Opinion

Perché abbiamo bisogno della trap

Abbiamo bisogno di carattere. In un decennio dove funziona tutto ciò che fa riferimento al passato, non importano le capacità canore, non importa il testo e tantomeno saper suonare uno strumento. Diventa però di fondamentale importanza la corrente artistica dei tatuaggi che hai addosso, il brand di lusso che ti veste, il colore è il taglio dei tuoi capelli e i carati degli accessori che metti al collo o alle mani (o sui denti?). L’uomo si evolve e indottrina, deforma, adatta i propri gusti in funzione di ciò che sente: l’auto-tune, per esempio, è diventato una forma di espressione e non solo una necessità, soprattutto se il tuo nome è Post Malone e non hai certo problemi di intonazione. Nel decennio in cui l’influencer diventa un mestiere, la musica diventa un business e gli artisti dei brand in movimento che generano e spostano milioni di euro. Pensiamo a Liberato, per esempio: uno che fa roba interessante, per carità, ma che, se non avesse un cappuccio e un mondo pronto a sposare la causa intasando il lungomare di Napoli per vederlo (ammesso che ad esibirsi sia lui), non sarebbe di certo sulla bocca e sulle pagine di tutti.

A parità di fenomeno, Liberato funziona anche dopo i Cani, Cambogia e, guai dimenticarli, i mitici Gorillaz. Poi c’è chi invece la faccia la mostra con spavalderia, ed è il caso dei nuovi trapper del panorama italiano. Capo Plaza è in cima alle classifiche con brani che non ricordano i Dream Theatre ma sinceramente neanche Kendrick Lamar. Sfera Ebbasta è uno che è facile da criticare ma che, ammettiamolo, se lo si vedesse per le vie della propria città, ci si girerebbe e forse, gli si chiederebbe di fare un selfie insieme. La Dark Polo Gang di Tony Effe, che a detta di Fabri Fibra «dovrebbe fare più musica e meno Instagram Stories», ha contribuito all’incremento del fatturato di Gucci nella capitale. Ghali, che in questo scenario, scrivendo di tematiche più profonde (niente MDMA), sembra diventato una sorta di Mogol, solo vestito più figo e con i rasta. Insomma, è finito il tempo di Marco Carta, Emma e Scanu, i nuovi fenomeni dei giovani non suonano da Maria (o meglio, lo fanno da ospiti).

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.