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Se ti piacciono i Paramore, allora Maggie Lindemann fa per te

Dai suoi esordi su Keek fino al disco di debutto, “Suckerpunch”, con cui si è raccontata a fondo «come mai prima d’ora».

Incontro Maggie Lindemann su Zoom un sabato pomeriggio, poco dopo la sua esibizione al Rock am Ring. Il suo manager mi dice che l’atmosfera in quelle occasioni è sempre elettrizzante e non stento a crederci. Le chiedo subito come sia andato lo show in Germania. «È stato un concerto meraivglioso, sono in tour da qualche mese e mi sto trovando benissimo. I fan italiani si divertiranno tantissimo (domani, al Gate di Milano ndr.). Proporrò tante canzoni del mio repertorio, ma ci saranno anche alcune sorprese». Basandosi sul songwriting affilato e sui suoni singolarmente affinati precedentemente stabiliti nel’EP Paranoia, Maggie ha trascorso un anno a costruire le fondamenta concrete del suo album di debutto in studio, Suckerpunch un corpus che racconta il viaggio dell’artista americana alla scoperta di sé. Dagli anni del liceo all’amore non corrisposto, dal senso di solitudine che ha accompagnato buona parte della sua realizzazione ai primi passi nell’industria discografica.

Il disco si rifà agli artisti con i quali è cresciuta – gli Evanescence e gli Sleeping With Sirens – con un occhio di riguardo per i Paramore. «Hayley Williams è stata una grande fonte d’ispirazione per la mia carriera», aveva dichiarato la cantautrice in un’intervista per Swixxz. Mi viene spontaneo chieder cosa le abbia insegnato dedicare anima e corpo a questo progetto. «Mi ha insegnato ad essere paziente con me stessa», mi risponde. «È il viaggio che ci porta dall’essere sconvolti ad essere arrabbiati e poi fiduciosi. Vuole essere una forma di speranza per i miei fan e per chiunque ha avuto modo di ascoltarlo in questi mesi. Sono cresciuta, maturata e ho scavato a fondo come mai prima d’ora. Queste canzoni sono il mio presente, rappresentano la mia identità odierna». Il termine sucker-punch può essere tradotto letteralmente come un “colpo inaspettato”, che può avere una valenza tanto positiva quanto negativa. «Ne ho presi tanti durante la realizzazione di questo disco. Penso soprattutto quando qualcosa non va come vorresti nella tua vita, che può cambiare repentinamente. Penso anche a quei cambiamenti che possono verificarsi nel momento in cui stai lavorando un progetto. Ti sto parlando di una serie di dettagli o comunque di sottigliezze».

Per comprendere al meglio l’evoluzione dell’artista texana, bisogna fare un salto indietro nel tempo ai suoi esordi su Keek, che potete tranquillamente considerare il nonno del fu Musical.ly e di TikTok. Non è un mistero che quest’ultima sia diventata una piattaforma di riferimento per la scoperta di nuova musica e molte etichette discografiche, artisti e altrettanti content creators la utilizzino come un mero e colossale strumento di marketing. Quando chiedo a Maggie cosa ne pensi in termini puramente artistici e creativi, ci riflette a lungo: «Credo che ci siano sia degli effetti positivi, sia degli effetti negativi in merito al suo utilizzo. Da un lato, sembra che gli artisti non vogliano più particolarmente impegnarsi nella stesura e nella composizione dei loro pezzi. È cambiato il valore che viene attribuito alla musica, perché si punta principalmente a creare solo delle hit. Per carità, se è quello che un artista vuole, ben venga. Non sono qui per fermarlo. Dall’altro lato, trovo che sia molto cool vedere tanti artisti affermati utilizzare questo strumento per permettere una fruizione alternativa della loro musica». Mi riaggancio a questo discorso per chiederle di più sulla sua decisione di liberarsi dai dogmi della precedente etichetta discografica con cui aveva firmato un contratto e che fondamentalmente l’aveva forzata a realizzare canzoni puramente pop.

Niente di più lontano dall’universo musicale e coeso che Maggie Lindemann ha saputo costruirsi in dieci anni di carriera. «Mi sono ritrovata in una situazione estremamente negativa. Non mi piaceva quello che facevo e non ero nemmeno contenta o felice con me stessa. Sono arrivata ad un punto in cui mi sono consapevolmente resa conto che avrei voluto solo fare musica che mi rispecchiasse pienamente, in ogni mio lato. Penso anche che questo sia una grande momento per le donne nella musica. Si sta trovando spazio anche per quei generi che un tempo non venivano particolarmente considerati, come il punk-pop o l’hyperpop. Ti parlo dalla mia esperienza: le persone erano più interessate al mio Instagram e alle mie foto piuttosto che al mio percorso come cantautrice». Cosa si ricorda Maggie di quella giovane ragazza che nel 2016 aveva esordito con il suo primissimo singolo Pretty Girl, quando la strada da percorrere era ancora lunga e paradossalmente travagliata? «Avevo 16 anni. A breve ne compirò 25. Sono maturata e conosco molto meglio il settore in cui lavoro. Ora mi sento più navigata e soprattutto totalmente in controllo della mia carriera. Non c’è una sensazione migliore di questa».