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Giù la maschera, Junior Cally

l DOC? «Mio padre diceva: è scemo, è pazzo». L’album mai pubblicato? «Quando l’ho riascoltato l’80% non mi apparteneva più». Sanremo? «È stato il problema»: Junior Cally si racconta.

Approcciarsi con qualcuno che soffre non è mai facile, e farlo nel modo giusto non fa altro che rendere tutto più difficile. Quali saranno i termini giusti da utilizzare? Come non far sentire l’altro un cucciolo ferito da compatire? Come essere empatici senza risultare forzati? Sono tutte domande che inevitabilmente ci ritroviamo a farci e in parte sono quelle che mi sono fatta io alla soglia dell’intervista con Junior Cally. Fortunatamente, quando mi sono ritrovata ad ascoltare Disturbo ossessivo compulsivo – traccia numero quattro del suo nuovo disco, Deviazioni – ho capito che le parole sarebbero venute da sole. Junior Cally torna dopo uno stop che sembra infinito. Tre anni dall’uscita del suo ultimo album, Ricercato. Nel mezzo un Sanremo disastroso (non a causa sua), una pandemia, un lockdown e un album pronto, già stampato, ma buttato per ricercare la verità e tornare a scrivere nuova musica, essendo totalmente se stesso. «Il disco che ho buttato l’avevo registrato prima di andare in rehab. Sembrerà banale, ma quando ho concluso il percorso di terapia l’ho riascoltato e l’ottanta per cento non mi apparteneva più. Ho deciso di seguire il consiglio del mio psicologo: non portarmi più dietro cose che non sentivo mie», mi spiega. «Sono contento di aver preso questa decisione, perché è venuto fuori il disco più importante della mia carriera».

E se nell’ultimo periodo i politici hanno fatto assumere al termine “deviazioni” una connotazione esclusivamente negativa, volta a farci sentire. Ancora di più, inadeguati e sbagliati, Junior Cally accende i riflettori sul significato più vero del termine: il prendere strade diverse, deviando verso nuove possibilità e scelte, che si potrebbero rivelare giuste, o sbagliate. «Io sono deviato, c’è poco da fare. Lotto e mi faccio aiutare per combattere le mie deviazioni, e penso che questo sia un punto di forza personale, perché mi ritrovo continuamente davanti a bivi e scelte, e non c’è niente di più importante. Sono le scelte che prendi a formarti a livello caratteriale. Le deviazioni non devono essere viste come errori, ma come qualcosa di positivo per il futuro». Sempre tra incudine e martello, come detto da lui stesso, Junior Cally ha voluto raccontare, in modo nitido e chiaro, senza fronzoli, come significa soffrire di Disturbo ossessivo compulsivo. Lo ha fatto mettendosi al primo posto, per raccontare la sua verità, ma anche quella di chi gli è stato intorno. «Questo disturbo è una malattia opprimente. Non riesci mai ad uscire dai meccanismi che crea il tuo cervello e sei costretto, anche contro la tua volontà, a compiere determinate azioni e non hai possibilità di scelta. Sei in preda a questo nemico invisibile che ti dice esattamente quello che devi fare. Ti fa pensare che se non fai quella determinata cosa, morirai. Io ne ero convinto».

«Ricordo perfettamente un episodio che si concludeva con mio padre che diceva: è scemo, è pazzo. Io in quel momento ero incazzato con lui. Volevo spiegargli che non ero pazzo, ma semplicemente malato. In quel momento ho capito che le persone che ti stanno intorno riesco a sopportare fino a un certo punto, poi diventi un peso. E quando trovi qualcuno che ti accetta e pensi che finalmente le cose possano andare bene, ci ricaschi e cominci a pensare: faccio schifo, sono una merda e un problema per gli altri», mi racconta con la calma e la delicatezza di chi, dopo tanta sofferenza, ha capito che colpevolizzarsi non serve. «Penso di essere stato schietto e diretto nel brano, cercando di spiegare nel dettaglio cosa ho provato e cosa provo ancora». E sulla scia di un brano non facilissimo da digerire, ascolto dopo ascolto, Junior Cally ha voluto inserire uno skit. La voce di una strega, che diventa sempre più opprimente e pesante, fino a schiacciare anche l’ascoltatore con parole dure. Quelle che non vorremmo mai sentire, ma che sembrano avere un fondo di verità e che, a volte, sono anche le uniche in grado di rimetterci in piedi. «Skit nasce da un’idea che ho avuto in studio con Francesco (Weshit, ndr.). Volevo una voce che mi spingesse a ritirare fuori la voglia di rappare senza muri e senza freni. Lui ha trovato questa doppiatrice bravissima che è riuscita a interpretare perfettamente un momento che ho vissuto, con la paura di rappare senza maschera, perché pensavo che fosse quella a darmi la forza di fare un certo tipo di canzone. Devo dire che è un momento inaspettato, quanto centrale, del disco».

In un album di undici tracce, personalissimo, l’assenza di featuring non sembra assolutamente stonare. Unica eccezione Jacopo ET, che definisce «un artista non solo nella musica, ma anche nella vita, un amico». Soprattutto, un disco che esce dai canoni del rap, che ormai sembrano essersi sgretolati, per lasciare spazio a sonorità più pop. Quello che però ci tiene a sottolineare e che, in un modo o nell’altro, il rap farò sempre parte di lui. «Sono cresciuto nei centri sociali di Libetta, a Roma, facendo battle di freestyle. Questo disco sicuramente è diverso e ti devo dire che sono preoccupato per il rap che c’è ora, perché vedo che molti vogliono solo apparire in un determinato modo e seguire le tendenze. Io, però, a trentuno anni certe cose non le sento più mie». Impossibile, incontrando Junior Cally, non riportare alla mente la partecipazione a Sanremo. Travolto da una shitstorm mai vista prima, penultimo in classifica in chiusura della kermesse, a due anni da quel buco nero, Junior Cally dice di non averlo mai fatto. «Sanremo per me è stato il problema scatenante di tutto quello che è successo dopo. Da outsider che nessuno conosceva, pronto a giocarmi le mie carte, ho iniziato a leggere sui social: chi cazzo mandiamo a Sanremo? Ascoltate cosa diceva in questo brano del 2017. Così, è partita una vera e propria campagna d’odio, con messaggi a qualunque ora del giorno («Mi scrivevano muori pezzo di merda, stupratore») e politici pronti a dire la loro («Un politico del mio Paese diceva che avrebbero cercato di togliermi la residenza a Fiumicino»).

«Mi sono fatto travolgere da questa ondata di commenti e questo non mi ha aiutato ne durante ne dopo Sanremo. La musica è andata totalmente in secondo piano. Non mi si chiedeva più di commentare le mie esibizioni, ma di difendermi dalle parole degli altri». Dopo Sanremo le porte potrebbero comunque spalancarsi. Ma Junior Cally si ritrova, contro la sua volontà, a metà di un salto: «Pensavo che finito Sanremo avrei avuto davvero la possibilità di farmi conoscere. Invece, è arrivato il lockdown. Pensa: da essere al centro dell’attenzione, dove tutti parlavano di quanto fossi pezzo di merda, a nessuno fregava più nulla, perché c’era altro a cui pensare. Tutto questo mi ha distrutto psicologicamente e riuscivo solo a pensare: l’ultimo ricordo che ho lasciato di me alla musica è Sanremo». Ad oggi, però, con due anni tormentati alle spalle e molta più consapevolezza, Junior Cally ha le idee chiare sull’esperienza a Sanremo: «Meritavo un Sanremo più giusto, perché fin lì avevo fatto bene e non ero su quel palco per la musica e non per ascoltare persone che non quello che faccio non hanno nulla a che fare. Però, ti posso dire che oggi, e questo riprende un po’ il concetto del titolo, tutto mi scivolerebbe addosso. Come sono altrettanto convinto del fatto che la mia presenza a Sanremo abbia aperto le porte ad un sacco di rapper». Junior Cally si è tolto la maschera. Questa volta per davvero.