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Jeff Buckley, l’anima fragile del rock in otto brani

Un solo album pubblicato è bastato a trasformare Jeff Buckley in leggenda. Da “Grace” a “Last Goodbye”, passando per gemme riemerse dopo la sua morte: otto canzoni per raccontare l’eredità di una delle voci più folgoranti degli anni Novanta

Un disco, una manciata di singoli e poco più. Eppure sono bastati a fare di Jeff Buckley una figura destinata a lasciare un segno profondo nella musica americana. La sua morte prematura non ha fatto che amplificarne il mito: Bob Dylan lo definì «uno dei più grandi compositori del decennio», mentre per Bono era «una goccia pura in un oceano di rumore». Buckley, però, sembrava desiderare tutt’altro. «C’è stato un momento della mia vita non troppo tempo fa nel quale potevo semplicemente esibirmi in un café e fare ciò che mi piaceva fare, suonare musica, imparare esibendomi», raccontò poco prima di morire annegato nel Wolf River. «In questa situazione avevo il prezioso e insostituibile lusso del fallimento, del rischio, della resa. Ho lavorato duramente per mettere insieme queste cose, questo ambiente di lavoro. Mi piaceva e poi mi è mancato quando è sparito». Quanto la morte abbia contribuito alla sua consacrazione è impossibile stabilirlo. Quel che è certo è che, a quasi trent’anni dalla sua scomparsa, Jeff Buckley continua a essere una delle figure di culto dell’alternative rock americano.

Grace

Grace sta a Jeff Buckley come (I Can’t Get No) Satisfaction sta ai Rolling Stones: più che una canzone, una firma. Nata da Rise Up to Be, strumentale composta con Gary Lucas – già al fianco di Chris Cornell, Lou Reed, John Cale, Nick Cave e Patti Smith – e prodotta da Andy Wallace, è forse la sintesi più compiuta dell’universo musicale di Buckley. «La grazia? È l’unica cosa che conta, specialmente nella vita», spiegò il cantautore, descrivendola come quella qualità capace di frenare gli impulsi più distruttivi e mantenerci «aperti a una maggiore comprensione».

Last Goodbye

Registrata per la prima volta nel 1990 e inizialmente eseguita dal vivo con il titolo Unforgiven, Last Goodbye è il primo singolo estratto da Grace, primo e unico album in studio pubblicato da Jeff Buckley durante la sua vita. È una struggente lettera d’addio, il racconto di un amore arrivato alla fine ma ancora troppo vivo per essere lasciato andare senza dolore. “Odio sentire che l’amore tra di noi è morto/Ma è finita/Ascolta soltanto questo e poi me ne andrò/Mi hai dato tanto per cui vivere/Molto di più di quanto tu possa immaginare”, canta Buckley. Una separazione trasformata in poesia e, senza troppi giri di parole, uno dei capolavori degli anni Novanta.

Forget Her

Il brano avrebbe dovuto far parte di Grace, tanto che la Columbia Records lo aveva scelto come singolo di lancio dell’album. Fu lo stesso Jeff Buckley, però, a imporsi perché venisse escluso dalla versione definitiva. Scritto dopo la fine della relazione con Rebecca Moore, racconta la solitudine di una separazione attraverso l’immagine di una città addormentata e di un uomo che ne percorre le strade per trattenere il pianto: “Mentre questa città è impegnata a dormire/Tutti i rumori sono lontani/Cammino per le strade per fermare il mio pianto/Perché lei non cambierà mai i suoi modi”. Rimasto fuori dal disco per un decennio, il brano trovò infine posto nella riedizione di Grace del 2004, come undicesima traccia.

Everybody Here Wants You (1998)

Seconda traccia di Sketches for My Sweetheart the Drunk, l’album rimasto incompiuto a causa della morte di Jeff Buckley, Everybody Here Wants You è una canzone d’amore sensuale e anticonvenzionale, scritta per Joan Wasser, sua compagna dell’epoca. Un desiderio intimo, quasi febbrile, che Buckley mette in musica con versi sospesi tra passione e vulnerabilità: “E i nostri occhi, incatenati in un amore abbattuto, io siedo orgoglioso/Anche quando nei tuoi sogni sei svestita con me”.

So Real

So Real si regge su un formidabile riff di chitarra ideato da Michael Tighe – in seguito al fianco di Mark Ronson, Adele e Liam Gallagher – entrato nella band quando le registrazioni di Grace erano ormai alle battute finali. Il brano conserva tutta l’urgenza di quel momento creativo: «Adoro So Real perché è stata prodotta dal vivo alle tre del mattino. Tutto quello che sentite è stato acquisito in presa diretta», raccontò Buckley all’uscita del disco. Ed è proprio in quella spontaneità, quasi catturata per caso nel cuore della notte, che risiede gran parte della sua forza.

Lover, You Should’ve Come Over

Se c’è una perla nascosta nella discografia di Jeff Buckley, questa è senza alcun dubbio Lover, You Should’ve Come Over. Ispirata dalla fine della relazione con Rebecca Moore, il brano racconta lo sconforto di un giovane ragazzo che scopre il potere delle azioni (“Troppo giovane per resistere/E troppo vecchio per liberarmi e, semplicemente, correre”). Il biografo e critico David Browne descrive il testi come «confused and confusing» e la musica come «una languida bellezza».

Sky Blue Skin

Registrata il 13 settembre 1996 e rimasta negli archivi per oltre vent’anni, Sky Blue Skin è stata pubblicata soltanto nel 2019, in occasione del 25esimo anniversario di Grace. Quasi sei minuti di poesia spettrale, con la voce di Jeff Buckley che sembra galleggiare in un abisso funereo. “Vedo già i fantasmi sul marciapiede”, canta, prima di confessare: “È probabile che non riconosceresti nemmeno l’uomo che sono ora”. Poi, negli ultimi secondi, resta soltanto la sua voce in studio: “Questo è tutto”, dice. Parole che, ascoltate oggi, suonano come un involontario e struggente epitaffio.

Mojo Pin

La canzone porta la firma di Jeff Buckley e Gary Lucas, con il quale il cantautore collaborò prima di dare forma definitiva a Grace. Pubblicata nel 1993 nell’EP Live at Sin-é e successivamente incisa in studio per Grace, Mojo Pin è uno dei brani che meglio racchiudono l’immaginario inquieto e visionario di Buckley. Attraverso un flusso di immagini oniriche, sensuali e a tratti allucinatorie, la canzone sovrappone due forme di dipendenza: quella dalla droga e quella, altrettanto totalizzante, dalla persona amata. Il desiderio diventa così una sorta di astinenza, un bisogno fisico che soltanto la presenza dell’altro sembra poter placare: “Se solo tornassi da me/Se stessi sdraiata al mio fianco/Non avrei bisogno di una spilla Mojo/Per soddisfarmi”. Un brano che parte quasi in punta di piedi per poi crescere fino a trasformarsi in una delle interpretazioni vocali più intense e tormentate di Grace.