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Muse, “Simulation Theory” non è un tradimento

Premo il tasto play, parte Algorithm, l’atmosfera è claustrofobica, il ritmo è serrato, un pianoforte echeggia lontano; finché non parte l’inconfondibile voce di Bellamy credo di essere immerso in uno scenario alla Stranger Things. E anche le prime note di The Dark Side non fanno che confermare questa mia prima impressione, anzi l’incipit del brano riecheggia vagamente la sigla della celebre serie. In Pressure per un attimo batteria e chitarra sembrano tornare protagoniste, ma Propaganda è un brusco risveglio, tra effetti non ben precisati sembra riecheggiare l’album The 2nd Law. Thought Contagion non mi è nuova, è un brano in pieno stile Muse (una rarità per questo album), è musicale ma allo stesso tempo monumentale, mix che in questi termini solo loro sanno realizzare. Ma il rock lascia in poco tempo (purtroppo) il posto al pop di Get Up And Fight.

The Void – che conclude l’ascolto – è una citazione di se stessi, o meglio dell’incipit Algorithm, ritorna infatti quell’atmosfera claustrofobica che si palesava all’ascoltatore dopo le prime note dell’album ed in un turbine di emozioni torna anche placido ma allo stesso tempo perentorio lo stesso arpeggio di pianoforte. Il lavoro della band inglese si pone in continuità con il precedente dal punto di vista tematico: le nuove tecnologie recitano ancora la parte del leone ma si passa, dalla denuncia della progressiva disumanizzazione del mondo gridata (in tutti i sensi) in Drones, all’accettazione del fatto che le simulazioni e le realtà virtuali stanno diventando «qualcosa che è parte della nostra vita quotidiana», per dirla con le parole di Bellamy.

Diverse discontinuità si rilevano invece a livello musicale: dove chitarra, basso e batteria, dominanti e strabordanti nel rockettaro Drones perdono terreno in favore di sonorità più elettroniche, orchestrali e melodiche, dimostrando una volta di più la spiccata propensione allo sperimentalismo della band, mai paga dei grandi successi ottenuti e sempre pronta ad innovare e rimettersi in gioco. Se per alcune band sarebbe facile etichettare un lavoro del genere come un tradimento delle origini, non mi sento di affermare altrettanto nel loro caso. Passati attraverso i loro venti anni di carriera da brani come Bliss ed Hysteria a Psycho e Dead Inside, passando per Madness, sono una band che ha fatto del cambiamento la propria cifra stilistica ed un lavoro come Simulation Theory sta qui a provarlo.