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Franco126, la rivincita dei buoni

Si chiama Atlantico ma è una bomboniera. Per Federico, che di palchi insieme a Carlo ne ha calpestati anche di più grandi, nella notte romana, prima di salire i gradini che portano allo stage, deve aver percepito ogni goccia di quell’Altantico, perché stavolta è solo, ad affrontare la corrente. La scenografia a mo di camera d’hotel (rigorosamente singola) forse nasce proprio da questo bisogno, il bisogno di ricreare una comfort zone sul palco. E in quella stanza singola ci sono i suoi amici, quelli con i quali Franco126 ha costruito uno degli album più veri e interessanti del 2019.

Le Polaroid ormai sono chiuse nelle pagine di un vecchio album dei ricordi tutto da rinnovare, Fa lo stesso, è infatti questo il primo pezzo della notte capitolina. Niente fuochi d’artificio, serenamente, con l’immancabile bionda in mano e il mic nell’altra, Franco126 senza scudi nè auto-tune ma con una voce in base ben presente, trasforma l’Oceano Atlantico in uno stadio milanese, il più grande. Quello che correttamente gli interisti chiamano Giuseppe Meazza ma che per i concerti prende il nome dei milanisti: San Siro. E mentre fa slaloom tra i suoi guai si ricorda che la vita è dura da mandare giù, specie quando è finito il Brioschi.

Ma è già tempo di affrontare il passato e così, dopo aver regalato alle ragazze della prima fila un po’ delle sue birre, arriva un medley. Ecco che quelle maledette Polaroid tornano a girare per la stanza, la numero due. E non sarà stata una vita intera sempre in due quella con Carlo, ma l’impressione è che, anche se entrambi stanno dando prova di potercela fare anche da soli, il pubblico sente forti quei brani. Sarà un’ora e mezza ricca di ospiti, come ormai è abitudine nelle notti romane. Esse non coinvolgono mai solo uno dei membri della scena. È il turno di una icona del rap romano, Gem lo chiamano, ma per i più è Gemitaiz. Lui è solo il primo degli ospiti rigorosamente Made in Rome che saliranno sul palco durante la notte di Franco126.

Franco126, foto di Valeria Magri

«È il momento della title track», dice Franchino poi si corregge, siamo a Roma e l’inglese a Trastevere è un po’ in disuso. «È il momento della canzone che dà il titolo all’album, purtroppo l’artista che l’ha cantata con me, stasera non è potuto venire». E chi ci crede? Nessuno ovviamente. Qualche finto buu e la band raccoglie le prime note del brano con Tommaso Paradiso. Franco è di spalle, non può vedere ma immagina il perché di un improvviso boato verso la fine del primo ritornello. Mr. Circo Massimo arriva arrembante sul palco macinando più metri di quanti il conta passi dello smartphone di Franco126 ne abbia contati in tutta la sua giornata. La voce è piena, forte, incisiva. Quel ragazzo di Prati con il cuore bianco celeste diventato pop star, irrompe e si prende ogni singolo lumen delle teste rotanti dell’impianto. E poi, alla fine, la benedizione: «Fate un grosso applauso alla miglior penna d’Italia in questo momento».

Bella sensazione deve aver provato uno cresciuto con Califano e i cantatori romani, quelli anche un po’ stonati, ma chi se ne frega. E proprio al Califfo viene tributato il momento più intimo della serata, un unplugged struggente e ricco di intenti, questo è ciò che Franco vuole essere, che Federico si sarebbe voluto ascoltare da bambino ma che i genitori sessantottini non gli permettevano di mettere nelle orecchie perché troppo di destra. Fatto sta che alla fine i genitori sono fatti per essere delusi, contraddetti, disobbediti. E, in questo caso più che mai, grazie al cielo.

I ringraziamenti arrivano puntuali alla Love Gang di Drone, Asp, Ketama, Pretty Soleroe Ugo Borghetti, che sale sul palco. Ma quando il concerto sembra finito e parte dei presenti sta già andando verso il parcheggio, i più duri a morire riescono a convincere Franco ad uscire al ritmo di: se non metti l’ultimo noi non ce ne andiamo, al quale risponde: «Solo perché è Roma eh, nelle altre date niente bis». E allora torna Gemitaiz e c’è spazio per altre due o tre esecuzioni. E nel clima di festa si chiude la notte Oceanica del trasteverino più amato di Roma e forse d’Italia. La rivincita dei buoni è completa e quella che doveva essere la festa dei progetti individuali, è stata in fondo quella della realtà collettiva che eclissa gli egocentrismi.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.