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Il concerto dei Blur non è un revival per millennials

I Blur a Lucca portano un intreccio tra presente e passato: gli anni Novanta incontrano i Venti dei Duemila, evitando l’anacronismo dei primi ed il contrasto con i secondi

Da uno scomodissimo sedile di autobus posto finestrino, lo stato di dormiveglia delle cinque di mattina mi concede un romantico scorcio di campi sterminati, tinteggiati dal caldo arancione dell’alba. Negli occhi e nelle orecchie, nonostante la natura sfidi maliziosamente la mia mente, vincono ancora i frame confusi ed intensi della sera prima. Lucca è un brulicare di basette, cappellini alla pescatora e simboli mod. Il taglio di capelli e le t-shirt provocatorie indossate, riportano immediatamente in vita la tanto chiacchierata rivalità britpop anni Novanta, in cui, almeno per un giorno, si è proclamata vincitrice un’unica band. Dopo un numero imprecisato di side projects e dopo aver girato città europee e riempito per due sere consecutive Wembley, i Blur ritornano in Italia. Dai coetanei di Damon Albarn, agli adolescenti di un tempo, fino a scalare anagraficamente, ma non troppo, sono in molti ad attenderli all’ombra delle Mura Storiche.

Alla fine, in 35mila hanno avuto il privilegio di assistere al caso della reunion-meno reunion della storia della musica: i Blur non si sono mai sciolti come le rock&roll band che gettano via le vite dei fan (citandone i rivali), non hanno mai appeso al chiodo il gruppo in favore di progetti solisti competitivi; eppure il centellinare la loro presenza come band rende ogni volta il loro ritorno magico come tutte le più attese reunion della musica. Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree salgono sul palco, di nuovo, insieme come se non si fossero mai lasciati. Il boato del pubblico li accoglie e si comincia subito con un estratto del nuovo album, St. Charles Square, che sa tanto dei tempi degli esordi. There’s No Other Way, Popscene, Tracy Jacks vedono Damon dimenarsi, sorridere e fare smorfie che per chi non ha la fortuna di poterle vedere ad occhio nudo in pit, vengono proiettate da maxischermi – troppo piccoli a giudicare dai commenti di chi assiste al concerto dal posto unico – ai lati del palco. I Blur sembrano ancora quelli della tv con tubo catodico, rigorosamente sintonizzato su MTV, con pixel annessi.

Parklife, Beetlebum e Country House dal vivo riportano i fan di vecchia data a nostalgiche scene dell’adolescenza, farcendole di un divertimento contagioso, e soprattutto, contemporaneo. La scaletta, infatti, così come l’essenza oggi dei Blur è un ineccepibile intreccio tra presente e passato: gli anni Novanta incontrano i Venti dei Duemila, fondendosi alla perfezione, evitando l’anacronismo dei primi ed il contrasto con i secondi, l’uno la perfetta prosecuzione dell’altro, il tutto condito da una maggiore maturità, qualche ruga in più, ma anche e soprattutto dalla voglia di godersi quello che i Blur si ritrovano ancora tra le mani: roba rara a distanza di oltre trent’anni dagli esordi. Da Trimm Trabb a Villa Rosie, arriva dal pubblico al palco un mini cartone del latte, riproduzione del personaggio iconico del video di Coffee and TV. Damon canta e lo osserva tra un sorrisetto sornione e lo sguardo nostalgico per poi gettarsi letteralmente più volte tra le braccia del pubblico, provocando a colpi di chitarra Alex, o schioccando un bacio sul collo a Graham.

In Barbaric, eseguita per la prima volta dal vivo dall’uscita del disco, Damon Albarn canta di aver perso quel sentimento che pensava non avrebbe mai perso. Il live di Lucca lo smentisce fin dall’inizio. La profondità dei testi, la voglia di continuare a percorrere strade musicali imbattute, di divertire e divertirsi sia da solista che da frontman attestano l’esatto opposto su disco e, soprattutto, dal vivo, riuscendo a rapire il pubblico con un nuovo singolo anche dopo una serie di hit in scaletta. La serata è calda, le temperature si alzano su Song 2,  gli occhi si inumidiscono con estrema facilità su The Narcissist per poi abbandonarsi ad una incontenibile carica con Girls & Boys. La corale Tender con il suo “Oh my baby, oh my baby/Oh why, oh my?” e le lacrime su The Universal chiudono il concerto. Gli anni Novanta non sono mai stati così attuali.