Interviste

La necessità di essere Yuman

È una giornata molto piena per Yuri quando lo incontriamo nella Capitale per parlare un po’ del suo progetto Yuman. Ci concediamo qualche battuta sul suo passato scolastico e sul Rugby (il suo sport preferito) con la promessa che più avanti lo avremmo approfondito nella nostra chiacchierata insieme. Gli chiediamo subito della copertina post Sanremo che Repubblica ha dedicato ai giovani artisti italo-africani; c’è Mahmood, Chadia Rodriguez e molti altri tra cui lui.

Ci dice che si tratta di una provocazione, di un modo per affrontare il tema dell’integrazione. Ma la provocazione finiamo per avanzarla noi; è infatti assurdo trovarsi a sensibilizzare su un tema del genere, ormai univocamente assodato come dogma in tutta Europa e nella maggior parte del mondo: «Assolutamente sì, a Londra una tematica del genere non ha neanche motivo d’essere affrontata perché è evidente che la maggior parte dello strato sociale e in particolare degli artisti che ho avuto modo di conoscere, sono di origini straniere».

E infatti utilizza il termine satira e ci dice che la lotta di Repubblica è volta a combattere il classismo più che il razzismo. E così finiamo a parlare di Europra, di Londra, Berlino e di come la musica sia un modo per esprimersi e per entrare in contatto con la propria sensibilità quasi ad esorcizzare le proprie paure. Per Yuman quella all’estero è stata un’esperienza di enorme spessore che gli ha permesso di indagare fin dai marciapiedi il concetto di musica come mestiere. Dall’artista di strada fino alla rockstar, tutti sanno che la musica non può essere solo un hobby, una passione, un modo per parlare di sé agli altri.

Questa professionalità deve averlo aiutato a definire meglio il suo progetto, a lavorare sulla tecnica e sull’attitudine. E infatti ci conferma che di ritorno in Italia – la sua casa – si è ritrovato a fare i conti con le vecchie abitudini e la routine. In Inghilterra si è lasciato contaminare da praticamente tutti i generi musicali, perché Yuman è uno che non ama le etichette e i pregiudizi. Parallelamente alla ricerca di se stesso, si imbatte in frequentazioni musicali sopra le righe; dal rap, al reggae, al metal. Ama Paolo Nutini, uno che ha una storia molto cosmopolita, un cognome toscano, una mamma britannica e un kilt nell’armadio, tutto torna.

Ci rilassiamo e ci mettiamo a parlare di sport: Yuri non sapeva che Osvaldo (l’ex attaccante giallorosso) avesse lasciato il calcio per una carriera musicale ed inevitabilmente si arriva alla domanda sulla sua carriera come rugbista ma lui da ala, dribbla e noi manchiamo il placcaggio. «Non riesco a risponderti se mi chiedi di scegliere tra uno stadio pieno per giocare o uno stadio pieno per cantare, certo è che, se non avesse coronato il sogno della musica, sarebbe uno sportivo 24/7, perché per un ragazzone ben sopra il metro e ottanta c’è assolutamente bisogno di scaricare l’adrenalina», dice.

Universal Music è la sua casa e per lui, non importa se major o indipendente, questo spazio è essenziale per percorrere una strada coerente perché l’arte va canalizzata per evitare di disperdere energie inutilmente. Questo è ormai comune tra tutti i colleghi della scena romana e non: senza una struttura si finisce per mettere troppa poca attenzione sulla musica. Insomma è chiaro che Yuri vuole fare questo mestiere in modo serio, senza farsi distrarre troppo.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.