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Gli Iside non vogliono essere capiti

Gli Iside hanno scelto di sentirsi liberi di fuggire dalle convenzioni e dalle dinamiche più mainstream per raccontare l’alienazione.

Un disco per ripartire definitivamente dopo due anni di astinenza dai palcoscenici di tutta Italia. La scelta di sentirsi liberi di fuggire dalle convenzioni e dalle dinamiche più mainstream per raccontare l’alienazione di una provincia meccanica, solitaria, che va avanti per inerzia, in cui non c’è spazio per l’immaginazione. Un’agenda da sfogliare per ripercorrere in dodici tracce l’attitudine rock scanzonata degli Iside, che si sposa perfettamente con il pop d’autore con cui abbiamo avuto modo di conoscerli. In memoria potrebbe sembrare un disco-testamento per la band bergamasca. Invece è il sunto di due anni obiettivamente complessi, dove il flusso di coscienza a-là-Virginia Woolf trova spazio in una spirale di riflessioni, come mi racconta il frontman Dario Pasqualini. «Sono stati sicuramente due anni per certi aspetti anche tristi. Ovviamente quando si è terribilmente legati a quello che si fa, ci viene difficile parlare del nostro lavoro in termini di professione. Mi sembra sempre un insulto nei confronti di quanto mi piaccia fare musica, non riesco proprio a chiamarlo come tale. Per due anni non abbiamo potuto esprimere quanto stessimo realizzando creativamente con un pubblico, ma ora ci sentiamo finalmente rinascere».

Ascoltando In memoria, si ripercorre metaforicamente il ciclo di vita di una persona. Ti graffia e in un certo senso ti consuma, perché è molto facile rivedersi nelle parole scritte su carta e penna da Dario. «Sicuramente il punto cardinale del nostro disco è stato il mio focus sulla scrittura. Non volevo dire cose che non pensassi, ma soprattutto volevo farlo senza troppi giri di parole, anche a costo di risultare un po’ pesante o esagerato agli occhi degli altri. Abbiamo voluto togliere il perbenismo dal disco. Non siamo infiniti, hai ragione. Bisogna saper convivere con questa consapevolezza. Finché esistiamo, bisogna veramente saper fare al meglio ciò che possiamo. Questo disco non è nato con un concept ben preciso. Una volta terminato il disco, dopo averlo ascoltato, ci siamo resi conto del suo filo conduttore stringente. Sicuramente ci siamo messi dei paletti, ma esclusivamente in termini di maturità, per non esagerare o strafare in qualche modo. Ciò di cui parliamo è stato spolpato e smidollato per tirare fuori l’umami da ogni canzone».

Gli chiedo di dirmi quante volte gli Iside non si siano sentiti capiti al punto da mettersi in discussione come persone e artisti. La conferma mi arriva nel giro di pochissimi secondi. «Tante volte, la musica da classifica non ha quei concetti e l’estetica che noi mettiamo nei nostri pezzi. Spesso non ci sentiamo capiti, ma non cambieremmo mai questa nostra difficoltà, perché siamo molto consapevoli di chi siamo e di quello che facciamo nel quotidiano. C’è chi ci capirà fin da subito e chi ci metterà più tempo. Eppure non abbiamo mai fatto questo per essere capiti da tutti, non sono d’accordo con chi dice che fa musica per il pubblico. Lo deve fare per sé stesso». Non è difficile rispecchiarsi nella musica degli Iside, quando si parla di ansia, solitudine, autoanalisi, falsità e opportunismo, infanzia, adolescenza e maturità, del confronto con l’altro e dell’impossibilità di riconoscere la realtà dall’immaginazione. E poi c’è la tanto amata Bergamo, «una provincia speciale, perché si trova a soli cinquanta chilometri da Milano», mi racconta.

La stessa band, composta da Dario, Daniele Capoferri, Dario Riboli e Giorgio Pesenti, nasce da una profonda amicizia sviluppatasi tra i banchi di scuola. «A Milano ho trovato tutte le mie passioni: la musica, l’arte, il cinema e la moda. Ho sempre vissuto sulla A4. Siamo immensamente felici e orgogliosi di essere bergamaschi. Qualche anno fa non ero così legato al mio territorio, ma oggi mi rendo conto che il luogo in cui cresciamo finisce per influenzarci e plasmarci anche senza rendercene conto. Siamo fatti di quella roba lì, siamo la stanza dove siamo cresciuti. Siamo i ragazzi che hanno staccato il cartello di Treviolo per potarlo all’Alcatraz (ride ndr.). La cosa divertente è che abitiamo ancora tutti nel giro di dieci chilometri da dove siamo cresciuti. Non siamo ancora riusciti a dire: “Bene, adesso andiamo a vivere a Milano”».