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Lazza, il potere delle parole

“Sirio” di Lazza è l’ulteriore conferma di come la pratica e la ricerca portino all’eccellenza: l’intervista al rapper.

“Quelli come me/Un giorno comprano una proprietà/Solo con la proprietà di linguaggio”, canta Lazza in Sirio, il suo nuovo album (l’intervista è stata originariamente pubblicata ad aprile 2022 e ripubblicata oggi in seguito alla notizia che Sirio è il disco più venduto dell’anno). Il potere della parola e la capacità di esprimersi nel migliore dei modi attraverso citazioni e riferimenti storici, cinematografici, artistici e culturali sono solo alcuni degli aspetti che hanno permesso a Lazza di distinguersi nella scena rap italiana. Sirio – da poche ore disco più venduto dell’ultima settimana – è l’ulteriore conferma di come la pratica e la ricerca portino all’eccellenza. Il progetto assume i tratti del miglior film drammatico che Lazza potesse creare dopo gli ultimi due anni di pandemia, come la pellicola The Great Debaters di Denzel Washington. I parallelismi con l’attore, regista e produttore americano però non finiscono qui: Lazza ha già ricevuto molti riconoscimenti per il suo lavoro musicale fin dai primi anni di attività, ogni suo album si è imposto come una pietra miliare del rap italiano ed ha avuto un forte impatto sul mercato discografico italiano. La figura di Denzel Washington è una costante nella sua produzione musicale, ed è per questo motivo che abbiamo scelto alcuni film del pluripremiato attore statunitense per analizzare con Lazza tutto ciò che c’è dietro a Sirio.

Qualche anno dicevi «Zzala è culto e con Re Mida diventerò una leggenda», con Sirio quale diventa il tuo obiettivo?
Non saprei, a dire il vero farei anche un passo indietro rispetto a quelle dichiarazioni. Non me la sento di dare un giudizio, facciamolo dare agli altri, anche perchè è ancora presto per sbilanciarsi troppo.

“Dici così perché ho le mani in pasta, io sono Alonzo/Comando qui, fra tu ci vivi e basta”. Non è una novità per te citare il film (Training Day) che ha portato Denzel a vincere l’Oscar come Miglior attore nel 2001. Come ti approcci alle provocazioni?
Purtroppo alle provocazioni sono uno che tende a cedere abbastanza spesso, mentre dei dissing non me ne frega un cazzo. Se non mi dissa uno del mio livello non rispondo neanche (ride ndr.).

Lo scenario che abbiamo vissuto durante gli ultimi 24 mesi è stato a tratti distopico – ricorda un po’ Codice genesi – ed è innegabile che abbia avuto un forte impatto su ognuno di noi. Nel tuo caso quali sono stati i pensieri più assordanti e ricorrenti in questi due anni?
Ero preoccupato di come sarebbe stato il futuro e cos’altro ci aspettava. Non solo in merito al mio lavoro, che ovviamente ne ha risentito, ma proprio in merito a tutto e alla vita in generale.

Invece la malinconia che si respira in molti passaggi del disco pensi sia la conseguenza della noia?
Sicuramente la noia è un fattore determinante, in più è cambiato molto anche il mercato: sono entrati artisti nuovi e cercare di rimanere la novità non è una cosa facile.

Qual è la ricetta per diventare la propria impresa come Frank Lucas in American Gangster?
Io non credo a quelli che dicono che non guardano nel piatto degli altri, tutti guardano ciò che fanno gli altri. Io sono dell’idea di guardare quello che fanno gli altri e cercare di farlo meglio di loro. Ovviamente però la competizione deve essere sana, se non lo è t’ammazza. Rischi di mangiarti il fegato per niente.

Flow, metriche, tante collaborazioni diverse e sperimentazione continua: è impossibile non vedere un parallelismo tra la tua carriera e quella di Gué. Quali sono le cose in cui più ti ispira e quelle invece in cui pensi siate più diversi?
Gué
è sicuramente una grande ispirazione per me. In comune abbiamo il fatto di non avere mezzi termini e non accettare nessun tipo di censura, dire la cosa che si vuole dire nella maniera in cui la si vuole dire. Oltre a molte altre cose come la delivery, la cultura e le influenze comuni. Per il resto, sicuramente l’età è una cosa che ci distingue, siamo due personaggi nati in due epoche diverse, di conseguenza abbiamo anche interessi diversi, però siamo due persone che vanno molto d’accordo tra loro.

Se fossi il Robert McCall del rap italiano e avessi la possibilità di risolvere uno dei problemi della scena quale sarebbe: gli artisti che si impegnano poco ai live o il pubblico che critica alcune scelte artistiche senza comprenderne le dinamiche?
Entrambe le cose, ma soprattutto leverei i social ad un sacco di gente: non solo agli ascoltatori, per certe sparate anche agli artisti, però principalmente al pubblico.

Tu prendi molto sul serio l’aspetto live della musica, ma non ti succede mai che stai andando sul palco dopo aver avuto una brutta giornata o una brutta notizia?
A me è capitato di chiudere una relazione durata cinque anni nel bel mezzo di un tour, quella cosa però mi dava ancora più forza perchè pensavo: tanto a me che cazzo me ne frega, io ho questo, ho la musica ed i concerti.

Sei entrato nel rap game attraverso la gavetta ed il freestyle, per poi cominciare a cambiarne le regole dall’interno fino ad arrivare tutto ciò che il rap più tradizionale non accetterebbe. Molotov e Panico ad esempio sono i brani più radiofonici del disco, indiscutibili hit che aspettano solo di essere portate live. Ad una settimana dall’uscita del disco pensi che il pubblico abbia accettato che Zzala sappia fare anche questo ed è giusto che sperimenti in questo verso?
Lo spero, Panico è il secondo pezzo più streammato del disco (Su Spotify, in questo momento, sono oltre 2 milioni le riproduzioni ndr.), quindi penso che la gente sembra averlo capito. Spero che il pubblico lo stia capendo ed apprezzando. Io voglio abituare i miei fan al mio essere versatile e di conseguenza ad aspettarsi qualsiasi cosa da me.

Qual è la tua definizione di famiglia ora?
Per me la famiglia è qualcosa che va al di là di chi ti ha messo al mondo. Io ritengo famiglia tante persone, tutte quelle persone che hanno visto partire il mio percorso, che mi hanno supportato e continuano a farlo. Tra l’altro non sono neanche uno facilmente influenzabile, sono una testa dura, di conseguenza ascolto tutti i consigli che cercano di darmi, poi valuto io se seguirli o meno. Il bello della mia famiglia, e intendo mamma, papà, fidanzata, amici e team di lavoro, è che siamo molto in sintonia, non è solo lavoro, siamo proprio amici. Sono tutte persone con una grande testa e sempre attive.

Se avessi l’opportunità come Doug Carlin in Déjà vu di tornare indietro nel tempo o poter interagire con esso, cosa vorresti dire al Lazza di dieci anni fa?
Cresci, sotto ogni punto di vista, non essere troppo buono con la gente e spendi meno, risparmia quei cazzo di soldi.

***L’intervista è stata originariamente pubblicata ad aprile 2022 e ripubblicata oggi in seguito alla notizia che “Sirio” è il disco più venduto dell’anno***