Recensioni musica

Achille Lauro, non è trap è rock & roll

1969. Non è l’anno di nascita di Achille Lauro, ma questa data e questo disco sanciscono sicuramente la nascita di un nuovo artista, di un nuovo tipo di artisti. Perché si sa, quando fai qualcosa di grande, prima o poi te lo copiano. Il 1969 è l’anno del primo uomo sulla Luna, del primo trapianto di cuore artificiale, di Presley, di Hendrix, di Jim Morrison e di Marylin Monroe. E questi personaggi ci sono tutti, in un modo o nell’altro, nel disco di Lauro. Ma c’è anche molto rock. Ci sono chitarre distorte, c’è un tizio che mena sulla batteria in parecchi pezzi e c’è poi la voce di un cantate rock & roll (con l’accento romano ovviamente).

E non è solo la calata da rapper romano di Ragazzi madre che contraddistingue Achille Lauro. È piuttosto lo stile di vita che propone, e come lo propone, in questo album del 2019 anni settanta. Lo avevamo già sentito a Sanremo col singolo Rolls Royce, per il quale la critica lo aveva affiancato all’uso di stupefacenti, dove per l’appunto inneggia a nomi tipo i Doors o Hendrix. Ma se oltre che i testi, stavate cercando anche un po di sano rock & roll da chitarra elettrica, sarà Cadillac a dare avvio al concerto. Hit molto potente e adattissima come terza (e primo inedito) dopo i singoli Rolls Royce e C’est la Vie. Il ritornello sembra un messaggio subliminale da vero rocker: “Lucifero il ribelle la giacca di pelle luci sul selvaggio”. Enigmatico direte.

Unico featuring di lusso quello con Coez, che canta sulla base (prodotta da Boss Doms, chi sennò?) di Je t’aime, ballad romantica con ritornello in spagnolo e francese. C’è anche la canzone dedicata alla madre, la title track, in cui racconta giustamente delle rivincite che si è preso sulla vita grazie al successo e soprattutto alla musica. Traccia che cavalca l’onda del disco è di sicuro Delinquente, ovvero la vita da figlio di un Dio (figlio di un bar). È come se mettesse il punto, prima della ballad finale, ad un unico discorso, anzi un inno alla libertà. A tutto ciò che si può fare di oltraggioso e spericolato nella vita, ovvero il rock & roll.

Parecchi testi sembrano una lista di oggetti o accessori, o marche o ancora modi di fare da duro. Le citazioni non sono da intendere come oggetti che si desidera avere, ma più come uno status dove l’artista si trova a suo perfetto agio. Achille Lauro sembra essersi discostato ormai dalla figura del rapper preso male. La malinconia c’è ma accennata in canzoni come Zucchero o Sexy Ugly, una specie di autoritratto confusionario e affascinante fatto di immagini e di nomi legati tra loro. Achille Lauro sembra nel vero senso della parola nel suo time of the life e sembra goderselo tutto. Brani elettronici di spicco che spezzano l’ondata rock sono Roma (dedicato alla sua città natale ma soprattutto ai suoi compagni di una vita) e la ballad Scusa, nella quale chiede perdono un po’ a tutti, come ogni brava rockstar che si rispetti, perché come dice lui: “C’è sempre qualcuno a cui chiedere scusa”.

Insomma, ai live ce lo aspettiamo sdraiato a terra come i Doors mentre Boss Doms dà fuoco alla chitarra. Non male il tutto, veramente, considerate le ristrettezze che affossano il nostro panorama musicale in limiti, imposti sì dal business, ma anche dagli ascoltatori. Ma in fondo, chi disprezza il rock & roll? Il parallelismo con alcune vecchie e defunte rockstar ci sta tutto, soprattutto in un panorama come il nostro che concede non molto agli outsider.  

Stefano Locchi
Autore

Nato nel decennio sbagliato ma comunque ventitré anni fa, a Stefano piace suonare, scrivere e fare qualsiasi cosa possa entrare in uno scaffale. Da grande vuole avere a casa un grande scaffale dei ricordi, oppure suonare la chitarra sopra il prossimo muro di Berlino.