. Prima ancora degli accordi iniziali di Release, giunge alle orecchie il boato del pubblico. E tra quel pubblico c’ero anch’io. Vibrazione ultraterrene, brividi. «Sei pronta», ha gridato una parte di me, ora risvegliata.

È arrivato il gran giorno, recitano le caption e i messaggi che ricevo da amici e fan conosciuti lungo la nostra long road nel seguire la formazione di Seattle che canta anche delle nostre esistente. Sveglia all’alba, maglia preferita, playlist monotematica. All’Autodromo, i biglietti del Ten Club non sono ancora arrivati. I sorrisi riconosciuti al primo cenno, invece sì. La giornata inizia da qui, dalla riconnessione, dagli aggiornamenti, dalle aspettative sulla scaletta. «Ci sei anche tu!», «Guarda, c’è Anderson dal Brasile», «Non possiamo correre per le per la conquista della transenna ma è certo: lato Mike, ci deve indicare». Per la prima volta ci capita di essere scortati dallo staff della band fino all’ingresso del pit. Siamo dentro: i quaranta gradi percepiti non ostacolano abbracci, incontri, attese interminabili sotto il sole cocente. Vedo lo spazio riempirsi di ora in ora. Iniziano gli White Reaper come primo opening act. Bravi, frizzanti. Poi è la volta dei Pixies, leggende. Where Is My Mind? è un tributo di maniche applaudono e pensieri che volano a quella citazione drammaticamente autentica («Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita») di Fight Club di cui il brano fu celebre la colonna sonora. Nove, nove e quarto, nove e mezzo. Le luci si accendono, il foglio con la setlist è sistemato, la bottiglia di vino vicino al microfono di Vedder anche. Eccoci, eccoli. Corduroy è la prima. Quanto cazzo è vero, in questo caso l’attacco “The waiting drove me mad”. Stavamo tutti impazzendo, senza tutto questo.

Eddie, Mike, Stone, Jeff, Matt, Boom e il nuovo arrivato Josh Klinghoffer sono in gran forma. Basta leggere la setlist pubblicata per capire di che concerto si è trattato. I brani delle grandi platee, quelli storici che sappiamo a memoria: corretto ma non del tutto. Si sono susseguiti capolavori da macchina del tempo, quelli che ci rammentano da dove vengono, da dove veniamo. Del perché sono lì, e noi con loro. Sono la testimonianza concreta di una missione che i Pearl Jam hanno abbracciato sin dalle prime sessioni di prove negli scantinati di Seattle. Cultivate the pearl, proprio come ho tatuato sull’avambraccio sinistro. Valorizza il bello, la rarità, la perla che nasce da ciò che sembra oscuro, doloroso, complesso. Cavalca l’onda perfetta del dolore per sopravvivere alla tempesta, per vivere a pieno una volta superata. Even Flow e Why Go celebrano Ten. Elderly Woman Behind The Counter In A small Town rappresenta l’occasione per salutarci ufficialmente, come avviene ad ogni concerto al verso “I just want to scream hello”. Saluto immancabile a cui segue il tanto atteso discorso in italiano del frontman che racconta di quanto abbia sognato l’Italia durante il periodo del lockdown. «Sognavo di essere qui, sembrava tutto così vero, ma poi mi svegliavo e puff, tutto svaniva. Ora ci sono davvero. Voi ci siete davvero? Il sogno si è avverato». La risposta è un sì di 60mila conferme. Ecco la parola: conferma. La certezza che siamo ancora tutti vicini. La strangest tribe è più in forma che mai nella condivisione della gioia, da una parte, e del dolore e dall’altra.

Dopo i pezzi più recenti di GigatonDance of the Clairvoyants e Quick Escape – Vedder riprende il foglio in mano per parlare di una perdita incolmabile. «In questa band sappiamo che cosa significhi perdere persone care. Qualche giorno fa, un nostro fan ha salutato per l’ultima volta suo fratello, a soli 44 anni. Era un eroe per lui e lo sarà per sempre. Questa è Come Back, dedicata ad Andrea». Lo stomaco si stringe, la mente torna ad una settimana prima, quando sul gruppo del fan club apparve il messaggio di Luca, con la preghiera di recapitare quel messaggio alla band come estremo desiderio verso il fratello. È stato ascoltato, esaudito. È stato toccante, catartico. Si continua tra lacrime e adrenalina con Save You, Wishlist, Do The Evolution e Seven O’Clock, Daughter fa da cornice alla protesta contro la sentenza degli Stati Uniti per la fine del diritto all’aborto, per la cancellazione di quella scritta “Pro Choice” che Vedder aveva scritto sul braccio durante gli MTV Unplugged. Si torna a volare con Given To Fly che ho scelto come personale bonus track di questo concerto. La aspettavo tanto, troppo. E si è caricata di una magia ancora più speciale quando Eddie è arrivato proprio di fronte a dove stavo già palpitando, nell’immaginare il supereroe protagonista del testo, capace di donare amore in modo condizionato, oltre le offese, le catene, perché quello è il potere supremo per salvare le sorti dell’umanità. La commozione e l’immobilità sono state distolte da un incredibile McCready che ha provveduto a lanciare il suo sguardo, puntare il dito per invitarmi a spostare la mano dalla guancia e tornare a saltare. È successo davvero, ho dei testimoni.

Via con la super energia di Superblood Wolfmoon, Lukin e Porch. La formazione è davvero al massimo del potenziale. Stone è la garanzia di equilibrio, colui che tiene tutto insieme, come sempre fatto, in modo discreto, ma imprescindibile. Matt Cameron alla batteria è impeccabile, perfetto. Una carica esplosiva di colpi a tempo e in controtempo. Josh e Boom rimangono più sulle retrovie ma infondono il tocco in più, l’uno per lo slancio contemporaneo e l’altro per quello esotico (chi non ha urlato «Boooooom» al momento delle presentazioni?). Jeff Ament al basso è l’uomo che non invecchia, stesso stile, stessa verve, stesso carisma ipnotico, estratti dal cilindro. Incontrastato re del giro ritmico di Jeremy e il battito del cuore di ogni brano. Poi c’è lui, dio Mike Mccready che non finisce mai di stupire per i virtuosismi, i riff rocamboleschi e il dialogo strettissimo con il pubblico, anche ieri immortalato nelle sue Polaroid. L’attenzione molto spesso è tutta canalizzata sulle sue mani che scorrono velocissime lungo il manico della chitarra, sugli scatti da un lato all’altro del palco, sui plettri che lancia come simbolo di riconoscenza. Alla magnificenza dell’encore con State Of Love And Trust –  chicca con cui Vedder ha ricordato ha ripercorso a ritroso la linea del tempo fino alla prima data in Italia del 1992, al Sorpasso di Milano – con Black, Better Man, Alive e Yellow Ledbetter come chiusura, c’è poco da aggiungere.

Ognuno di questi brani racchiude l’essenza stessa dell’essere fan dei Pearl Jam, tanto da far risuonare per minuti interi soltanto le voci dell’Autodromo di Imola. Sono i simboli non solo di una generazione ma di un’attitudine che accomuna chi le scrive e chi le ascolta, amplificata da un unico timbro irripetibile, inconfondibile: quello di Eddie Vedder. Anche lui, quasi sulla conclusione, confessa di essere estasiato dalla distesa di persone, nel tentativo di scorgere tutti. «Siete i migliori. È ancora meglio del sogno ed è un onore essere qui. Vogliamo dirvi che siete parte stessa della band». E come i musicisti, nel corso della carriera, reinterpretano e infondono senso rinnovato ai propri componimenti, lo stesso accade a noi, amanti della musica dei Pearl Jam. Ogni volta, quei brani che sentiamo scorrere nelle vene come DNA diventano la chiave di lettura per vissuti, esperienze e cammini differenti. Sono dei punti di arrivo, letterali e metaforici per porre fine a determinate parentesi e affidarsi a noi stessi per aprire nuovi capitoli. Rileggere anche i precedenti ma lontani dalla paura di scrivere nuove pagine. Perché non ci si sente mai soli. Si trova sempre il riflesso della propria identità, della propria storia. È stata una rinascita, nel sentirsi ancora vivi, soprattutto dopo quello che abbiamo attraversato negli ultimi due anni, distanti dalla musica e quindi dalla vita. Perché, più spesso di quanto immaginiamo, la musica fa accadere la vita e la vita accade nella musica. Apparteniamo a questo, ci apparteniamo. We belong together.

Laura Faccenda
Autore

Da penna dedita alle note, alle canzoni, ai concerti, sogno una scrivania alla Lester Bangs del nuovo millennio. Lavoro a Milano, amata ed odiata metropoli, come content creator e copywriter creativo. Se avessi una macchina del tempo? Anni Novanta, Seattle, patria del Grunge.